Lavorare nell’economia che ti espelle. Una prospettiva dal basso sul turismo
Martina Locorotondo
Tra le forme dell’estrattivismo contemporaneo che investono i territori dell’Italia meridionale, la turistificazione occupa un posto centrale. Città d’arte, località balneari e aree interne vengono riconfigurate come spazi destinati alla valorizzazione turistica. Intere generazioni di giovani abitanti sono tenute in scacco dal ricatto del turismo, che si presenta come l’unica possibilità occupazionale per restare nel proprio luogo d’origine.
Sappiamo ormai bene quali siano gli attori che alimentano questo processo: le piattaforme digitali, capaci di estendere la loro presenza in maniera pervasiva (è possibile trovare una stanza su Airbnb dalla Palestina occupata a un piccolo paese dell’entroterra siciliano); i grandi proprietari immobiliari, che collezionano case nelle nostre città come figurine; le agenzie intermediarie, che gestiscono pacchetti di centinaia di b&b per conto terzi; e, naturalmente, le istituzioni, dal livello nazionale a quello locale, responsabili di un quadro normativo spesso insufficiente o deliberatamente accomodante nei confronti del mercato turistico.
La turistificazione, però, non si espande soltanto dall’alto, attraverso l’intreccio tra mercato e politiche pubbliche. Si costruisce anche “dal basso”, nelle pratiche quotidiane di chi lavora dentro questa macchina che macina, non più solo cartoline e souvenir, ma anche esperienze e autenticità. Sulla scia di Veronica Gago che ci parla di “neoliberalismo dal basso”, il quale si incarna nelle soggettività di chi prova a sopravvivere alla crisi, credo che sia necessario ragionare anche su quella che si può definire come la turistificazione dal basso. All’interno dell’orizzonte piatto della monocoltura turistica, la turistificazione dal basso prende forma nelle strategie della vita quotidiana che “strappano” profitto, o, molto più spesso, sopravvivenza, in un “contesto di espropriazione, in una dinamica contrattuale che mescola forme di servitù e di conflitto” (Gago, 2014).
Una miriade di lavoretti – molti dei quali ancora poco conosciuti – sono proliferati con l’ultima ondata della turistificazione in tempi di crisi. Queste lavoratrici e questi lavoratori spesso occupano una posizione liminale, sfuggendo a categorie nette: si muovono tra lavoro dipendente (alle dipendenze di agenzie intermediarie oppure subordinati alle piattaforme, agli algoritmi e ai sistemi di recensione) e autoimprenditorialità (necessaria per confezionare il prodotto turistico e restare a galla in un mercato sempre più saturo); tra lavoro formale e informale; tra l’essere abitanti espulsi dai propri territori e il concorrere, loro malgrado, ai processi che ne alimentano lo sfruttamento.
Nel libro Corpi urbani contesi. Etnografia dei beni comuni napoletani nella città turistica (Ombre Corte, 2026) avevo raccontato la storia di Lucia (nome di fantasia che raccoglie, in forma anonima, le vicende di più soggetti). E’ accompagnatrice turistica per conto di un’agenzia che opera come intermediaria delle piattaforme di “free tour”.
Lucia mi aveva spiegato che le accompagnatrici e gli accompagnatori sono una figura diversa dalle guide turistiche. Non avendo il patentino da guida, non possono accompagnare i visitatori all’interno dei monumenti di interesse storico-artistico né sostare davanti ad essi durante le visite. Questo li spinge – o meglio, spinge le agenzie per cui lavorano – a inventare nuovi itinerari, nei quali a essere commercializzato non è più il patrimonio monumentale, ma altri elementi della cultura locale e del paesaggio urbano: la street art, il cibo tradizionale, i mercati popolari, gli scorci più istagrammabili della città. Nascono così i tour della street art, del food e dei panorami.
La formula che, da qualche tempo a questa parte, sta prendendo sempre più piede è quella, appunto, dei free tour, prenotabili attraverso piattaforme come GuruWalk, FREETOUR.com o Civitatis. La visita non ha un prezzo fisso, mi raccontava Lucia: al termine, ogni partecipante decide quanto lasciare di “mancia”, in base al gradimento dell’esperienza. Ma la mancia non va a lei: è l’agenzia a incassarla e a retribuire poi la lavoratrice con una paga oraria fissa di circa dieci euro l’ora.
Ciò che viene venduto come turismo democratico è, in realtà, un risparmio sulla lavoratrice. Su di lei ricade la pressione di dover continuamente performare: intrattenere il turista stanco e annoiato, incarnare quell’accoglienza calorosa che ci si aspetta dal Meridione e, soprattutto, inventare ogni volta nuove storie, nuovi scorci capaci di trasformare la visita in un’esperienza autentica e irripetibile. Da quella performance dipendono la mancia, la recensione, e il rapporto con l'agenzia che le dà lavoro. In ultima analisi, questa pressione su di lei si traduce inevitabilmente in una pressione sulla città: con l’azione del suo camminare, Lucia, porta la frontiera della turistificazione sempre un po’ più in là, alla conquista di nuovi anfratti della città e dell’identità locale.
Come si è evoluta la traiettoria di Lucia nei mesi successivi a quel racconto? Per diverso tempo ha continuato a sostenere turni massacranti. A un certo punto aveva deciso di trasferirsi nel Nord Italia in cerca di condizioni lavorative migliori. Poi, invece, per restare a Napoli ha scelto di tentare un’altra strada: proporsi come lavoratrice autonoma alla piattaforma di free tour, lasciando l’agenzia intermediaria. I primi risultati sembrano darle ragione: lavorando la metà delle ore, per ora, riesce a guadagnare più o meno lo stesso stipendio. Nel frattempo però il contratto di affitto non le è stato rinnovato perché la casa in cui abitava è stata trasformata in un bnb e tutti i giorni fa la pendolare dalla periferia per venire a lavorare in centro.
Una storia di successo imprenditoriale? Io credo che Lucia resti una soggettività contesa. Mi aveva detto: “vivo questa doppia percezione tra ciò che faccio e il problema sociale che mi circonda. Vivo grazie al turismo, ma proprio per il turismo non riesco a vivere davvero la città. Da un lato, è grazie ai turisti se posso mangiare; dall’altro, non ho una casa per colpa del turismo”.
C’è una turistificazione dal basso che si sviluppa nelle pieghe della monocoltura turistica e che sfugge alle nostre analisi e alle nostre battaglie contro la turistificazione. Le soggettività che la attraversano e le loro traiettorie di vita spesso eccedono le categorie concettualmente rigide o politicamente rassicuranti – vittime o complici, sfruttati o sfruttatori – collocandosi in una zona grigia che richiede ancora conoscenza e riflessione, se vogliamo comprendere come la turistificazione stia attecchendo nei nostri luoghi di vita e come contrastarla. È forse proprio dall’ambivalenza che caratterizza il rapporto di questi lavoratori con il territorio – insieme produttori dal basso della città turistica e abitanti espulsi dai suoi stessi effetti – e dal conflitto che questa condizione genera che possono aprirsi nuove possibilità: non solo nuove forme di sindacalizzazione, ma anche un ripensamento dei territori a partire da chi li abita.