La Questione del Territorio - Autopoiesi della riproduzione sociale e trasformazione città–campagna
Massimo De Angelis
Geneologie del territorio
Il concetto di territorio ha attraversato nel tempo una trasformazione profonda, passando da una concezione prevalentemente geografica e amministrativa a una lettura relazionale, politica ed ecologica. Nella geografia classica e nella tradizione dello Stato moderno, il territorio era pensato soprattutto come spazio delimitato e controllato: una superficie su cui esercitare sovranità, amministrazione e proprietà. In questa prospettiva, il territorio coincideva largamente con il dominio politico dello Stato nazionale e con la sua capacità di organizzare popolazione, risorse e infrastrutture (Raffestin, 1980/2022).
A partire dagli anni Settanta, la geografia critica e l’economia politica iniziano però a reinterpretare il territorio come prodotto di rapporti sociali e di processi storici di accumulazione. Henri Lefebvre, con il concetto di “produzione dello spazio”, mostra che lo spazio non è neutrale né naturale, ma viene continuamente prodotto dalle relazioni sociali, dalle istituzioni e dal capitale (Lefebvre, 1974/1991). David Harvey sviluppa ulteriormente questa intuizione leggendo il territorio urbano come espressione delle dinamiche dell’accumulazione capitalistica, della rendita e dello sviluppo geografico diseguale (Harvey, 1982, 2001). In questa prospettiva, il territorio diventa una configurazione dinamica di flussi, investimenti, gerarchie e conflitti.
Negli stessi anni, la tradizione territorialista italiana sviluppa una riflessione originale sul rapporto tra territorio, comunità e riproduzione sociale. Alberto Magnaghi definisce il territorio come “opera corale” prodotta storicamente dalle relazioni tra insediamenti umani, ambiente e cultura locale (Magnaghi, 2000). Il territorio non è quindi solo supporto materiale della produzione, ma deposito di saperi, relazioni ecologiche, memoria e capacità riproduttive. Successivamente, Magnaghi approfondisce questa prospettiva definendo il territorio come bene comune vivente, risultato della lunga coevoluzione tra comunità umane e ambiente, e sostenendo la necessità di una sua riappropriazione democratica contro i processi di deterritorializzazione prodotti dalla globalizzazione neoliberale (Magnaghi, 2010). In questa prospettiva, il territorio diventa non soltanto spazio amministrativo o economico, ma condizione della riproduzione della vita e possibile base di una riorganizzazione ecologica e cooperativa della società. Giacomo Becattini, attraverso il concetto di “coscienza dei luoghi”, insiste analogamente sul carattere relazionale e identitario del territorio, specialmente nei distretti produttivi italiani (Becattini, 2009). Questa linea di pensiero tende dunque a leggere il territorio non solo come supporto della valorizzazione economica, ma come possibile spazio di riappropriazione collettiva dei processi riproduttivi, sociali ed ecologici.
Parallelamente, una serie di approcci influenzati dalla genealogia foucaultiana del potere reinterpretano il territorio come tecnologia di potere. Claude Raffestin interpreta il territorio come risultato di processi di territorializzazione attraverso cui energia, lavoro e informazione vengono organizzati e controllati (Raffestin, 2022). Gilles Deleuze e Félix Guattari spostano ulteriormente il discorso introducendo i concetti di deterritorializzazione e riterritorializzazione: il territorio non è mai stabile, ma continuamente attraversato da processi che disgregano e ricompongono relazioni sociali, economiche e simboliche (Deleuze & Guattari, 1980/2017). In questa prospettiva, il capitalismo appare come una gigantesca macchina di deterritorializzazione di svariate forme di commons e delle forme vernacolari di vita, accompagnata però da continue riterritorializzazioni attraverso mercato, Stato e dispositivi di comando.
Più recentemente, la globalizzazione neoliberale e la teoria dell’urbanizzazione planetaria hanno ulteriormente trasformato il concetto di territorio. Neil Brenner e Christian Schmid sostengono che non esistano più confini chiari tra urbano e rurale: l’intero pianeta è ormai attraversato da reti logistiche, infrastrutture, corridoi energetici e catene del valore che integrano territori lontani dentro un unico processo di urbanizzazione planetaria (Brenner & Schmid, 2014). In questa prospettiva, il territorio non coincide più con una scala locale o regionale definita, ma con configurazioni multi-scalari di flussi materiali, energetici e finanziari. Il riferimento alla “campagna” in questo testo non implica dunque l’esistenza di uno spazio esterno o non urbanizzato rispetto al capitalismo contemporaneo. Al contrario, è proprio l’internalizzazione del rurale dentro l’urbanizzazione planetaria descritta da Brenner e Schmid che rende necessario interrogare nuovamente il rapporto città–campagna: non più come opposizione morfologica tra spazi separati, ma come configurazione asimmetrica delle funzioni metaboliche, riproduttive ed estrattive attraverso cui il territorio viene organizzato.
Gli studi sul metabolismo sociale, in particolare quelli di Mario Giampietro, introducono un ulteriore spostamento teorico: il territorio viene letto come configurazione metabolica multi-scala. Una città, una regione o un sistema agricolo non possono essere compresi isolatamente, ma solo attraverso i flussi di energia, materiali, lavoro e tempo di cura che li collegano ad altri territori (Giampietro, Mayumi, & Ramos-Martin, 2009). Questa prospettiva permette di vedere il territorio come nodo della riproduzione socio-ecologica e di interrogare la sostenibilità non solo in termini di efficienza interna, ma di efficacia sistemica.
Infine, le teorie dei commons e della riproduzione sociale hanno contribuito a ripensare il territorio come spazio di cooperazione e di conflitto tra differenti logiche della riproduzione. In questa linea, il territorio non è soltanto ciò che viene governato dallo Stato o organizzato dal capitale, ma anche ciò che viene continuamente prodotto, difeso e rigenerato attraverso pratiche di commoning, mutualismo e autorganizzazione sociale (De Angelis 2026, 2017). Il territorio appare così come campo di tensione tra estrazione e riproduzione della vita, tra enclosure e commons, tra autopoiesi della riproduzione del capitale e quella della cooperazione sociale.
Territorio come campo di trasformazione
Questa breve genealogia del concetto di territorio permette allora di compiere un ulteriore passaggio. Se il territorio non è semplicemente uno spazio fisico o amministrativo, ma una configurazione storica di relazioni metaboliche, infrastrutture, pratiche sociali, dispositivi di potere e capacità riproduttive, allora esso diventa inevitabilmente anche un campo di trasformazione sociale. La questione non riguarda più soltanto “che cos’è” un territorio, ma quali forze lo organizzano, quali logiche ne orientano il metabolismo, quali soggetti ne definiscono l’uso, i ritmi, le soglie e le priorità riproduttive.
Il territorio non è semplicemente uno spazio fisico, né un contenitore neutrale di attività umane. È una configurazione storica e dinamica di relazioni tra soggetti, natura e artefatti: un intreccio metabolico di corpi, infrastrutture, istituzioni, ecosistemi, pratiche, saperi e flussi materiali attraverso cui una società organizza la propria riproduzione. Ogni territorio emerge così dal confronto continuo tra differenti logiche della cooperazione sociale. Nel capitalismo contemporaneo, esso è plasmato dalla tensione e dallo scontro tra l’autopoiesi del capitale — orientata alla valorizzazione, all’estrazione e all’accumulazione — e l’autopoiesi della riproduzione sociale, orientata invece alla rigenerazione delle condizioni ecologiche, materiali, affettive e collettive della vita. (De Angelis 2026) Il territorio è dunque il campo concreto in cui queste due dinamiche si organizzano, si contendono risorse, tempi, infrastrutture e forme di vita si articolano e disarticolano, producendo configurazioni sempre instabili della cooperazione sociale.
Da questo punto di vista, i diversi approcci discussi illuminano aspetti differenti della tensione tra autopoiesi del capitale e autopoiesi della riproduzione sociale. La geografia critica e Lefebvre mostrano anzitutto come il territorio venga continuamente prodotto attraverso rapporti di accumulazione, comando e organizzazione dello spazio funzionali alla valorizzazione capitalistica. Harvey ne evidenzia ulteriormente il carattere dinamico e conflittuale: il territorio appare come configurazione instabile delle esigenze del capitale, continuamente ristrutturata attraverso sviluppo geografico diseguale, infrastrutture, urbanizzazione e spostamento delle crisi. La teoria dell’urbanizzazione planetaria rende invece visibile la scala globale di questa autopoiesi del capitale: reti logistiche, corridoi energetici, catene del valore e infrastrutture connettono territori lontani dentro un’unica organizzazione sistemica della cooperazione sociale. In questo quadro, anche territori apparentemente periferici vengono integrati come funzioni metaboliche subordinate ai centri della valorizzazione. Gli studi di Giampietro aggiungono un elemento decisivo, perché permettono di leggere tale organizzazione come metabolismo multi-scalare di energia, materiali, lavoro umano e tempo sociale. Qui emerge con particolare chiarezza il conflitto tra la logica dell’efficienza sistemica del capitale e la questione dell’efficacia della riproduzione della vita: un territorio può essere altamente efficiente nell’accumulazione e simultaneamente distruttivo rispetto ai propri equilibri ecologici e riproduttivi. I territorialisti italiani insistono invece su ciò che il territorio conserva e sedimenta oltre la pura logica della valorizzazione: memoria ecologica, saperi locali, forme cooperative, relazioni storiche tra comunità e ambiente. In questo senso, essi illuminano la possibilità che il territorio non sia soltanto supporto dell’accumulazione, ma anche base materiale di processi di riappropriazione democratica e di ricostruzione della riproduzione sociale. Le teorie dei commons e della riproduzione sociale rendono infine esplicito ciò che negli altri approcci rimane spesso implicito: il territorio non è solo ciò che il capitale organizza, ma anche ciò che le comunità continuamente producono, difendono e rigenerano attraverso pratiche di commoning, mutualismo, cura e cooperazione sociale. È qui che il territorio appare più chiaramente come campo di confronto tra due principi organizzativi antagonisti: da una parte la valorizzazione e l’espansione del valore; dall’altra la capacità collettiva di riprodurre nel tempo le condizioni ecologiche e sociali della vita.
È precisamente qui che emerge il problema politico dell’organizzazione. Se il capitale possiede una potente capacità di coordinare territori, flussi logistici, sistemi energetici, infrastrutture e soggettività dentro la propria autopoiesi sistemica dell’accumulazione, la questione della trasformazione consiste allora nel comprendere se — e come — sia possibile costruire forme di organizzazione territoriale orientate invece all’autopoiesi della riproduzione sociale. Da questa prospettiva, il territorio non appare più come semplice “contesto” dell’azione politica, ma come il terreno concreto su cui si confrontano due logiche di riproduzione: quella del valore capitalistico, che organizza territori secondo criteri di valorizzazione, estrazione e comando, e quella della riproduzione della vita, che richiede invece la rigenerazione dei commons, la compatibilità metabolica, la cooperazione multi-scalare e la capacità collettiva di prendersi cura delle condizioni ecologiche e sociali dell’esistenza.
A partire dall’approccio che sviluppo in The Pyramid and the Common, il territorio può essere compreso come una condensazione concreta di differenti livelli della cooperazione sociale. Ogni territorio intreccia infatti simultaneamente condizioni ecologiche di base — acqua, suolo, energia, ecosistemi — forme quotidiane di vita e reciprocità comunitaria, istituzioni che organizzano servizi e infrastrutture, reti economiche orientate alla valorizzazione e, infine, strutture più ampie di comando politico, finanziario e logistico che operano su scala globale. Nessun territorio è riducibile a uno solo di questi livelli: esso emerge piuttosto dalla loro interazione, dalle gerarchie che si stabiliscono tra essi e dai conflitti che continuamente li attraversano. Per questo il territorio non è mai uno spazio neutrale o semplicemente amministrativo. È una configurazione dinamica della cooperazione sociale, in cui la riproduzione della vita entra continuamente in tensione con le esigenze dell’accumulazione capitalistica. Ma proprio perché il territorio condensa queste tensioni, esso può anche diventare uno spazio di ricomposizione trasversale: un processo attraverso cui soggetti differenti — comunità rurali, reti mutualistiche urbane, commons agroecologici, cooperative energetiche, movimenti sociali, istituzioni municipali, pratiche di cura e di commoning — tentano di riarticolare il metabolismo sociale secondo priorità diverse da quelle della valorizzazione e del comando capitalistico.
La questione del territorio diventa così inseparabile dalla questione dell’organizzazione della trasformazione. Non semplicemente organizzazione “nel” territorio, ma organizzazione “del” territorio come processo che crea condizioni degne per la riproduzione sociale.
Organizzare la riproduzione sociale
Se il territorio è il campo concreto in cui si confrontano l’autopoiesi del capitale e quella della riproduzione sociale, allora la questione decisiva diventa comprendere quali caratteri debba assumere un’organizzazione capace di sostenere quest’ultima. Non si tratta semplicemente di costruire movimenti “territoriali” nel senso tradizionale del termine, né di opporre localismo a globalizzazione. Il problema è più profondo: riguarda la capacità di ricomporre processi di cooperazione sociale oggi frammentati, subordinati e resi dipendenti dalla logica del valore capitalistico.
Il secondo carattere è l’internazionalismo. Il territorio contemporaneo non coincide più con uno spazio chiuso o autosufficiente: è attraversato da filiere globali, infrastrutture energetiche, catene logistiche, flussi migratori e dipendenze ecologiche che collegano continuamente scale differenti. La stessa città “verde” europea dipende spesso da miniere africane, lavoro agricolo migrante, corridoi logistici asiatici e nuove frontiere estrattive per le tecnologie rinnovabili. Per questo una politica territoriale della riproduzione sociale non può assumere la forma di un neo-localismo autosufficiente. L’autonomia territoriale non significa isolamento, ma capacità di ridefinire relazioni di interdipendenza su basi cooperative e non estrattive. L’internazionalismo diventa allora non un’aggiunta etica, ma una necessità metabolica e politica: nessun territorio può riprodurre la vita scaricando altrove i propri costi ecologici e sociali.
Il terzo carattere riguarda la ricomposizione e la riconfigurazione della riproduzione sociale stessa. Nel capitalismo contemporaneo, la riproduzione sociale è continuamente disarticolata: il tempo della cura viene subordinato al tempo del lavoro salariato; la produzione alimentare è separata dai territori che consumano il cibo; l’energia è concentrata in sistemi centralizzati; la logistica organizza territori secondo criteri di velocità e valorizzazione; la città concentra funzioni decisionali mentre le campagne vengono ridotte a spazi funzionali o sacrificabili. Il territorio è allora il luogo concreto in cui il sistema scarica, distribuisce o concentra i costi ecologici e sociali della propria riproduzione.
Organizzare l’autopoiesi della riproduzione sociale significa invece tentare di riarticolare questi circuiti secondo criteri differenti: maggiore compatibilità metabolica tra attività umane ed ecosistemi; rigenerazione ecologica; riequilibrio del tempo sociale; capacità diffuse di cura; rafforzamento dei commons energetici e alimentari; cooperazione multi-scalare tra territori; accesso condiviso alle risorse sociali, ai servizi fondamentali e alle condizioni materiali della vita. Non si tratta di immaginare territori autosufficienti o chiusi, ma di trasformare l’orientamento e il grado delle interdipendenze territoriali: riducendo le forme distruttive di subordinazione metabolica, accorciando dove possibile le distanze ecologicamente e socialmente insostenibili, e costruendo reti di cooperazione capaci di sostenere la riproduzione della vita senza scaricarne sistematicamente i costi altrove.
Qui la distinzione tra efficienza ed efficacia diventa cruciale. La città capitalistica contemporanea può essere estremamente efficiente: densità urbana, ottimizzazione logistica, smart grids, edifici energeticamente performanti, flussi just-in-time. Ma questa efficienza riguarda il funzionamento interno di un sottosistema organizzato per accelerare la valorizzazione del capitale. Dal punto di vista della riproduzione complessiva della vita, tale sistema può essere profondamente inefficace. Una metropoli può ridurre i consumi energetici interni e allo stesso tempo aumentare la propria dipendenza da territori lontani devastati dall’estrazione mineraria, dall’agrobusiness o dalla produzione manifatturiera. Può apparire “smart” mentre intensifica la precarizzazione del lavoro riproduttivo e la distruzione ecologica altrove. L’efficienza capitalistica tende infatti a misurare il rapporto tra input e output all’interno di un circuito di valorizzazione; l’efficacia della riproduzione sociale riguarda invece la capacità di un sistema territoriale di rigenerare nel tempo le condizioni ecologiche, materiali e relazionali della vita. Da questo punto di vista, l’organizzazione della trasformazione territoriale non può limitarsi a correggere gli effetti più distruttivi del metabolismo capitalistico. Deve intervenire sui criteri stessi attraverso cui il territorio viene organizzato, cosí come posto da molteplici lotte. Significa spostare il baricentro della cooperazione sociale dalla valorizzazione alla riproduzione; significa restituire capacità decisionale ai commons territoriali; significa ricostruire circuiti metabolici che riducano dipendenze distruttive senza cadere nell’autarchia; significa articolare istituzioni, movimenti e pratiche capaci di sostenere processi di riequilibrio territoriale nel lungo periodo.
In questo senso, la questione dell’organizzazione non riguarda soltanto il coordinamento politico di soggetti esistenti, ma la produzione di nuove configurazioni territoriali della cooperazione sociale. La riproduzione sociale non può essere semplicemente “amministrata”: deve essere continuamente prodotta attraverso reti, conflitti, istituzioni comuni, pratiche di cura e forme di pianificazione democratica capaci di orientare il metabolismo territoriale verso la rigenerazione della vita piuttosto che verso l’espansione illimitata del valore.
Una trasformazione territoriale fondata sulla riproduzione sociale non riguarda soltanto flussi, infrastrutture e istituzioni. Riguarda anche il tempo. Ogni territorio è infatti una configurazione temporale: un intreccio di ritmi biologici, logistici, produttivi, affettivi, ecologici e sociali che possono entrare in risonanza oppure in conflitto. Il capitalismo contemporaneo organizza il territorio accelerando alcuni tempi — quelli della valorizzazione, della finanza, della logistica, della circolazione delle merci e dei dati — mentre comprime o rende invisibili altri tempi fondamentali: il tempo della cura, della rigenerazione ecologica, della formazione dei legami sociali, della fertilità del suolo, della riproduzione quotidiana della vita. Da questo punto di vista, la crisi territoriale appare anche come una crisi di sincronizzazione tra i tempi della valorizzazione e i tempi della riproduzione sociale ed ecologica.
La città contemporanea è forse l’espressione più evidente di questa desincronizzazione. Essa concentra velocità, connessioni, intensità operative e capacità di coordinamento sistemico; ma lo fa spesso consumando più rapidamente di quanto riesca a rigenerare. La logica del just-in-time, delle piattaforme, della mobilità continua e dell’accelerazione competitiva produce territori estremamente efficienti dal punto di vista della circolazione del valore, ma profondamente inefficaci rispetto alla qualità della vita. Il tempo urbano del capitale tende infatti a divorare il tempo necessario alla riproduzione sociale: tempo per abitare, per prendersi cura, per costruire relazioni, per mantenere ecosistemi complessi, per apprendere cooperazione. Organizzare territorialmente l’autopoiesi della riproduzione sociale significa allora anche tentare una riarticolazione dei ritmi territoriali: ricostruire compatibilità temporali tra metabolismo umano, metabolismo sociale e metabolismo ecologico.
Questo processo non può però essere pensato come armonico o lineare. Il territorio è attraversato da conflitti permanenti sui criteri stessi attraverso cui viene organizzata la vita collettiva. Le stesse transizioni ecologiche rischiano continuamente di trasformarsi in nuove forme di enclosure territoriale: la città smart può intensificare sorveglianza e comando; la transizione energetica può creare nuove zone di sacrificio; le piattaforme cooperative possono essere riassorbite dentro circuiti competitivi; la retorica della resilienza può diventare una tecnica di adattamento alla crisi senza trasformarne le cause strutturali. Ne consegue che il territorio non è semplicemente uno spazio da rigenerare, ma un campo di lotta per il controllo dei criteri di efficacia: una contesa su ciò che conta come riproduzione sociale, una contesa sulla misura delle cose, cioè dei come, dei quando, dei quanto, dei dove e dei perché della cooperazione sociale, su quali metabolismi debbano essere sostenuti e su quali debbano invece essere limitati.
Il futuro del Sudan dipende dalla capacità dei CR di trasformare la sopravvivenza in autogoverno stabile, e dall’abilità dei movimenti internazionali di proteggere questo esperimento rivoluzionario dalle interferenze esterne. Come dice un attivista: “Non chiediamo uno Stato migliore. Vogliamo una società diversa.”
Soggettività, desiderio e forme di vita
Qui emerge anche la questione della soggettività. Ogni organizzazione territoriale produce infatti specifiche forme di esperienza, percezione e desiderio. Il territorio capitalistico non organizza soltanto infrastrutture e flussi materiali: organizza modi di sentire, aspettative, ritmi cognitivi e relazioni sociali. Intende produrre soggetti adattati alla competizione, alla velocità, alla scarsità artificiale, alla dipendenza sempre più estesa dai circuiti mercantili. Da questo punto di vista, una trasformazione territoriale orientata sulla riproduzione sociale implica anche la produzione di nuove sensibilità metaboliche: nuove capacità di percepire interdipendenze ecologiche, nuove competenze cooperative, nuove forme di attenzione verso la cura, il tempo e i commons. Non si tratta semplicemente di “cambiare modello di sviluppo”, ma di trasformare i modi attraverso cui gli esseri umani apprendono a stare dentro reti di cooperazione sociale ed ecologica.
Nel quadro che sviluppo nel mio The Pyramid and the Common, questo significa riconoscere che ogni territorio è attraversato simultaneamente da differenti domini di valore — relazionale, d’uso, di scambio e di comando — che tendono continuamente a entrare in tensione. L’organizzazione territoriale del capitale tende a subordinare tutti questi domini alla valorizzazione per il profitto; ma proprio questa subordinazione produce continuamente crisi della riproduzione sociale ed ecologica. L’autopoiesi della riproduzione sociale può allora essere intesa come la capacità collettiva di riarticolare e riordinare tali domini di valore secondo priorità differenti: rigenerazione della vita, sostenibilità metabolica, cura, reciprocità, cooperazione multi-scalare.
Ciò apre inevitabilmente la questione della scala. Il territorio contemporaneo è sempre multi-scalare: reti energetiche globali, filiere logistiche transnazionali, sistemi alimentari regionali, infrastrutture digitali e processi ecologici locali si intrecciano continuamente. La trasformazione territoriale non può quindi limitarsi alla scala locale, ma non può nemmeno essere imposta dall’alto attraverso dispositivi centralizzati di pianificazione. Il problema non è scegliere tra locale e globale, ma costruire articolazioni non gerarchiche tra scale differenti. Da questo punto di vista, l’organizzazione della riproduzione sociale richiede istituzioni policentriche, federazioni di commons, convergenze tra movimenti, reti cooperative e processi decisionali capaci di coordinare livelli diversi senza assorbirli dentro un unico centro di comando.
Oltre la dicotomia: verso territori della riproduzione sociale
La trasformazione territoriale implica allora non una fuga dalla città, ma una riconfigurazione delle forme di vita che oggi la città concentra e monopolizza. Significa riordinare territorialmente capacità cooperative, infrastrutture culturali, accesso ai servizi, intensità relazionali e possibilità creative dentro configurazioni più policentriche, metabolicamente compatibili e orientate alla riproduzione della vita.
Infine, una riflessione territoriale realmente trasformativa deve confrontarsi con il desiderio e con le forme di vita prodotte tanto dalla città quanto dalla campagna contemporanea. Le metropoli non sono soltanto luoghi di alienazione, sfruttamento e devastazione ecologica. Sono anche spazi di incontro, intensità, anonimato, differenza, invenzione culturale e possibilità relazionale. La città è stata storicamente desiderata anche perché rompeva chiusure comunitarie, rigidità tradizionali e vincoli localistici. Ma sarebbe un errore immaginare che solo la città incarni oggi la modernità, mentre la campagna rappresenterebbe un semplice “fuori” residuale o arcaico.
Anche gran parte delle campagne contemporanee è ormai pienamente dentro l’urbanizzazione capitalistica. Le campagne sono attraversate da logistica, piattaforme digitali, agribusiness, mobilità forzata, lavoro precario, infrastrutture energetiche e dipendenza dai circuiti metropolitani del valore. Molti territori rurali vivono una forma particolare di urbanizzazione subordinata: perdita di servizi essenziali, spopolamento, dipendenza dall’automobile, rarefazione delle relazioni sociali, desertificazione commerciale, precarizzazione del lavoro agricolo e trasformazione del paesaggio in funzione delle esigenze esterne della metropoli o delle catene globali. In questo senso, anche la “campagna” contemporanea porta dentro di sé i segni della crisi urbana: isolamento, estrazione, frammentazione sociale e subordinazione metabolica. E tuttavia, proprio nei territori rurali sopravvivono spesso — o possono essere ricostruite — forme di relazione con il tempo, con gli ecosistemi e con la cooperazione sociale meno subordinate ai ritmi accelerati della valorizzazione capitalistica. Non perché la campagna custodisca automaticamente un’autenticità perduta, ma perché la minore densità infrastrutturale e la maggiore prossimità ai processi ecologici possono aprire spazi per pratiche differenti di cura, mutualismo, commoning, autonomia energetica e produzione agroecologica. La questione non è allora opporre città e campagna come modelli antagonisti di civiltà, ma comprendere come entrambe possano essere trasformate dentro una diversa organizzazione territoriale della riproduzione della vita.
Per questo una politica territoriale della riproduzione sociale non può limitarsi a trasformare i centri urbani, né immaginare semplicemente un ritorno nostalgico alla ruralità. La questione è più complessa: come preservare apertura, mescolanza, creatività e libertà senza riprodurre il metabolismo estrattivo e accelerato della metropoli capitalistica? Il problema che abbiamo davanti riguarda la trasformazione simultanea delle forme di vita urbane e rurali, entrambe oggi organizzate secondo criteri di valorizzazione, accelerazione ed estrazione. Non si tratta di opporre la “buona campagna” alla “cattiva città”, ma di ripensare il territorio come un continuum socio-ecologico e cooperativo dentro cui città, campagne, periferie, aree interne e infrastrutture possano essere riconfigurati secondo priorità differenti.
Dal punto di vista della riproduzione sociale, ciò significa riarticolare non solo risorse materiali, ma anche capacità di vita: accesso ai servizi, infrastrutture culturali, mobilità, possibilità cooperative, cura, educazione, sanità, connessioni sociali, autonomia energetica e alimentare. Una trasformazione territoriale orientata alla continuitá ecologica e sociale della vita collettiva implica quindi la costruzione di territori policentrici e metabolicamente compatibili, in cui né la città concentri monopolisticamente funzioni, opportunità e potere, né le campagne vengano ridotte a semplici spazi funzionali o sacrificabili.
In questo senso, il territorio non è né il residuo nostalgico di un mondo perduto né il semplice supporto tecnico della pianificazione ecologica. È il campo concreto in cui si decide se l’organizzazione sociale continuerà a essere subordinata all’autopoiesi del capitale oppure se sarà possibile costruire forme di cooperazione capaci di sostenere, rigenerare e trasformare la vita collettiva nel tempo. Il territorio diventa così il nome concreto del problema politico fondamentale del nostro tempo: chi e come si organizza la riproduzione della vita, secondo quali criteri, attraverso quali relazioni sociali e dentro quali limiti ecologici. La riflessione sul territorio va dunque in parallelo con la riflessione sull’organizzazione di una nuova forza trasformatrice della cooperazione sociale.
Riferimenti Bibliografici
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