Territori in composizione. Appunti da una lotta urbana

Valeria Raimondi

La storia comincia con un muro che cade. All'inizio di giugno 2025, una mattina presto, il rumore dei lavori edili interrompe la quiete del giardino San Leonardo, un piccolo spazio verde nascosto tra via Belmeloro e via San Vitale, nel cuore di Bologna: alcuni operai stanno abbattendo una porzione del muro che separa il giardino dal campus dell’adiacente Johns Hopkins University. È una scena apparentemente ordinaria, in una città attraversata da cantieri, riqualificazioni e trasformazioni continue. Un muro che cade non dovrebbe attirare particolare attenzione.

Eppure, proprio da quel crollo prende forma un conflitto che, nelle settimane successive, avrebbe mobilitato centinaia di persone. L'abbattimento del muro è infatti parte di un progetto di "rigenerazione" del giardino e dell'area circostante, reso possibile da un patto di collaborazione tra il Comune di Bologna e l’università statunitense. Il progetto prevedeva l'apertura della caffetteria universitaria all'interno del parco e la riconfigurazione del giardino come una piazza aperta e permeabile, ottenuta attraverso la rimozione di parte del verde esistente e l'abbattimento del muro perimetrale.

Quello che inizialmente viene raccontato come un banale ed innocuo intervento di riqualificazione finisce per aprire una serie di questioni che eccedono ampiamente il destino di un piccolo lembo verde di città. Nel giro di pochi giorni emergono e si intrecciano interrogativi sulla gestione degli spazi pubblici, sul ruolo degli attori privati nella trasformazione urbana, sull'espansione delle università globali, sulla crisi abitativa, sulla progressiva rarefazione del verde in città e sulle forme contemporanee di partecipazione.

Assemblee pubbliche nel giardino, interventi nei consigli di quartiere, presìdi e momenti di confronto con l'amministrazione allargano progressivamente il numero dei soggetti coinvolti. Più che un movimento unitario, prende forma uno spazio di coordinamento instabile in cui pratiche, competenze e sensibilità differenti iniziano a convergere attorno a una questione comune. All’inizio di una torrida estate e senza preavviso, un luogo rimasto per anni ai margini del dibattito pubblico diventa un punto di condensazione di conflitti, interessi e immaginari differenti. Ma soprattutto mostra che quel luogo non era un vuoto da rigenerare. Il conflitto rende visibile un territorio già densamente abitato da relazioni, pratiche e forme di vita che eccedono i progetti di valorizzazione ed è proprio in questa eccedenza che la questione del giardino smette di essere locale e diventa una questione di città.

Nelle sue riflessioni sul rapporto tra città e territorio, Giancarlo De Carlo criticava la tendenza della pianificazione urbana a considerare il territorio esclusivamente in relazione alle esigenze dell'espansione urbana e al valore di mercato delle aree. Contro questa riduzione, invitava a partire dalle tracce, dagli usi e dalle relazioni sedimentate nei luoghi, leggendo il territorio non come una superficie disponibile ma come una realtà storicamente prodotta dalle comunità che lo attraversano. Ridotto a supporto della crescita urbana, il territorio cessava così di essere un intreccio di relazioni, pratiche e memorie per diventare una risorsa da organizzare e razionalizzare. Ciò che sfuggiva a questa logica appariva come un'anomalia, uno spreco o un vuoto da riempire.

Tradotta nel contesto attuale, la questione si ripresenta oggi in forme diverse. Non attraverso grandi piani urbanistici o interventi autoritari, ma attraverso dispositivi più morbidi: patti di collaborazione, processi partecipativi, progetti di cura, accordi tra pubblico e privato. Strumenti che parlano il linguaggio dell'apertura e della collaborazione, ma che finiscono spesso per ridefinire gli usi possibili dello spazio, le persone che lo attraversano e le funzioni che è chiamato a svolgere.

A San Leonardo, tuttavia, il tentativo di trasformazione del giardino ha prodotto un effetto inatteso. Nel giro di poche settimane, attorno a quel piccolo spazio verde si è aggregata una costellazione eterogenea di soggetti: abitanti delle case popolari, residenti storici, famiglie, studenti, collettivi universitari, queer e anarchici, attivisti impegnati nelle mobilitazioni per la Palestina, comitati per la difesa del verde. Sarebbe però sbagliato immaginare questa convergenza come il risultato naturale di interessi condivisi. Ciò che si è costruito attorno al giardino è stato piuttosto un paziente lavoro di traduzione tra linguaggi politici differenti, tra esperienze urbane non sempre comunicanti, tra modi diversi di nominare il problema. Per alcuni la questione riguardava la salvaguardia del verde pubblico, per altri l'espansione delle università globali, per altri ancora il diritto alla casa, la trasformazione del centro storico o il sostegno della Johns Hopkins alle politiche israeliane. Nessuna di queste letture era sufficiente da sola, è stato il loro intreccio a produrre uno spazio comune. La composizione non è passata attraverso l'omogeneizzazione, ma attraverso la costruzione di una situazione condivisa. La convergenza non ha cancellato le differenze; le ha rese praticabili dentro uno stesso conflitto.

Per alcuni mesi il giardino è diventato un laboratorio politico; pratiche di cura e momenti di tensione hanno prodotto qualcosa che eccede il semplice repertorio della protesta, ma ha permesso il sedimentarsi di una conoscenza condivisa della città e dei processi che la attraversano. Questioni che normalmente appaiono separate — la crisi abitativa, le ecologie urbane, l'università globale, il turismo, la guerra — hanno iniziato a mostrarsi come elementi di una stessa configurazione territoriale. In questo senso, il conflitto non ha semplicemente difeso uno spazio, ha contribuito a produrre un territorio. Le connessioni che sono emerse a San Leonardo non precedevano il conflitto: si sono costruite attraverso di esso. Ed è proprio qui che il conflitto rivela qualcosa di importante sul territorio, non perché ne protegga un presunto stato originario, ma perché interrompe temporaneamente la sua riduzione a superficie amministrabile e valorizzabile. Il territorio riappare allora per ciò che è: un campo di relazioni, una posta in gioco politica, un luogo in cui si producono alleanze, attriti e processi di ricomposizione.

Ciò che è accaduto attorno al giardino non riguarda soltanto ciò che quel luogo potrebbe diventare, riguarda anzitutto ciò che già era. Troppo spesso la governance urbana contemporanea individua i propri oggetti di intervento a partire da una diagnosi implicita di mancanza: uno spazio degradato, sottoutilizzato, incompleto, da attivare attraverso un progetto, una partnership, un investimento. Ma cosa accade se quello spazio non è affatto vuoto? Se è già attraversato da pratiche, relazioni, memorie e forme di socialità che sfuggono alle metriche della valorizzazione?

La mobilitazione per il giardino San Leonardo ha reso visibile proprio questo punto cieco. Non tanto una comunità originaria impegnata a difendere il proprio territorio, quanto un territorio che, nel momento in cui viene conteso, produce nuove connessioni e nuove possibilità di composizione. Ha mostrato che i processi di territorializzazione non procedono mai in una sola direzione. Ogni tentativo di incorporare uno spazio dentro nuove logiche di governo genera inevitabilmente resistenze e possibilità inattese.

Per questo il territorio non coincide mai completamente con i progetti che pretendono di ordinarlo, conserva sempre una quota di eccedenza, di opacità e di imprevedibilità. Relazioni, memorie, conflitti, affetti e presenze che nessun piano urbanistico riesce a prevedere fino in fondo. Il territorio torna così ad essere interessante, non come identità da preservare o come bene da amministrare, ma come spazio in cui soggetti differenti possono incontrarsi dentro una situazione condivisa e, a partire da essa, costruire linguaggi, pratiche e immaginari comuni. Più che difendere un territorio, allora, si tratta forse di imparare a comporlo.

Copertina del primo numero di Teiko

Riferimenti Bibliografici

  1. Giancarlo De Carlo, La città e il territorio. Quattro lezioni, Quodlibet, Macerata, 2019

  2. Giancarlo De Carlo e Franco Bunčuga, Conversazioni su architettura e libertà, Elèuthera, Milano, 2018

  3. Claude Raffestin, Per una geografia del potere, Unicopli, Milano, 2021