Per una genealogia storica della “zona rossa”
Gabriele Proglio
Con il decreto n. 23 del febbraio 2026, convertito in legge il mese successivo, è entrato in vigore il principale intervento del governo Meloni in materia di ordine pubblico. Prevede la costituzione di zone a vigilanza rafforzata, identificate dai prefetti per “gravi e ripetuti episodi di criminalità”, nelle quali è disposto il potenziamento delle forze di polizia e l’allontanamento dei soggetti considerati pericolosi. Il DASPO è esteso a soggetti che svolgono attività illegali, con la modifica di alcuni articoli – il 9 e il 13 bis. Tra le disposizioni, inoltre, è introdotto il fermo preventivo di massimo dodici ore, senza procedimento giudiziario definitivo, qualora sussista il motivo di ritenere che si attueranno condotte capaci di minare lo svolgimento pacifico delle manifestazioni. Inoltre, è introdotto l’arresto in flagranza differita nei confronti di chi ha commesso un reato di danneggiamento durante un corteo.
Per proporre un’analisi del dispositivo, evitando le sirene dello stato d’eccezione, è necessario rifarsi alla composizione sociale, alla classe, ritornando per un momento alle letture operaiste e post-operaiste di Panzieri, Tronti e Negri che mostrano altre traiettorie possibili rispetto al paradigma del potere sovrano e della produzione di nuda vita di Agamben. Adottando questo macro-approccio, è possibile ricostruire una genealogia storica che si spera possa essere utile per una riflessione collettiva di più ampio respiro. In essa, ogni riferimento alla zona rossa, o a forme che la ricordano nella Storia, assume così il valore di un insostituibile tassello sia per valutare le misure contemporanee, sia per produrre collegamenti tra modelli di controllo sociale e forme del conflitto.
Invece di considerare il témenos in senso passivo, come mera divisione dello spazio dall’alto, potremmo invece leggerlo come perimetrazione nel quale la separazione dal resto è marcata dalla conflittualità, dall’occupazione di un segmento di logos, da traiettorie verso il comune. Sebbene i tre approcci appena menzionati abbiano discrepanze rilevanti, essi restituiscono elementi necessari: la centralità del politico; il soggetto e la soggettività; le storie nella Storia. Con tale prospettiva, l’ostracismo e l’atimia, per tornare al periodo classico, erano dispositivi pensati per colpire individui, soggettività e traiettorie politiche specifiche. Il diritto romano era sospeso (iustitium) nei casi di pericolo per la struttura di governo, dando pieni poteri alla magistratura straordinaria e ai consoli. La sospensione del diritto, cioè, non serviva a “salvare il diritto”, ma fu utilizzata contro le minacce insurrezionali dei Gracchi, di Catilina, di Cesare.
Forme antesignane di “zona rossa” si rintracciano nel pensiero politico di Agostino – le zone del nemico dove si combatte il bellum iustum – e di Tommaso d’Acquino che introdusse i concetti di autorità legittima, di causa giusta e d’intenzione retta. In termini urbanistici, le città crociate nel Levante (1099-1291) vennero suddivise in base a molteplici fattori: religione, etnia, razza, provenienza. Gerusalemme, Acri, Tiro, controllate da genovesi e veneziani, furono frazionate in quartieri francesi, genovesi, armeni, siriani, musulmani ed ebrei. Dal punto di vista giuridico, l’inquisizione medievale – a Verona nel 1184 e poi con i tribunali papali dal 1231 – e quella spagnola (1478) operarono nella prospettiva di individuare corpi e processare relazioni (o intenzioni) pericolose – si pensi ai conversos e alla formula limpieza de sangre nella formulazione del giudizio.
Nel frattempo, in conseguenza del IV Concilio Lateranense (1215), vennero istituiti ghetti per gli ebrei. Quello di Venezia (1516) fu costruito su un’isola chiusa di notte, sorvegliata da soldati pagati dalla comunità stessa. La diffusione della Peste Nera fu un altro evento centrale per comprendere come il sistema di potere rispondesse in modo preciso, non in forma d’eccezione. Ragusa (l’attuale Dubrovnik, 1377) e Venezia (1403): qui sorsero le isole-lazzaretto e spazi di confinamento per i malati (poveri), con il controllo militare degli accessi. Ai mercanti ricchi venne data l’opportunità di pagare una somma per condizioni migliorate, fuori da questi spazi. Durante l’ultima grande epidemia, a Marsiglia (1720-1722), si istituì il cordon sanitaire che circonda per 300 chilometri la Provenza. Nella città mediterranea morì quasi il 50% della popolazione, circa 50.000 persone: erano prevalentemente marinai, scaricatori del porto, abitanti dei quartieri più impoveriti, migranti levantini. Le élite si rifugiarono nelle bastides; il parlamento di Aix en Provence si asserragliò nella piccola Saint-Rémy.
Con l’invasione delle Americhe, ancora una volta l’organizzazione dello spazio rispecchiò la gerarchia sociale e le forme del lavoro – si pensi alle piantagioni e alle reduciones (Perù, Messico, Bolivia). Questo meccanismo fu poi impiegato in tutte le colonie in epoca moderna – i cantonment a Bombay, Calcutta, Delhi e nei possedimenti dell’impero britannico; la divisione dell’Algeria in zone civili e zone militari e poi, dal 1954 al 1962, l’introduzione delle Sections Administratives Spécialisées: aree di deportazione del popolo algerino in campi sorvegliati militarmente; il code de l’indigénat (1881) come sistema normativo per i sudditi coloniali (Dakar, Brazzaville, Abidjan); i quartiers réservés, per europei, in Indocina, e le réserves indigenes in Nuova Caledonia, per confinare i Kanak in zone dove era estratto il nichel, escludendoli dai profitti.
Il colonialismo olandese si reggeva sul cultuurstelsel, un sistema di colture forzate (Giava e Sumatra), sulla divisione delle città in quartieri per nazionalità (wijkenstelsel) e indigeni (habitantenwiken), sulle piantagioni schiavistiche in Suriname fino al 1863 e poi, dopo tale data, sullo sfruttamento di coolies indiani e giavanesi. Nel Congo, posseduto da Leopoldo II, il territorio fu diviso in zones de caoutchouc dove la popolazione era obbligata a raccogliere quote di gomma selvatica, pena la mutilazione o la morte. Quando, nel 1908, il Belgio ereditò la colonia, la gestì con il sistema dei paysannats: famiglie che, in precise aree, dovevano coltivare colture. Bruxelles ottenne dalla Società della Nazioni il Ruanda-Urundi, prima sotto controllo tedesco. Nel 1933, in continuità con e per rafforzare la divisione razziale introdotta dalla Germania, furono ideate le carte d’identità etniche obbligatorie e le zone agricole vennero suddivise in chiefdoms con a capo Tutsi imposti dalle autorità coloniali.
Anche l’Italia fascista adottò lo stesso modello: i campi di concertamento in Cirenaica per piegare la resistenza capeggiata da Omar Mukhtar; le città dell’Africa Orientale rigidamente divise in quartieri europei e indigeni; la legge sul madamato che introdusse la segregazione urbana ad Addis Abeba, reiterando il sistema di permessi di ingresso in aree europee in vigore sin dal periodo liberale (1890). Il colonialismo tedesco va ricordato almeno per lo sterminio (Vernichtungsbefehl) degli Herero e la loro rivolta (1904): chi fuggì dal genocidio venne respinto oltre il cordon sanitarie militare e i sopravvissuti furono internati in campi di lavoro. In Togo, Camerun e Tanzania le città avevano zone protette militarmente (schutzgebiete), quartieri separati lungo la Kibuka Line. In Namibia, fu utilizzato un sistema di segretazione fondiaria, dividendo il territorio tra aree di insediamento (siedlungszonen) e spazi per la popolazione indigena, con un controllo poliziesco tra le due zone.
Quanto avvenne in Occidente – penso alla segregazione razziale negli Stati Uniti e i campi di concentramento in Europa – non può essere disgiunto dalle vicende coloniali e dalla riorganizzazione dei territori durante la decolonizzazione: il sistema di apartheid in Sud Africa dal 1950, la Demilitarized Zone tra le due Coree (1953), le free-fire zone americane in Vietnam (1965-1972), la segmentazione del territorio palestinese in muri e checkpoint. Negli anni Novanta, poi, il sindaco di New York applicò il targeting spaziale, cercando superfici per lo sviluppo del capitale anche nei quartieri neri, producendo gentrification con l’uso della polizia. I flussi migratori vennero gestiti, ovunque, con hotspot, ossia spostando il potere coloniale oltre e fra i confini delle nazioni. Nel 2001, il ricorso alla “zona rossa” servì a dividere lo spazio urbano di Genova tra i rappresentanti delle otto potenze mondiali e i 300.000 manifestanti. Tale evento si inserisce a pieno titolo negli eventi finora evocati: interessi economici, finanziari, militari da preservare da soggettività considerate pericolose perché conflittuali. Risulterà semplice, parimenti, leggere la gestione della pandemia da Covid nel solco di quanto finora presentato, dal punto di vista di classe e in termini sanitari, economici, politici e sociali.
Alla luce di questo lungo, sebbene parziale, percorso è possibile concludere che i decreti sicurezza altro non fanno che reiterare modelli precedenti nel tentativo di conservare intatta la gerarchia sociale. La continua profilazione di nemici, di soggetti considerati responsabili della crisi economica e del degrado di alcune aree, è finalizzata all’estrazione di valore – si pensi al mercato immobiliare e alle forme del lavoro – e a preservare i meccanismi di riproduzione del potere attraverso politiche sovraniste, facendo leva sulle aspettative per un cambiamento che vengono riposte solo, anche se limitatamente, nelle forme della rappresentanza. La genealogia proposta va anche letta nella costruzione di immaginari pubblici, di forme di governamentalità, di reiterazione dei dispositivi di soggettivazione e di lavoro riproduttivo. Ricostruire questa genealogia, inoltre e soprattutto, serve per costituire una mappa delle lotte e dei conflitti che sono avvenuti attorno o nelle zone rosse, con l’obiettivo di progettare e organizzare resistenze.