Territori algoritmici e infrastrutture militanti

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Ogni ciclo di lotte è costretto a confrontarsi con la sua capacità, o incapacità, di produrre infrastrutture. Alcune sono fatte di spazi e corpi – come luoghi riappropriati, reti contro-logistiche, collettività strutturate – altre sono comunicative, ovvero dispositivi capaci di far circolare parole d’ordine, immagini, affetti, pratiche. Quando queste infrastrutture mancano, i movimenti rischiano di esistere come fiammate solo nel momento della loro esplosione, senza riuscire a sedimentare forza, memoria o organizzazione. La tesi di questa proposta di vettore è a suo modo semplice: il campo della comunicazione digitale si pone come uno dei principali territori del conflitto politico contemporaneo, e la quasi totale assenza di infrastrutture mediatiche militanti rappresenta una delle debolezze strategiche più evidenti dei movimenti, sia nella loro capacità narrativa che nella più ampia necessità generativa. Superare la dicotomia “reale/digitale” oggi diviene prerequisito essenziale per l’efficacia delle lotte in un battleground, un territorio inevitabilmente ibrido.

Se mai lo fossero state, negli ultimi anni le piattaforme digitali hanno smesso di essere semplici strumenti di connessione. Sono diventate veri e propri ambienti territoriali: spazi governati da algoritmi proprietari, attraversati da flussi logistici di dati, organizzati secondo criteri di valorizzazione economica e controllo politico. Facebook, TikTok, Instagram, X o YouTube non sono “piazze virtuali”, ma infrastrutture private che modellano la visibilità, orientano l’attenzione e determinano quali soggettività possano emergere e quali invece vengano marginalizzate o neutralizzate. Infrastrutture ambivalenti, che per loro stessa natura necessitano della “partecipazione” di massa. A differenza delle infrastrutture rigide del passato, i social media sono by design porosi e in continua evoluzione, e facendo profitto sulla produzione di picchi di attenzione e visibilità sono in qualche misura “costretti” talvolta a dare visibilità anche a contenuti e fenomeni radicali. Un’ambivalenza che, pur essendo chiaramente piattaforme proprietarie, essendo di fatto divenute infrastrutture della vita sociale le rende qualcosa di diverso da, ad esempio, un giornale o una rete televisiva privata rispetto al tipo di contenuti che circolano. Proprio questi elementi hanno reso negli ultimi 15 anni i social media anche uno strumento di organizzazione delle lotte (si veda Nick Dyer-Witheford, Jaime Brenes Reyes and Michelle Liu, La logistica delle rivolte, in Into the Black Box (a cura di), Capitalismo 4.0. Genealogia della rivoluzione digitale, Meltemi, Milano, 2021).

Dentro questi territori si è prodotta negli ultimi dieci anni una delle principali avanzate politiche globali, ossia quella delle nuove destre. Dal trumpismo alla così detta “internazionale nera”, la capacità dei neofascismi di costruire ecosistemi comunicativi reticolari (fatti di influencer, podcaster, streamer, meme pages, pseudo-giornalismo, gruppi e canali di propaganda e appartenenza) ha permesso loro di occupare stabilmente il campo della produzione simbolica. Non si tratta semplicemente di “uso dei social”, ma della costruzione di vere infrastrutture di egemonia culturale dentro gli spazi digitali contemporanei. Al contrario, dando uno sguardo alla nostra parte, osservando i movimenti sociali, appare evidente come si sia progressivamente smarrita la capacità – e la volontà? – di organizzare un contro-utilizzo della comunicazione. Eppure, abbiamo una ricca genealogia da cui fa ri-partire un ragionamento del genere, composta dalle radio libere degli anni Settanta, le televisioni di movimento, Indymedia durante il ciclo no-global, fino al primo utilizzo organizzativo dei social network nelle rivolte e nei movimenti degli anni Dieci. In tutti questi casi la comunicazione non funzionava come semplice rappresentazione delle lotte, ma come loro estensione materiale. Le infrastrutture mediatiche servivano a coordinare, amplificare, generalizzare conflitti.

Durante le mobilitazioni del “Blocchiamo tutto” contro il genocidio in Palestina e contro l’economia di guerra, centinaia di migliaia di persone hanno attraversato scuole, università, stazioni, porti, autostrade. Blocchi diffusi, cortei, occupazioni e pratiche di sabotaggio hanno prodotto una rottura temporanea della normalità. Tuttavia, a fronte di questa incredibile capacità di mobilitazione, è mancata l’emersione di un tessuto infrastrutturale all’altezza del processo, capace di fornirgli durata, consistenza. Le lotte hanno circolato soprattutto attraverso la mediazione di giornali, televisioni o piattaforme, incapaci o indisponibili a restituire la composizione reale del conflitto. E hanno avuto un andamento tipico dei social media, con un momento di estremo hype scemato in fretta. Mentre il capitale investe enormemente nella costruzione di infrastrutture algoritmiche e dispositivi di cattura dell’attenzione, i movimenti continuano spesso ad abitare il digitale in modo residuale, frammentato o puramente difensivo. Ma il problema non riguarda soltanto la “narrazione”. Chiama in causa l’organizzazione stessa. Se il territorio contemporaneo è sempre più attraversato da piattaforme, reti logistiche e sistemi di estrazione dei dati, allora anche l’inchiesta militante deve imparare a muoversi dentro questi spazi. Questo significa assumere la comunicazione come terreno strategico e non ornamentale. Costruire efficacia mediatica oggi non vuol dire semplicemente produrre contenuti “di movimento”, ma sperimentare forme di organizzazione capaci di attraversare l’ecosistema digitale esistente senza subirlo passivamente. Significa articolare forme e linguaggi differenti quali siti, podcast, video brevi, archivi, newsletter, meme, inchiesta e presenza algoritmica dentro una logica reticolare. Significa anche interrogare criticamente le possibilità aperte dall’intelligenza artificiale e dagli strumenti di automazione, senza limitarsi a una postura moralistica o apocalittica.

Il punto non è inseguire le piattaforme sul terreno dell’efficienza comunicativa. È costruire dispositivi che permettano alle lotte di riconoscersi, sedimentarsi e diffondersi. Se il capitale utilizza gli algoritmi per normalizzare guerra, precarietà e impoverimento, il problema diventa capire come contro-utilizzare quelle stesse infrastrutture, oppure come costruirne di autonome e cooperative. Un possibile terreno di ricerca e intervento riguarda allora la relazione tra territorio fisico e territorio algoritmico. Come si organizzano oggi le lotte quando la loro visibilità dipende da piattaforme private? Quali forme di composizione politica emergono nei passaggi tra piazza e feed? In che modo le infrastrutture digitali ridefiniscono la geografia stessa dei conflitti, la loro durata, la loro capacità di contagio?

Forse uno dei compiti politici dei prossimi anni sarà proprio questo: ricostruire infrastrutture militanti capaci di abitare il territorio contemporaneo nella sua dimensione simultaneamente urbana, logistica e digitale. A partire dallo sviluppo di nuove modalità di inchiesta sociale alla sperimentazione di forme di organizzazione “blended”, dal controutilizzo dell’AI alla capacità di tutela collettiva dei nostri dati sensibili. Non per raccontare il conflitto dall’esterno, ma per renderlo più generalizzabile ed efficace, dall’interno.

Copertina del primo numero di Teiko