Neo-apocalittismo e vecchi descrittori. Il linguaggio come territorio di colonizzazione post-politica.
Lorenzo Brunello, Criticity
Mai come oggi è stato tanto usato l’incipit “mai come oggi”.
Al crescere degli impatti delle varie crisi interconnesse, ma soprattutto nidificate (Salar Mohandesi, 2020), pare che crescano anche i toni pubblici di remissività e rassegnazione alla catastrofe. I catastrofismi non sono certo affare nuovo, ma è essenziale prenderli in considerazione per comprendere se e perché è giusto considerare le crisi interconnesse come prodotti dell’economia politica e non come esito di un’inerzia ineludibile del mondo.
In una recensione al recente libro di Agostino Petrillo Medusa. Figure politiche dell’apocalittismo contemporaneo (Derive e Approdi, 2025), Gabriele Pasqui argomenta come il libro “lavora proprio allo smascheramento dei presupposti impliciti di quello che chiama «apocalittismo diffuso», evidenziandone l’oscillazione tra una prospettiva (quella della colpa del genere umano, della vendetta della natura e così via) che potremmo senza difficoltà identificare come religiosa e un insieme di discorsi largamente ascrivibili al campo della tecnoscienza, seppure nelle sue versioni più sfiduciate nei confronti delle possibilità di una concreta azione rimediale che possa salvare il pianeta. Cosa accomuna dunque queste diverse flessioni dell’apocalittismo? In una parola: la depoliticizzazione, ossia la rinuncia a riconoscere le radici politiche, economiche e sociali della drammatica condizione che il cambiamento climatico e i disastri ecologici ci stanno consegnando come destino collettivo.” Gabriele Pasqui conclude la recensione con un invito a “ripoliticizzare la questione ecologica sospettando di ogni apocalittismo “naturalizzante” e di ogni soluzione palingenetica di carattere tecnologico”.
Cosa c’entra la condizione post-politica con l’apparente incapacità di trovare alternative reali e credibili all’attuale modello di sviluppo?
La prospettiva epistemica dalla quale si scrive, è quella del Design o, in maniera più sofisticata, delle culture del progetto. Per chi opera al di fuori di questo ambito disciplinare, può risultare difficile comprendere come il Design ambisca a configurarsi come una disciplina capace di estendere il proprio raggio d'azione ben oltre gli ambiti a cui viene comunemente associato, quali la progettazione di prodotti, artefatti grafici e interfacce. E forse non è neanche facile capire perché una consistente ma pur sempre minoritaria nicchia del mondo della ricerca (a sua volta nicchia della disciplina) lo pretenda. Il Design sta vivendo ormai da almeno un paio di decenni, una stagione di crisi esistenziale: afferma di non essere ridotto a mera competenza di progettazione legata al mercato (dal prodotto alla sua comunicazione, dagli artefatti materiali o digitali al loro marketing), ma pretende invece di essere riconosciuto come disciplina in grado di navigare e orientare la complessità, incluse le correzioni del mondo corrotto. Ciò in particolare proprio nel campo della Ricerca nel Design. Quello che accade ad una disciplina che tende ad autorappresentarsi differentemente da come viene percepita (a ragione) al di fuori del proprio campo di applicazione pratico, non può che condurre ad una crisi dell’autorappresentazione, e quindi della sua pratica, ovvero del suo impatto reale sul mondo.
È curioso come nella ricerca, nel giro di poco più di un decennio, si sia assistito ad un proliferare di veri e propri labels disciplinari. Per citarne solo alcuni: ‘Human-Centered-Design’, ‘Pluriversal Design’; ‘More-than-Human-Design’; ‘Nature-oriented-Design’; ‘Transition Design’; ‘Eco-Social Design’; e ancora molte altre keywords che tendenzialmente alludono alle stesse precondizioni scaturenti e ad approcci facilmente sovrascrivibili. Tali labels della ricerca non ci devono sorprendere. Anziché considerarli come frutto di sensibilità crescenti, dovremmo forse iniziare a considerarli come il naturale sintomo della nostra disciplina; non tanto per come è stata concepita, ma piuttosto per come è riuscita a ricavare un ruolo di rilievo (tutt’altro che positivo) nel mondo che oggi abitiamo.
Infatti, se si prova a ripercorrere superficialmente e grossolanamente la genealogia dell’evoluzione del design come campo disciplinare consapevole, ci è possibile mettere in evidenza alcuni presupposti disciplinari ontologici, che possiamo inscrivere all’interno di un discorso generalizzabile sul “peccato originale” del Design. Esso infatti nasce proprio in seno ad un modello di sviluppo ampiamente riconosciuto come responsabile dei ‘wicked problems’ del nostro tempo: estrattivismo, sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura, colonialismo, ecc.: il Capitalismo, o Economia di Mercato. La storica complicità tra Design come disciplina, organizzazione capitalistica della produzione e cultura dei consumi non si esaurisce nelle pratiche industriali e commerciali del XX secolo, ma, come anticipato, si manifesta analogamente nella continuità e compatibilità tra ricerca accademica contemporanea e cultura dei consumi, a prescindere dai gradi di consapevolezza. Alla tradizionale articolazione tra ottimizzazione dei processi produttivi (Industrial Design) e valorizzazione simbolica della forma-merce (Product and Interior Design, and Communication Design applicato al marketing) si aggiunge oggi una frammentazione del campo della ricerca che coincide con vere e proprie logiche di branding epistemico: l’esplosione di etichette, delle labels. Questa tendenza figlia del marketing, piuttosto che produrre comunità epistemiche robuste, ha assecondato la produzione di micro-mercati di idee che competono coerentemente nel ‘mercato’ della ricerca secondo logiche di attrattività e visibilità, nonostante le sensibilità, i principi, i metodi, gli obiettivi e gli impatti desiderati spesso coincidano.
Questa manifesta pretesa di cambiamenti a parole anche ‘radicali’ e ‘sistemici’, confligge goffamente con la condizione post-politica che relega la disciplina del Design a cosmesi del Reale.
Nella grande maggioranza delle esperienze pratiche, il pensiero progettuale opera, suo malgrado o col suo benestare, entro un orizzonte di senso post-politico (Swyngedouw, 2007; Mouffe, 1999), ovvero in un contesto culturale e ideologico in cui ambizioni e capacità di impatto si limitano ad intervenire sugli effetti delle disfunzioni sistemiche, non potendo contribuire a mitigare le cause o a sovvertire gli ordini dati. La condizione post-politica descrive un contesto in cui la politica come campo di confronto, conflitto o negoziazione viene progressivamente tradotta in amministrazione e pacificazione, dove le tensioni sociali e i conflitti, anziché costituire l’ossatura del confronto democratico tendono a essere neutralizzati e inquadrati come problemi tecnici da gestire. Nelle scienze sociali, con la categoria di post-politico, generalmente riferita alle liberal-democrazie del nord globale, ci si riferisce a processi di amministrazione tecnocratica del dissenso, in cui il conflitto tende a essere anticipato e disinnescato attraverso dispositivi che producono consenso apparente, ma millantando pluralità e rappresentanza. È così che il discorso del design in relazione al cambiamento (dunque, del Design ‘gettato’ nel tempo) si limita spesso ad un’estensione controllata del presente, autolimitando la capacità collettiva di immaginare e negoziare alternative reali a strutture e ordini sociali dati (Swyngedouw & Wilson, 2014; Hartog, 2020).
Si tratta di un movimento analogo a quello che accade nella lettura dei fenomeni di crisi contemporanei e nei programmi progettuali che apparentemente dovrebbero rappresentare delle controtendenze. Quante volte ci è capitato di ritrovare all’interno di programmi molto soft (per essere gentili) termini come ‘decolonialità’, ‘trasformazione radicale’, ‘sostenibilità’, ‘transizione’, e così via?
Nel ‘Breve manuale per una gentrificazione carina’ (Mimesis, 2023), Giovanni Semi, antropologo urbano che tra i primi si è occupato del tema della gentrification nel nostro paese, ricorre ad un linguaggio ridicolizzante ma assolutamente compatibile con quello preteso dai Bandi pubblici e filantropici, dallo storytelling dei progetti di rigenerazione urbana, ma anche da una parte consistente della consulenza strategica e della cosiddetta innovazione sociale, che si muovono all'intersezione tra settore pubblico, fondazioni e terzo settore. Un lessico popolato da parole come attivazione, comunità, creatività, resilienza, inclusione e partecipazione, che tende a presentare trasformazioni urbane che difficilmente sfidano lo status quo attraverso una narrazione salvifica. Nel suo testo, sciorina in modo da far vergognare i più tutti i termini e i lessici che ricorrono negli storytelling anche dei più osceni e criminali progetti di trasformazione urbana orientati all’estrazione di valore. Valore, che non c’è bisogno di dirselo, sottratto alla ‘Cosa Pubblica’.
Da questo punto di vista, di fronte ad una tale ed evidente ipocrisia narrativa (che peraltro contribuisce ad alimentare la rassegnazione e la sfiducia nell’idea di un mondo diverso), Stefano Portelli, Lucia Tozzi e Luca Rossomando ricorrono all’interno de ‘Le nuove recinzioni: città, finanza e impoverimento degli abitanti’ (Carocci Editore, 2023), all’uso del concetto di ‘nuove recinzioni’, per indicare quali sono gli asset di estrazione finanziaria agiti sulle piattaforme urbane. Di questo testo sono preziose, oltre alle dinamiche descritte su tre casi di studio italiani, le riflessioni su come il capitalismo finanziario, così come forme più becere di speculazione immobiliare, siano oggi abili nel ricorrere a linguaggi e discorsi che autodescrivono la bontà dei progetti, negando, omettendo e goffamente mimetizzando la propria natura rapace.
A cosa ci troviamo di fronte? Si tratta di un vero e proprio furto di descrittori nati in altri contesti, con altre finalità e pensati per un diverso modo di pretendere il futuro.
Il punto non riguarda l'esistenza di concetti incontaminati. I linguaggi politici sono sempre stati oggetto di appropriazione e contesa. Rimane però significativo che descrittori nati per dare un nome alle strutture di dominio e sfruttamento, alle disuguaglianze e alle crisi del nostro tempo, così come alle possibilità della loro trasformazione, vengano oggi mobilitati anche da soggetti che contribuiscono alla loro riproduzione.
Questo furto è agito tanto dagli operatori finanziari che si pappano metricubi di città al minuto, quanto da quei ricercatori e practitioner che, annaspando nella precarietà, sono costretti a fare proprie queste labels che garantiranno loro la sopravvivenza all’interno di un mondo abile a sottrarre alle forze di resistenza anche i vecchi descrittori, ormai svuotati attraverso l’uso comune e l’inflazione di qualsiasi senso. E dato che l’estrattivismo passa anche per la cooptazione dei lessici e dei linguaggi, oltre che dei luoghi e delle pratiche, il linguaggio rappresenta evidentemente un nuovo territorio di estrazione in via di colonizzazione.
Chi scrive non è esente a questo tipo di accusa. Anzi, ci è possibile farlo notare proprio perché ci troviamo pienamente all’interno di quel cul-de-sac che progettazione e ricerca raccontano di sé, disattendendolo troppo spesso nella pratica.
Qual è la nostra missione come progettisti? Abbandonare lessici radicali per non contribuire al loro svuotamento di significato? O forse, più auspicabilmente, impiegare dati lessici in maniera critica e orientata ad una trasformazione concreta e radicale del nostro mondo, dunque (da dialettici quali siamo) del nostro modello di sviluppo.
Nel complesso e faticoso viaggio verso una transizione ecologica seria ed una giustizia sociale vera, il nostro ruolo non può che essere quello di recuperare i descrittori depauperati ma tutt’altro che inservibili, e rendere giustizia alle realtà che veramente operano verso la costruzione di un mondo più giusto, riconoscendo che è lì che sono nati certi concetti, e che solo dal dialogo con quelle esperienze è possibile perseguire un mondo più giusto.
Mai come oggi appare quindi necessario recuperare le nozioni fondamentali con cui è possibile descrivere il mondo e ciò che lo minaccia, interrogando criticamente le categorie e i presupposti che orientano il nostro modo di comprendere e trasformare la realtà.
Bibliografia
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Mohandesi, S. (2020). Crisis of a new type. Viewpoint Magazine, 13
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Mouffe, C. (1999). Deliberative democracy or agonistic pluralism? Social Research, 66, 745–758
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Pasqui, G. (2025). Recensione a Medusa. Figure politiche dell'apocalittismo contemporaneo di Agostino Petrillo. (https://www.casadellacultura.it/1635/-apocalittismo-no-meglio-la-politica)
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Petrillo, A. (2025). Medusa. Figure politiche dell'apocalittismo contemporaneo. DeriveApprodi
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Portelli, S., Rossomando, L., & Tozzi, L. (2023). Le nuove recinzioni: Città, finanza e impoverimento degli abitanti. Carocci
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Semi, G. (2023). Breve manuale per una gentrificazione carina. Mimesis
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Swyngedouw, E. (2007). The post-political city. In Urban Politics Now (pp. 58–76)
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Swyngedouw, E., & Wilson, J. (2014). The Post-Political and Its Discontents. Edinburgh University Press