Il tramonto del partecipazionismo smart?

Agostino Petrillo

Fin dall’avvio della stagione della “città intelligente” negli anni Novanta, in un periodo in cui l'enfasi principale era posta sulle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, si è discusso delle modalità con cui i cittadini potevano essere inclusi nel processo di trasformazione urbana che i nuovi media prospettavano. Era anche l’epoca in cui alla diffusione della rete e al suo impatto sociale venivano attribuiti rilevanti poteri di emancipazione e di formazione di coscienza politica. “Le Tecnologie dell’Intelligenza” come recitava il titolo di un celebre libro del periodo lasciavano intravedere un penchant libertario che contrastava con un’altra lettura che paventava invece il predominio di strategie di controllo e di condizionamento sociale per il tramite delle tecnologie avanzate.

Più limitatamente rispetto a questo dibattito per quanto riguardava la ricaduta nelle città dell’introduzione dell’innovazione tecnologica la discussione fu inizialmente modesta e a lungo rimase improntata a un approccio prevalentemente “tecnico”, incentrato su aspetti pratici della vita urbana (trasporti, traffico “intelligente”, soluzione di problemi riguardanti logistica e sorveglianza). Successivamente il concetto di città smart si è andato maggiormente articolando insistendo sulle potenzialità offerte dal coniugare tecnologie e questioni urbane, dalla transizione energetica, alla questione ambientale (le transition cities) fino alla riorganizzazione degli spazi e dell’economia, ma spesso le acquisizioni e le proposte sono rimaste sulla carta per la mancanza di investimenti, mentre le aziende private per parte loro hanno concepito la smart city come uno strumento per raggiungere obiettivi di profitto, proponendo opzioni che solo in seconda battuta avrebbe potuto presentare aspetti di interesse più generale per i cittadini. Solo una decina di anni fa si è cominciato a comprendere come l’avanzamento delle conoscenze scientifiche e la loro applicazione tecnica schiudesse tutta una serie di possibilità di miglioramento della vita sociale delle città e della loro “governance”, e governi e amministrazioni hanno lentamente preso coscienza di come dietro la smart city si profilasse anche un percorso verso il progresso socio-economico e in direzione di una migliore organizzazione urbana e qualità della vita. Ha cominciato cosi a muovere i primi passi un approccio alle smart cities orientato alla “governance” e alla soluzione dei conflitti. Parevano finalmente concretizzarsi dunque alcune di quelle istanze intraviste nel dibattito “libertario” di fine millennio e , sulla scorta di questi sviluppi qualche ricercatore ha avuto il coraggio di definire come città “veramente intelligenti” quelle realtà che, pur sulla base di standard scientifici, mirano sostanzialmente a migliorare la qualità della vita dei cittadini. L'attenzione avrebbe dovuto perciò essere rivolta prioritariamente a formare comunità felici e sane attraverso l’introduzione di elementi “intelligenti” nella vita urbana. Questo tipo di approccio implicava evidentemente anche un’altra questione: se lo scopo è quello di fornire una migliore qualità della vita attraverso le installazioni di infrastrutture intelligenti, occorre ripensare la loro introduzione anche dalla prospettiva della disuguaglianza, contemplando non solo le questioni relative a una generica “governance”, ma prendendo in considerazione le problematiche sociali presenti nelle città. Includere le fasce della povertà e della marginalità urbana nella realizzazione delle città “intelligenti” avrebbe avuto per questo approccio utopico il senso di progettare una società urbana sostenibile con una migliore qualità della vita per tutti, non solo per delle élites. In particolare Rob Kitchin ha ripetutamente insistito sulla necessità di adottare attivamente ed estensivamente le tecnologie per migliorare la qualità della vita nella società, piuttosto che attendere passivamente che la società si adattasse alle dinamiche mutevoli delle tecnologie intelligenti. Evitando così che il predominio degli interessi delle aziende conducesse a scelte fatte senza tenere conto delle specificità del territorio e delle persone che lo abitano. Ma per andare in questa direzione era necessario dare enfasi alle iniziative guidate dalle realtà locali. Le comunità urbane dovevano partire dai loro quartieri e dalle loro città per adottare e adattare strumenti e tecnologie intelligenti scelti in base alle loro esigenze. Naturalmente questo poteva avvenire solo con un aumento delle partnership a livello locale, una maggiore inclusione sociale e un'integrazione organica dei diversi sottosistemi delle infrastrutture cittadine. Di grandissima importanza diventava la partecipazione dei cittadini alle scelte che vengono operate in campo tecnologico, e l’edificazione della smart city non solo offriva strumenti tecnici per migliorare e rendere più efficaci le pratiche partecipative, ma schiudeva la strada a una più ampia presenza della cittadinanza nelle decisioni che coinvolgono l’introduzione delle tecnologie, prospettando la possibilità di una smart city costruita “dal basso”.

Tuttavia negli ultimi anni questo tipo di dibattito che mirava alla costruzione di forme di cittadinanza rafforzata politicamente e formata scientificamente pare affievolirsi e perdere forza, ed egualmente scivola nel dimenticatoio la prospettiva multidimensionale, spesso ventilata a questo proposito, di diffusione delle conoscenze e di democratizzazione del sapere scientifico. Le città intelligenti si sono andate palesando invece sempre più come strutture tecnocratiche lontane dalla esperienza di vita della maggior parte degli abitanti, non solo dei gruppi marginali e culturalmente svantaggiati. Si è affermata una gestione cinica e spregiudicata dei dati e degli strumenti e l’attenzione delle amministrazioni più che sul progresso sociale si è focalizzata sull’introduzione di tecnologie avanzate a fini di sorveglianza, con applicazioni molto discutibili e selettive del potenziale offerto dai progressi tecnologici. Si è arrivati a parlare di un “capitalismo della sorveglianza” e c’è stato anche chi ha sottolineato energicamente il prevalere di elementi distopici nel progetto di smart city, che starebbe sviluppandosi unicamente nella direzione di una protezione e salvaguardia del potere delle nuove élites nelle città. L’irrompere della IA ha complicato ulteriormente il quadro, affidando in buona parte l’innovazione nelle mani di pochi. È possibile ridimensionare queste tendenze? Nell’epoca del tecnofascismo si può ricominciare a parlare di una gestione consapevole da parte dei cittadini delle tecnologie, o bisogna consegnare alla storia il partecipazionismo smart?

Copertina del primo numero di Teiko