Il Sudan al crocevia dell’Impero - Rivoluzione, controrivoluzione e le ambizioni sub-imperiali degli Emirati Arabi Uniti

Abu Hureirah

Fonte originale: Sudan at the crossroads of empire.

Introduzione

Il Sudan si trova oggi a un crocevia critico, non soltanto per il proprio destino nazionale, ma anche per la più ampia configurazione di potere che definisce l’Africa e il Medio Oriente. La guerra in corso tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) non è una mera lotta interna per il potere, ma riflette la collisione di due progetti imperiali: quello ereditato dal colonialismo britannico-egiziano e quello emergente dell’espansionismo del Golfo, incarnato principalmente dagli Emirati Arabi Uniti. Entrambe le forze militari rivendicano il patriottismo, ma servono interessi che trascendono i confini del Sudan. La SAF, sotto il comando del generale Abdel Fattah al-Burhan, è sostenuta da Egitto e in parte dall’Arabia Saudita, mirando a preservare un ordine regionale tradizionale incentrato sulla sovranità statale e sul controllo militare.

La RSF, guidata da Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti, funge invece da veicolo per l’accumulazione e la proiezione del capitale del Golfo, operando in stretta collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti, la cui influenza economica e militare si estende sempre più nell’Africa orientale.

La guerra in Sudan non può quindi essere compresa come un conflitto isolato, ma come il riflesso di tensioni globali tra forme diverse di imperialismo, capitalismo militare e sfruttamento delle risorse. Essa rivela la natura ibrida dello Stato sudanese — un’entità plasmata da secoli di estrazione coloniale, militarizzazione e dipendenza economica — e l’emergere di nuovi attori che cercano di ridefinire i confini dell’impero nel XXI secolo. Questa analisi esamina il Sudan come un caso emblematico del modo in cui i processi di rivoluzione e controrivoluzione si intrecciano con le logiche dell’accumulazione globale, del sub-imperialismo e delle relazioni tra centro e periferia. Per comprendere la crisi attuale, è necessario situarla nel lungo arco della storia economica e politica del Sudan — dalle sue origini coloniali alla sua posizione contemporanea come teatro di conflitto tra potenze regionali e globali.

Estrazione coloniale – Fondamenti storici dello sfruttamento e della rivolta

La storia moderna del Sudan è inseparabile dal progetto coloniale britannico-egiziano, che riorganizzò la società e l’economia sudanese per servire le esigenze dell’impero. Dopo la riconquista anglo-egiziana del 1898, il Sudan fu governato come un “Condominio”, ma in pratica funzionava come una colonia britannica. L’amministrazione imperiale implementò un sistema di sfruttamento economico fondato sulla produzione di materie prime, in particolare il cotone, per alimentare l’industria tessile britannica.

La costruzione del Canale Gezira e la creazione del Gezira Scheme negli anni Venti trasformarono vaste aree del Sudan centrale in campi agricoli irrigati. Sebbene il progetto fosse presentato come un’iniziativa di sviluppo, il suo vero scopo era garantire un approvvigionamento stabile di cotone a basso costo per il Regno Unito. La popolazione rurale sudanese fu inquadrata in un’economia di lavoro coercitivo e di dipendenza, che arricchiva gli amministratori coloniali e i commercianti britannici. Il controllo sulle risorse e sulla terra divenne il fondamento del dominio politico coloniale. Le autorità britanniche imposero un sistema amministrativo che divideva le popolazioni “del Nord” e “del Sud”, non solo geograficamente ma anche culturalmente e religiosamente. Attraverso politiche note come la Southern Policy, il colonialismo britannico istituzionalizzò la separazione etnica e regionale, ponendo le basi per futuri conflitti civili. La struttura dello Stato sudanese post-coloniale ereditò questa logica di estrazione e controllo. Dopo l’indipendenza nel 1956, le élite urbane e militari di Khartoum sostituirono gli amministratori britannici, ma mantennero la stessa economia centrata sull’estrazione: le periferie continuavano a fornire risorse — agricole, minerarie e umane — al centro politico ed economico. Il modello coloniale di sfruttamento fu quindi nazionalizzato, non abolito. Questo sistema creò un’economia duale: da un lato, un settore urbano e statale legato ai mercati globali; dall’altro, un’economia rurale marginalizzata, privata di infrastrutture e servizi. Le conseguenze sociali di questa struttura divennero la base materiale per successive rivolte e movimenti di resistenza. La marginalizzazione delle regioni periferiche — Darfur, Kordofan, il Sud Sudan e le aree orientali — alimentò cicli di insurrezione che segnarono tutta la storia moderna del Paese.

Capitalismo militare e Stato della rendita securitaria (1958–2018)

Dopo l’indipendenza, il Sudan visse una successione di governi civili e militari, ma nessuno riuscì a rompere con l’architettura economica e politica ereditata dal colonialismo.

Tutti riprodussero lo stesso paradigma: un’economia orientata all’esportazione, fondata sull’estrazione delle risorse e sulla dipendenza dal debito estero. Ogni regime — che fosse il governo di Abboud, il dominio di Nimeiri o la dittatura di al-Bashir — cercò di consolidare il proprio potere attraverso il controllo dei mezzi di produzione e l’uso della coercizione militare. L’esercito divenne non solo il garante dell’ordine politico, ma anche un attore economico diretto: possedeva imprese, gestiva infrastrutture e accumulava ricchezze provenienti dai prestiti internazionali e dagli aiuti. Negli anni Novanta, la scoperta del petrolio sembrò offrire una nuova via allo sviluppo. In realtà, consolidò la dipendenza da una rendita estrattiva e rafforzò la centralizzazione del potere nelle mani di un’élite urbana di Khartoum. Le regioni periferiche — Darfur, Sud Sudan, Kordofan e le Montagne Nuba — rimasero escluse dai benefici economici e continuarono a subire la guerra, la fame e la distruzione delle proprie comunità. Con la secessione del Sud Sudan nel 2011, il Paese perse circa il 75% delle entrate derivanti dal petrolio. Per compensare tale perdita, lo Stato sudanese si rivolse a nuove fonti di accumulazione: l’estrazione dell’oro e la mercenarizzazione della violenza. Fu in questo contesto che nacque e si consolidò la Rapid Support Forces (RSF), formalizzata nel 2013 a partire dalle milizie janjaweed responsabili dei massacri in Darfur. La RSF divenne presto un attore economico e politico autonomo: controllava miniere d’oro, tassava rotte commerciali e vendeva forza lavoro militare ai conflitti del Golfo, in particolare in Yemen e Libia. Questa privatizzazione della guerra trasformò la violenza in un modello di profitto, creando un’economia in cui la sopravvivenza del regime dipendeva direttamente dalla militarizzazione della società. Il potere di decidere chi può vivere e chi deve morire — la necropolitica — definì la logica dello Stato sudanese fin dai primi anni post-indipendenza.

Attraverso l’imposizione dell’austerità economica, la repressione e il controllo militarizzato dei confini, la classe dirigente amministrava la morte come strumento politico. La carestia nelle aree periferiche, la negazione sistematica di istruzione e sanità, la gestione “militare” delle popolazioni ritenute in eccesso: tutto ciò costituiva un sistema deliberato di esclusione. Lo Stato della rendita securitaria sostituì la produzione con la vendita di violenza. Invece di creare ricchezza, il regime vendeva servizi di sicurezza — interni ed esterni — trasformando la forza militare in un bene scambiabile sul mercato internazionale. Questo processo minò le basi della produzione sociale, svuotò le istituzioni pubbliche, distrusse il tessuto sociale e intensificò i conflitti di classe. Alla fine degli anni 2010, l’intero sistema era giunto a un punto di rottura. Il collasso del tenore di vita, l’isolamento internazionale e la crisi del modello rentier aprirono la strada a un’ondata di proteste che si sarebbe presto trasformata in una rivoluzione. La rabbia contro l’austerità e la fame si fuse con una coscienza politica profonda: la consapevolezza che l’intero apparato statale esisteva per gestire lo sfruttamento, non per garantire la vita.

La rottura rivoluzionaria (2018–oggi)

L’insurrezione del 2018 fu innescata dal crollo dei prezzi del pane, ma fin da subito mise in discussione l’intero sistema costruito sull’austerità, lo sfruttamento e il disprezzo per la vita dei lavoratori. In tutto il Paese, insegnanti, ingegneri, studenti, lavoratori e — in modo decisivo — le donne, iniziarono a organizzarsi nei quartieri e nei luoghi di lavoro, creando i Comitati di Resistenza (Resistance Committees). Queste strutture locali, orizzontali e auto-organizzate, divennero la spina dorsale della rivoluzione. I Comitati fornivano cibo ai poveri, assistenza medica ai feriti, difesa delle strade contro le forze di sicurezza e coordinavano la mobilitazione attraverso assemblee popolari. Essi elaborarono anche la Carta Rivoluzionaria per l’istituzione del Potere Popolare — un vero programma politico per smantellare lo Stato profondo, socializzare la ricchezza saccheggiata e costruire una democrazia fondata su consigli popolari e cooperative rurali. Quando la rivoluzione esplose, non fu soltanto una protesta contro il carovita, ma una insurrezione contro il diritto stesso dello Stato e dei suoi sponsor di decidere chi può vivere e chi deve morire. La risposta del regime fu una violenza necropolitica aperta:

- proiettili veri contro i manifestanti

- sparizioni forzate

- torture e violenze sessuali

- e soprattutto il massacro del 3 giugno 2019 a Khartoum, quando le forze armate e la RSF uccisero più di cento persone e gettarono i corpi nel Nilo per cancellarne la memoria.

Il potere pensava che seminando la morte avrebbe distrutto la speranza collettiva. Ma i Comitati di Resistenza ribaltarono questa logica: dove lo Stato diffondeva terrore, essi organizzavano la vita. Si prendevano cura dei feriti, seppellivano i martiri con dignità, si sostenevano a vicenda. Nacque così un principio politico nuovo: la solidarietà come forma di sopravvivenza e di potere. Al centro della rivoluzione c’era una semplice ma radicale verità: “Il valore della vita sudanese non può più essere deciso dai mercati, dai generali o dagli interessi imperiali.” Per questo, la lotta per il pane e la dignità è sempre stata, in Sudan, una lotta per il diritto stesso a vivere. Questa alternativa popolare era talmente minacciosa per le élite sudanesi e i loro sponsor esteri che la controrivoluzione fu immediata, brutale e globalmente coordinata. Il massacro del 3 giugno fu la sua manifestazione più visibile, ma anche dopo quell’orrore i Comitati di Resistenza non si dispersero. Continuarono a organizzarsi, a formare reti di solidarietà e a elaborare piani politici dal basso, divenendo un vero laboratorio vivente di autogoverno nel mezzo della violenza. Le tre grandi traiettorie della storia sudanese — estrazione coloniale, militarismo rentier, e rifondazione popolare — si intrecciano in un unico filo conduttore: ogni volta che le classi dominanti ricostruivano la macchina dell’accumulazione e della repressione, il popolo rispondeva con nuove forme di resistenza. La guerra attuale rappresenta quindi l’ultima convulsione del vecchio sistema — ma forse anche la nascita di qualcosa che lo supera.

Controrivoluzione: agenti locali e sostenitori globali

La controrivoluzione sudanese unisce due facce dello stesso sistema: da una parte la burocrazia militare di Burhan, erede diretta dell’apparato coloniale e della Guerra Fredda; dall’altra la logica paramilitare di Hemedti, costruita sulla violenza privatizzata e sull’estrazione di rendite. La loro rivalità non riguarda ideali o visioni del Paese: è una lotta per il controllo delle rotte di estrazione, delle terre, dei giacimenti d’oro e delle entrate provenienti dall’estero. Ogni volta che la rivoluzione minaccia i loro interessi, la classe dirigente locale riceve sostegno economico, militare e diplomatico da una gerarchia globale di potere: gli Emirati Arabi Uniti (EAU), l’Egitto, l’Arabia Saudita e finanziatori occidentali che forniscono denaro, armi e copertura politica per mantenere lo status quo. Quello che dall’esterno appare come “instabilità” è in realtà il funzionamento ordinario della macchina controrivoluzionaria. Gli attori occidentali e del Golfo parlano di “stabilità”, ma ciò che intendono realmente è impedire la nascita di un’alternativa sovrana della classe lavoratrice. Il principale motore di questa controrivoluzione è proprio l’UAE, uno Stato la cui stessa formazione, nel XX secolo, fu un progetto di repressione contro i movimenti socialisti dell’Oman. Gli Emirati conoscono bene il loro ruolo storico e lo svolgono senza bisogno di ordini diretti dall’Occidente: sono nati per spegnere le rivoluzioni. A volte vengono usati come strumento indiretto - un’esternalizzazione della violenza, un modo per raccogliere e inviare mercenari in terre considerate “nemiche” dell’Occidente, con l’obiettivo di distruggere movimenti popolari.

È esattamente ciò che è accaduto in Yemen. Guardando da quella prospettiva, si comprende come la RSF (Rapid Support Forces) sia in realtà uno specchio degli Emirati. Così come l’Occidente esternalizza la propria violenza verso l’UAE, anche il governo sudanese prima, e poi gli stessi Emiratini in Yemen, Libia e ora in Sudan, hanno delegato la loro violenza alla RSF. Tutto ciò con un solo scopo: schiacciare la rivolta del popolo.

Il corridoio degli Emirati: subimperialismo ed economia politica della guerra

Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) sono diventati l’architetto esterno centrale della controrivoluzione. Non più un semplice cliente dell’Occidente, ma una potenza subimperiale che, pur restando all’interno dell’ordine capitalista globale, agisce come forza autonoma di dominio. Attraverso investimenti portuali, basi militari e il riciclaggio dell’oro, gli Emirati hanno costruito un vero e proprio corridoio transafricano di potere. Negli ultimi dieci anni, gli EAU hanno investito quasi 60 miliardi di dollari nei paesi africani — diventando il quarto maggiore investitore straniero dopo Cina, Unione Europea e Stati Uniti. Il loro obiettivo reale non è lo “sviluppo”, ma il controllo delle infrastrutture strategiche. Le grandi conglomerate statali AD Ports Group e DP World gestiscono o possiedono porti dall’Africa settentrionale all’Oceano Indiano, fino all’Atlantico:

- in Egitto e Algeria

- in Angola, Congo e Guinea

- in Kenya, Tanzania e Mozambico

- e lungo il Mar Rosso (Egitto, Puntland, Somaliland).

Almeno 70 hub logistici e innumerevoli porti interni si estendono nel cuore del continente, collegando oro, terre e merci alle rotte marittime globali. Queste infrastrutture non servono solo al commercio, ma anche come basi militari e politiche, punti di intervento rapido e di controllo sulle catene di approvvigionamento. Gli investimenti degli Emirati nel Mar Rosso, nel Corno d’Africa e sull’Atlantico formano l’ossatura del loro “corridoio imperiale”. Attraverso DP World e AD Ports, controllano i nodi principali del commercio e delle esportazioni africane, collegando estrazione aurifera e agroindustria alle rotte marittime vitali per il commercio mondiale. Questo corridoio transafricano è anche una rete di partenariati regionali, basi militari e infrastrutture logistiche che si estende dall’Atlantico al Mar Rosso. Ogni anello della catena è sostenuto da regimi locali che forniscono basi, mercenari, rotte di trasporto e copertura politica alla strategia subimperiale degli Emirati. Ecco alcuni esempi chiave:

- Ciad: è diventato la chiave di volta emiratina nel Sahel, permettendo il rifornimento militare occulto verso il Sudan tramite l’aeroporto di Amdjarass.

- Libia: è stato il laboratorio originario della proiezione di potere degli Emirati in Africa. Per anni, Abu Dhabi ha sostenuto militarmente il generale Haftar, fornendo droni, armi sofisticate e basi aeree. La Libia è anche un punto di transito per l’oro sudanese contrabbandato e le armi dirette a Khartoum.

- Somaliland: il porto di Berbera funge da avamposto commerciale e militare, garantendo agli Emiratini una base per le loro operazioni nel Mar Rosso.

- Egitto: la dittatura militare di al-Sisi sopravvive grazie a miliardi di dollari emiratini. L’intelligence egiziana coordina strettamente con gli Emirati per reprimere movimenti popolari e rivoluzionari nella regione.

Nel Sudan stesso, la RSF di Hemedti è la punta di lancia degli Emirati. Controlla miniere d’oro, esercita violenza per conto di potenze straniere e ricicla i profitti attraverso Dubai.

Gli Emirati finanziano la RSF sia per contenere l’esercito regolare sudanese, sia per soffocare i movimenti rivoluzionari che potrebbero ispirare insurrezioni regionali. Attraverso questo circuito, gli EAU fondono investimento, coercizione e controinsurrezione. La RSF vende oro a Dubai, ricevendo in cambio armi e denaro, e impone sfollamenti di massa che liberano terre per l’agroindustria e concessioni logistiche. Laddove lo Stato si ritira, le imprese militarizzate prendono il controllo, trasformando la guerra in un ciclo economico redditizio. Lo sfollamento e la fame aprono nuovi territori all’estrazione mineraria. Il saccheggio genera dipendenza dagli aiuti, controllati dagli stessi che finanziano il conflitto. Ogni villaggio distrutto diventa una futura zona di investimento. La crisi umanitaria stessa diventa parte integrante del modello di business dell’impero.

I Comitati di Resistenza: doppio potere e democrazia rivoluzionaria

La Rivoluzione sudanese del 2018-2019 non è stata un’esplosione spontanea, ma il risultato di anni di accumulazione politica e sociale dal basso. Il suo nucleo organizzativo è rappresentato dai Comitati di Resistenza (CR) — reti locali, orizzontali e autonome, radicate nei quartieri, nei mercati e nelle fabbriche. Questi comitati sono la più significativa innovazione politica del Sudan moderno: non solo organizzano proteste, ma governano de facto molte comunità. Distribuiscono cibo, coordinano cure mediche, amministrano la sicurezza locale, gestiscono scuole, acqua, elettricità e alloggi quando lo Stato si ritira. In pratica, i Comitati di Resistenza costituiscono un sistema parallelo di governo popolare — un potere duale che sfida lo Stato capitalista-militare. Laddove la burocrazia è collassata e l’esercito si è frammentato, i CR hanno ricostruito la società dal basso, unendo mutuo soccorso e autodifesa popolare.

Organizzazione e principi

Ogni comitato nasce come una assemblea di quartiere, aperta e orizzontale. Le decisioni si prendono collettivamente, senza gerarchie fisse. Gli obiettivi principali sono:

- Coordinare proteste e scioperi.

- Gestire reti di aiuto comunitario (cibo, farmaci, rifugi).

- Mantenere la sicurezza locale contro le incursioni militari.

- Promuovere educazione politica e solidarietà interregionale.

Nel 2022, i Comitati hanno iniziato a sviluppare Charter of the People’s Authority (Carta dell’Autorità Popolare) — un programma politico unitario per sostituire lo Stato militare con una democrazia popolare radicale. Il documento stabilisce principi di:

- autogoverno locale,

- proprietà collettiva delle risorse,

- uguaglianza di genere,

- giustizia ambientale,

- e solidarietà pan-africana.

Un’alternativa allo Stato coloniale

A differenza dei partiti politici tradizionali o delle ONG, i CR non cercano di conquistare il potere, ma di dissolverlo come struttura verticale. Sono un tentativo di ricostruire la vita politica e materiale secondo logiche di cooperazione, mutualismo e democrazia diretta. In molte zone — da Omdurman a Port Sudan — i CR sono l’unico livello di governo effettivo, provvedendo ai bisogni quotidiani della popolazione in assenza di istituzioni funzionanti. Durante la guerra civile, hanno organizzato evacuazioni, ospedali da campo, reti di comunicazione e distribuzione del cibo. Mentre la borghesia militare distrugge lo Stato per trarne profitto, i CR ricostruiscono comunità e infrastrutture sociali, senza fondi stranieri né leadership centralizzate. In questo senso, incarnano una forma concreta di socialismo popolare: una politica della sopravvivenza che diventa politica della libertà.

Sovranità dal basso

I Comitati di Resistenza sono l’espressione più chiara di ciò che Lenin chiamava “doppio potere” — un nuovo ordine che nasce dentro quello vecchio, prima di rovesciarlo.

Nel caso sudanese, questo doppio potere non è militare ma sociale: il potere della riproduzione collettiva della vita, opposto alla distruzione capitalista e alla guerra.

Il futuro del Sudan dipende dalla capacità dei CR di trasformare la sopravvivenza in autogoverno stabile, e dall’abilità dei movimenti internazionali di proteggere questo esperimento rivoluzionario dalle interferenze esterne. Come dice un attivista: “Non chiediamo uno Stato migliore. Vogliamo una società diversa.”

Copertina del primo numero di Teiko

Il Sudan come cerniera della crisi

Il Sudan non è solo una vittima della crisi globale — ne è il fulcro. Ogni linea di faglia del mondo contemporaneo — estrazione, guerra, migrazione, cambiamento climatico — passa attraverso il suo territorio. Per questo motivo, la lotta sudanese non riguarda solo il Sudan, ma il destino dell’intero sistema mondiale.

1 - Nesso ecologico e capitalistico

Negli ultimi decenni, la crisi climatica ha reso il Sudan uno degli epicentri della desertificazione e dell’insicurezza alimentare. Le temperature aumentano, le piogge diminuiscono, e milioni di persone sono costrette a spostarsi. Questi spostamenti non sono semplicemente “ambientali”: sono prodotti di un’economia globale che mercifica la terra e distrugge i cicli ecologici. La perdita di terre coltivabili spinge pastori e agricoltori a entrare in conflitto, mentre le imprese agro-industriali, spesso finanziate da fondi del Golfo e occidentali, recintano territori interi per la produzione destinata all’export. La guerra diventa, così, un modo per ridefinire la proprietà della terra sotto il segno del capitale.

2 - Migrazioni e militarizzazione

Il Sudan è anche crocevia delle rotte migratorie africane. Decine di migliaia di persone in fuga da guerre e carestie attraversano il Paese verso il Mediterraneo. L’Unione Europea, temendo questi flussi, ha esternalizzato il controllo delle frontiere a regimi locali — finanziando eserciti e milizie perché impediscano alle persone di muoversi. In questo modo, l’industria della migrazione si intreccia alla guerra: le stesse forze che reprimono i rifugiati sono quelle che alimentano i conflitti interni. Il Sudan diventa una prigione a cielo aperto, finanziata da chi dice di voler “stabilizzare” la regione.

3 - Guerra come infrastruttura del capitale

Nel Sudan contemporaneo, la guerra non è una disfunzione, ma una struttura economica stabile. Gli apparati militari, le milizie e le imprese private costruiscono profitti sulla base della distruzione. Ogni bombardamento apre spazio a nuovi appalti, ogni carestia attiva catene di aiuti internazionali, ogni flusso di profughi alimenta nuovi fondi per il “controllo umanitario”. Il capitale globale ha trovato nel Sudan un laboratorio di accumulazione attraverso la crisi. È una forma estrema di quello che Marx definiva “accumulazione per espropriazione”: il guadagno nasce dal saccheggio diretto, non dalla produzione.

4 - Il Sudan come specchio del mondo

Il Sudan mostra, con una chiarezza brutale, la logica del capitalismo contemporaneo: un sistema che genera crisi e poi le gestisce come fonte di profitto. Qui le multinazionali, gli eserciti e le ONG non sono in contraddizione, ma parti di uno stesso dispositivo di dominio. Il Paese è dunque cerniera e specchio: cerniera, perché collega Africa, Golfo e Mediterraneo in un’unica catena logistica; specchio, perché riflette la verità nascosta del mondo — che la crisi è diventata il principale motore dell’economia globale.

Subimperialismo: la logica del dominio delegato

Il termine “subimperialismo” descrive una forma specifica di potere che opera tra il centro e la periferia dell’economia mondiale. Si riferisce a quei regimi regionali che, pur rimanendo dipendenti dal capitale e dalla sicurezza occidentali, esercitano un proprio potere di sfruttamento e di controllo sulle regioni vicine. Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) rappresentano oggi l’esempio paradigmatico di questa dinamica.

1 - La doppia natura del potere subimperiale

Il subimperialismo combina dipendenza e autonomia. Da un lato, gli Emirati restano integrati nell’architettura militare e finanziaria dell’imperialismo occidentale: le basi statunitensi, il dollaro, le banche di Londra e New York, la tecnologia israeliana. Dall’altro, esercitano un proprio dominio regionale, costruendo corridoi logistici, catene di estrazione e regimi-clienti in Africa, nel Corno d’Africa e nel Golfo. Questo duplice statuto — subordinato e dominante — è ciò che rende il subimperialismo tanto efficace: è l’impero che parla la lingua della periferia, che opera attraverso intermediari locali invece che mediante occupazioni dirette.

2 - Gli Emirati come laboratorio del subimperialismo

Negli ultimi vent’anni, gli EAU hanno trasformato la loro economia in una macchina geopolitica. Attraverso società statali come DP World e AD Ports Group, hanno costruito una rete di porti, zone franche e basi militari che attraversa tutto il continente africano. Queste infrastrutture non servono solo al commercio: sono strumenti di proiezione politica e militare, che consentono di controllare le rotte commerciali e i flussi di merci e persone.

- In Libia, gli Emirati hanno sostenuto il generale Haftar con droni, armi e denaro.

- In Somalia e nel Somaliland, hanno installato basi militari sotto copertura commerciale.

- In Sudan, finanziano e armando le Forze di Supporto Rapido (RSF), che controllano miniere d’oro e vie di contrabbando.

- In Ciad, gestiscono aeroporti e corridoi logistici che servono per rifornire le milizie sudanesi.

Ogni investimento è una forma di occupazione invisibile: nessuna colonia formale, ma controllo economico e militare completo.

3 - La finanza della guerra e l’oro come valuta del dominio

Il sistema finanziario di Dubai è il cuore pulsante di questa rete. Lì confluiscono tonnellate di oro sudanese, estratto con lavoro schiavile o militare, e riciclato come capitale legittimo nei mercati globali. In cambio, le milizie ricevono armi, droni e liquidità. La guerra, in questo schema, diventa un ciclo economico autosufficiente: l’oro finanzia la violenza, la violenza apre nuovi giacimenti, e i profitti ritornano a Dubai come “investimenti”.

4 - Subimperialismo come governance della crisi

Il subimperialismo non serve solo a estendere il dominio, ma anche a gestire la crisi sistemica del capitalismo globale. Gli Emirati, come la Turchia o l’Arabia Saudita, assorbono parte del disordine mondiale — rifugiati, guerre per procura, fallimenti statali — in cambio di autonomia e profitti. L’Occidente appalta loro la violenza e il controllo politico, evitando l’usura dell’intervento diretto. Così, la guerra in Sudan, l’assedio in Yemen, la militarizzazione del Sahel e persino la gestione dei flussi migratori diventano funzioni economiche esternalizzate. Il risultato è una nuova divisione del lavoro imperialista, dove le potenze regionali fungono da delegati del dominio.

5 - La maschera umanitaria

Ciò che rende il subimperialismo particolarmente insidioso è la sua retorica di sviluppo e stabilità. Gli Emirati parlano il linguaggio dell’aiuto, dell’innovazione, del “buon governo”. Ma dietro le conferenze e le fondazioni filantropiche si nasconde un impero logistico e finanziario costruito sulla sofferenza dei popoli africani. Ogni porto, ogni zona economica speciale, ogni corridoio commerciale è un nodo di controllo politico. La “modernizzazione” serve a garantire l’accesso sicuro ai minerali, ai terreni agricoli e alle rotte migratorie, non a migliorare la vita delle popolazioni locali.

5 - Il paradosso subimperiale

Il paradosso fondamentale del subimperialismo è questo: gli Emirati sono junior partner dell’impero, ma al tempo stesso egemoni regionali. Sono alleati subordinati degli Stati Uniti e del Regno Unito, ma anche padroni e sfruttatori di Stati africani impoveriti. Questa posizione ibrida permette loro di svolgere ruoli contraddittori: mediatori di pace e mercanti di armi, donatori umanitari e trafficanti d’oro, alleati dell’Occidente e nemici della democrazia. Il loro potere non è fondato sulla conquista, ma sulla capacità di presentare la dominazione come cooperazione.

Il costo umano e le lezioni politiche

Milioni di sudanesi sono stati sfollati, e centinaia di migliaia sono stati uccisi in atrocità di massa — tutto questo come conseguenza di un sistema subimperiale progettato per trarre profitto dal caos e mantenere la disciplina dei mercati. La guerra non è un incidente, ma un meccanismo funzionale: produce miseria per assicurare obbedienza, disgrega comunità per rendere più facile la gestione e trasforma la sopravvivenza stessa in un mercato. Le campagne di pulizia etnica, gli stupri di massa, le carestie pianificate e le espulsioni forzate non sono semplicemente “crimini di guerra” isolati, ma componenti sistemiche di un ordine economico globale che monetizza la morte. Ogni villaggio bruciato apre spazio a nuovi investimenti; ogni campo profughi diventa una fonte di lavoro a basso costo; ogni miniera conquistata da una milizia garantisce profitti finanziari a Dubai o a Londra. Il Sudan mostra con crudezza la convergenza tra capitalismo e necropolitica — la capacità del potere di decidere chi può vivere e chi deve morire per sostenere la redditività. Le Forze di Supporto Rapido (RSF), addestrate e finanziate da capitali del Golfo, incarnano questa fusione: un esercito privato che amministra la morte come impresa, e trasforma la distruzione sociale in capitale. Ma le conseguenze non sono solo sudanesi. Il subimperialismo degli Emirati si innesta nella catena globale del valore, collegando le guerre africane ai mercati occidentali. L’oro estratto da miniere controllate dalle RSF finanzia la speculazione, i porti gestiti da DP World regolano il flusso delle merci, e le basi militari emiratine proteggono rotte e infrastrutture strategiche che sostengono l’economia mondiale. La sofferenza in Sudan è dunque una condizione di possibilità per la stabilità del sistema globale. Perciò, la vera responsabilità non si ferma ad Abu Dhabi. Essa risale alla struttura imperiale più ampia che consente, incoraggia e premia tali pratiche. Le banche occidentali che accettano l’oro contrabbandato, le istituzioni internazionali che impongono austerità, i governi che vendono armi “per la sicurezza regionale” — tutti partecipano a un sistema di complicità generalizzata. La lezione politica che emerge dal Sudan è quindi duplice:

1 - La liberazione nazionale è impossibile senza la liberazione dal capitalismo globale. Finché le economie africane rimarranno legate a logiche di estrazione e dipendenza finanziaria, le rivoluzioni saranno sempre vulnerabili alla controrivoluzione esternalizzata.

2 - La solidarietà internazionale deve diventare strategica, non solo morale. Difendere la rivoluzione sudanese significa sfidare le architetture del potere globale — dalle multinazionali minerarie alle banche d’investimento, fino agli accordi di sicurezza che legano l’Europa e il Golfo. Ogni vittoria popolare in Sudan indebolisce la catena imperiale nel suo insieme.

La lotta del popolo sudanese, in questo senso, non è locale. È una lezione mondiale su come il capitalismo contemporaneo si riproduce attraverso la guerra e su come le società possono, dal basso, organizzare la vita contro l’amministrazione della morte.

Conclusione

La rivoluzione sudanese si erge come uno specchio per il mondo, riflettendo sia la crisi sia il potenziale della frontiera del capitalismo moderno. Dal progetto coloniale di estrazione, passando per decenni di accumulazione militare e neoliberale fondata sul dominio necropolitico, fino alla nascita spontanea dei Comitati di Resistenza — che organizzano la vita contro la morte sistemica — il Sudan ha rivelato la vera posta in gioco della lotta di classe nella periferia globale. La rottura rivoluzionaria iniziata nel 2018 rimane, ancora oggi, una battaglia per chi detiene il potere di determinare il valore della vita, la distribuzione delle risorse e la forma stessa della società. L’esercito e le Forze di Supporto Rapido (RSF), sostenuti da capitali globali e regionali, esercitano un potere necropolitico per preservare il loro dominio; ma i Comitati di Resistenza, nati dalle ceneri e dalla solidarietà, hanno costruito un’alternativa popolare, basata sull’auto-organizzazione democratica e sull’aiuto reciproco, che sfida la logica del mercato e della violenza militarizzata. La controrivoluzione, alimentata da agenti locali e dalle ambizioni subimperiali degli Emirati Arabi Uniti, ha trasformato il Sudan in un campo di battaglia dell’impero. Le guerre per procura, il controllo dei porti e il contrabbando dell’oro rivelano l’anatomia dell’imperialismo del XXI secolo, in cui l’estrazione militarizzata, gli stati-clienti e le crisi umanitarie servono da strumenti per la riproduzione del capitale globale. Eppure, anche mentre la guerra distrugge infrastrutture e disperde milioni di persone, non può cancellare la potenza rivoluzionaria né la capacità delle persone comuni di costruire strutture resilienti per la sopravvivenza e l’autonomia. I Comitati di Resistenza, che resistono, si adattano e rifiutano il compromesso con gli assassini, rimangono la forza decisiva della trasformazione. Il loro modello di doppio potere, fondato su consigli locali, democrazia diretta e giustizia sociale, indica una nuova possibilità per l’intero Sud Globale. Il successo significherebbe il crollo dell’ordine coloniale e postcoloniale; la sconfitta segnerebbe la normalizzazione della crisi come forma di governo. Perfino le divisioni interne e i dibattiti strategici all’interno del movimento non sono fallimenti, ma momenti di chiarimento nella lotta per una direzione operaia e una trasformazione anticapitalista. Il Sudan è l’avanguardia nella lotta planetaria contro la necropolitica dell’imperialismo e contro l’estrazione che la sostiene. Solo l’organizzazione diretta del potere e della produzione da parte di operai, contadini poveri, donne e giovani potrà rompere il ciclo della dominazione. Il capitalismo non cadrà per semplice protesta o negoziazione: deve essere sradicato dall’azione organizzata e militante degli oppressi, che costruiscono democrazia dal basso, in ogni quartiere e in ogni luogo di lavoro. La vittoria della rivoluzione sarebbe un colpo contro l’impero ovunque. La sua sconfitta sarebbe già la nostra sconfitta. Se la controrivoluzione sudanese vincerà, il capitalismo militarizzato, gestito dal capitale del Golfo e dai signori della guerra locali, diventerà il modello dominante in Africa. Se invece la rivoluzione resisterà, aprirà nuove possibilità per i consigli di massa, le cooperative dei lavoratori e la sovranità popolare. La solidarietà con il Sudan non è solo un gesto morale, ma una strategia politica globale. Lo stesso sistema che alimenta la guerra in Sudan privatizza ospedali e impoverisce popolazioni altrove. Difendere il Sudan significa difendere il futuro della liberazione.

Copertina del primo numero di Teiko

Fonti

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