Il territorio eterotopo cinese
Viola Negro
Il tema di questo numero di Teiko è il territorio e la mia scelta è quella di parlarvi di un territorio geograficamente lontano: la Cina. Si tratta di una distanza spaziale ma anche ontologica e politica, la quale non può semplicemente essere indagata con le categorie interpretative occidentali. Ecco, l’obiettivo di questo breve contributo è presentare l’«eterotopia» cinese e leggerla come un dispositivo utile a criticare i bias presupposti della Weltanschauung occidentale.
Il filosofo Francois Jullien negli anni Novanta descrive la Cina come un’esteriorità, in grado di far scoprire la possibilità di un pensiero «fuori quadro», cioè fuori dalla filiazione che alimenta il pensiero europeo a partire da Adamo e dal pensiero greco. Insomma, la Cina rappresenta un’«eterotopia»: un territorio non immaginario, non un’utopia di felicità bensì un altrove del pensiero che fa reagire il nostro pensiero, una resistenza alle verità autoevidenti e un appoggio esterno per risalire all’impensato del nostro pensiero e per affrancarsi dal complesso di superiorità eurocentrico.
Vale la pena di fornire un esempio dell’eterotopia tipica della civiltà cinese: si tratta del concetto di strategia efficace e di guerra, scelto perché di estrema rilevanza anche per comprendere la posizione della Cina nelle relazioni internazionali e nel contesto di guerra generalizzata fomentato dal quadrante occidentale.
Sempre secondo François Jullien, una delle differenze più profonde tra il pensiero cinese e quello occidentale emerge precisamente nel concetto di efficacia strategica.
Nella tradizione europea, ben rappresentata dal trattato sulla guerra di Carl von Clausewitz, uno dei massimi generali delle napoleoniche, la strategia consiste nel definire un obiettivo ideale e organizzare razionalmente i mezzi necessari per raggiungerlo attraverso decisioni, pianificazione e scontro diretto.
La cultura strategica cinese, al contrario, non privilegia l’imposizione di un piano astratto sulla realtà presente, bensì la capacità di leggere la configurazione concreta della situazione e di sfruttarne il potenziale interno. Per il pensiero cinese, un soggetto compie un’azione efficace se è in grado di adattarsi ai processi in corso e di orientarne gli esiti, senza dominare gli eventi e giungere a un conflitto aperto.
In questo senso, mentre il modello occidentale tende a pensare la strategia come azione e confronto, quello cinese la concepisce soprattutto come trasformazione silenziosa delle condizioni, mostrando una concezione del mondo radicalmente diversa da quella europea.
Detto in altri termini, se Clausewitz pensa alla guerra come continuazione della politica con altri mezzi, Sun Tzu (un filosofo e militare cinese che ha scritto uno dei più importanti trattati sulla strategia militare) aveva pensato la guerra, duemila anni prima, come l’arte di evitarla. Secondo Sun Tzu, il comandante migliore non è quello che distrugge frontalmente il nemico, ma quello che riesce a vincere senza combattere, sfruttando il contesto, la disposizione delle forze e le debolezze dell’avversario. Nell’idea di Sun Tzu, la guerra non viene interpretata come confronto assoluto e decisione finale, bensì come gestione fluida delle circostanze, in cui l’intelligenza strategica consiste nel modificare gradualmente i rapporti di forza fino a rendere la vittoria quasi inevitabile. Sun Tzu privilegia l’elusione dello scontro, la flessibilità e la capacità di trasformare la situazione a proprio vantaggio.
Senza fare parallelismi troppo meccanici, questa forma mentis cinese emerge, di tanto in tanto, ancora oggi nella gestione dei conflitti internazionali. Anche quando vengono attaccati suoi alleati economici diretti – leggi Iran– la Cina non interviene manu militari e si adopera per evitare l’escalation bellica, proponendo spesso trattative di pace tra i contendenti (per esempio nella situazione ucraina).
Certo, negli ultimi la spesa militare è in costante crescita e l’esposizione dell’esercito sotto gli occhi del mondo in occasione dell’ottantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale ha sortito un clamore internazionale, tuttavia, queste operazioni potrebbero essere lette anche come strategie dissuasorie e deterrenti – e non direttamente aggressive – nei confronti degli Stati Uniti.
In effetti, la Belt and Road Initiative è descritta da Xi Jinping con la formula «comunità di destino condiviso per l’umanità» che, come sostiene Massimo Parenti, rappresenta l’applicazione a livello internazionale dei concetti confuciani di armonia, ordine e cooperazione, un territorio e uno spazio relazionale gerarchico e inclusivo, in grado di garantire diversità dentro l’equilibrio.
Da un lato, il fondatore del liberalismo politico Thomas Hobbes descriveva la vita – e le relazioni tra le nazioni moderne – come guerra e come dominio dell’uomo sugli altri uomini; dall’altro, la sintesi tra pensiero confuciano e “marxismo con caratteristiche cinesi” che guarda all’ordine come regolazione delle relazioni, primato della stabilità sullo scontro e riconoscimento del limite e del dialogo.
Queste brevi riflessioni hanno la funzione di utilizzare il territorio cinese come un apparato critico utile ad andare oltre i racconti sensazionalistici nostrani secondo i quali la Cina sarebbe semplicemente una potenza cyborg in ascesa e l’Occidente il nobile difensore delle prerogative di libertà.
Forti di questo metodo, possiamo aprirci a uno spazio di reale riflessione filosofica e politica capace di destreggiarsi in una fase storica contraddistinta dalla lotta tra un mondo che muore – l’occidente e la sua violenza bellicista e genocidiaria – e un modo che nasce – un mondo multipolare sul quale occorre interrogarsi. E quindi alcune domande sorgono spontanee: che gioco sta giocando la Cina? Un gioco con le stesse regole dell’occidente oppure un gioco completamente differente? La Cina rappresenta una politica di potenza tout court oppure sta procedendo su una via socialista che cerca di risolvere in positivo le contraddizioni fin qui prodotte, utilizzando e poi allontanandosi da un modello sociale come quello capitalistico irrimediabilmente in crisi?
Bibliografia
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Anna Greenspan, Amy Ireland, Bogna Conor (eds.) Machine decision is not final. China and the history and the future of artifical intelligence, Urbanomic, London, 2025
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François Jullien, Conférence sur l’efficacité, Presses Universitaires de France (PUF), Paris, 2005, trad. it. Massimiliano Guareschi, Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente, Laterza, Bari, 2008
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Massimo Parenti, La Cina non si USA, Dedalo, Bari, 2026