Spazi nella congiuntura

Brett Neilson

In che modo possiamo pensare la produzione e la trasformazione degli spazi nel presente? Questa domanda porta con sé immediatamente quella del rapporto tra spazio e tempo. Così solleva non solo questioni epistemologiche, ma anche storiche e relative al futuro. Focalizzandosi sulla costituzione dello spazio nel mondo contemporaneo, questo saggio mira a registrare come il concetto di congiuntura abbia assunto un ruolo sempre più dominante nell'analisi politica del presente. In gioco non ci sono tanto i limiti e i benefici di un’analisi congiunturale come modalità di fare politica, per quanto esistano sicuramente, ma come e perché questo approccio sia diventato tanto rilevante in un momento in cui aumentano conflitti geopolitici e geoeconomici. L’analisi congiunturale è stata concepita appositamente per comprendere il mondo così com’è? O un approccio di questo tipo integra invece filoni analitici ed empirici che sarebbe meglio tenere separati o fondere in un insieme unico per motivi di chiarezza teorica ed efficacia politica?

L’analisi congiunturale non è una novità. Radicata nel materialismo storico di Antonio Gramsci e Louis Althusser, la sua versione attuale spesso prende spunto dalla geografia economica di Doreen Massey o dagli studi culturali di Stuart Hall, a loro volta collaboratori e interlocutori. Proprio perché è dipendente dal contesto e aperta alla riflessione teorica, l’analisi congiunturale resiste a vincolarsi a un metodo identificabile o a una serie di procedure. Lawrence Grossberg ha scritto che l’analisi congiunturale è «alla ricerca di un metodo». Identifica l’assenza di «una comprensione pianamente teorizzata del modo in cui l’analisi congiunturale deve essere condotta, e in cui si definisce e si costituisce una congiuntura»1. Il punto è precisamente questo. L’analisi congiunturale riflette l’astratto, lo strutturale e lo storico attraverso il contingente, il concreto, il particolare e il reale; opera attraverso la specificità e la particolarità delle situazioni in parte per loro stesse, come luoghi di interesse, ma anche come prismi attraverso i quali leggere, mappare e situare il sistemico, il globale e il ‘generale’»2.

Scrivendo con Sandro Mezzadra The Rest and the West3, ho adottato un metodo di analisi congiunturale che ruota attorno a un intervallo di tempo definito non tanto dalle date del calendario quanto dal suo rapporto con due eventi cruciali: la pandemia di Covid-19 e la guerra in Ucraina. L’obiettivo non è confinare l’analisi a un arco temporale che va dai primi rapporti sul Coronavirus in Wuhan fino al lancio dell’“operazione militare speciale” il 24 febbraio 2022. Piuttosto andiamo indietro e avanti nel tempo per comprendere l’attuale riconfigurazione del mondo rispetto alle transizioni passate, proiettandoci in avanti per comprendere gli eventi successivi, compresa la guerra di Gaza, che verosimilmente ha cambiato la congiuntura.

Il manoscritto di The Rest and the West è stato completato ben più di un anno prima dello scoppio della guerra di Gaza. Abbiamo avuto modo di inserire brevi osservazioni analitiche su questo conflitto solo durante la correzione delle bozze dell'editore. Tuttavia, anche se abbiamo aggiornato il nostro intervento nella prefazione del libro e abbiamo affrontato la guerra di Gaza in scritti successivi4, il genocidio in corso a Gaza e le sue più ampie ramificazioni in tutto il Medio Oriente hanno spezzato il tempo del presente, introducendo modi nuovi e inquietanti di gestire le operazioni del capitale di fronte alle popolazioni in eccedenza che ostacolano l'accumulazione infinita. Peter Osborne sostiene che i progetti intellettuali e politici che affrontano un «unico momento storico del presente» sono «intrinsecamente problematici ma sempre più inevitabili»5. Tali iniziative, sostiene, proiettano una «unità inesistente» sui tempi disgiunti del presente. Possiamo applicare questa osservazione alla questione del posizionamento temporale di Gaza nella congiuntura. Indubbiamente il tempo della concatenazione tra le guerre in Ucraina e a Gaza differisce dal tempo della pubblicazione del libro, il che ha contribuito al ritardo del nostro intervento. Ma l'impulso a sincronizzare i molteplici tempi del presente anima l'analisi congiunturale. Il lavoro intellettuale svolto in questo stile tende a rinnegare le logiche periodizzanti e a cogliere un «momento» che «può essere definito solo dall'accumulo/condensazione di contraddizioni, dalla fusione o dall'unione […] di correnti e circostanze diverse»6. Situare un tale momento, esigere che esso porti con sé l'impossibile unità del presente, è la mossa del pensiero congiunturale, anche se l'enfasi può cadere tanto su ciò che viene separato quanto su ciò che viene tenuto insieme. Pertanto, sia che la congiuntura sia definita dal momento del passaggio dalla pandemia alla guerra, dal declino dell'egemonia statunitense o dall'ascesa della Cina, gli eventi di Gaza e le loro conseguenze fanno ormai parte del quadro generale.

Copertina del primo numero di Teiko

Chiedersi quando inizia il presente significa anche chiedersi dove inizia il presente. La risposta a questa domanda dipende dalla posizione di chi la pone. È diverso trovarsi a Washington o a Pechino, oppure a Kiev o a Gaza City. Come scrive Osborne, «il problema dell'unità dei tempi disgiuntivi del presente è il problema dell'unità e della disgiunzione dello spazio sociale, ovvero, nella sua forma più estesa, il problema della geopolitica»7. Che tipo di affermazione è questa? Inquadrare la geopolitica in termini di spazio sociale solleva il problema della geoeconomia. Per Henri Lefebvre, lo spazio sociale è sia un prodotto delle relazioni sociali sia un mezzo attraverso il quale tali relazioni vengono riprodotte in seno al capitalismo.8 In questa ottica, la geopolitica deve essere pensata in relazione alla circolazione del capitale. Non è più solo una contesa basata sul controllo degli spazi territoriali. O, per dirla con le parole di Giovanni Arrighi9, comprendere i cambiamenti nel sistema-mondo significa analizzare le contraddizioni tra capitalismo e territorialismo.

In The Rest and the West sostieniamo che la congiuntura attuale ha portato al culmine le contraddizioni tra capitalismo e territorialismo. La ridotta capacità degli Stati di controllare pienamente l'allocazione e la riproduzione del capitale implica che la geopolitica si esprime meno in rivendicazioni territoriali o espansioni che in interventi strategici volti a controllare le reti globali. Certo, sia la guerra in Ucraina che quella a Gaza hanno una dimensione territoriale, così come la situazione che circonda Taiwan e gli interventi statunitensi previsti intorno al Canale di Panama e alla Groenlandia. In tutti i casi, tuttavia, le questioni territoriali sono legate ai tentativi di controllare il passaggio di materie prime fondamentali o di garantire la funzionalità di vie di trasporto e di comunicazione critiche. Nel caso dell'Ucraina, i flussi energetici sono in primo piano. La posta in gioco non è solo il passaggio del gas russo verso l'Unione Europea, ma anche l'espansione della rete elettrica europea. La guerra di Gaza, almeno nella visione di Israele, è fondamentale per aprire corridoi logistici e ridefinire il panorama dei valori tra Asia, Golfo Persico ed Europa10. Il ruolo di Taiwan nella produzione di chip al silicio avanzati è un fattore ineludibile nella disputa sull'isola. Il Canale di Panama è fondamentale per il controllo delle rotte di trasporto nell'emisfero occidentale, mentre la Groenlandia è una fonte di minerali rari fondamentali.

L'attuale geopolitica non riguarda tanto il contenimento quanto la connettività11. Le questioni relative allo Stato e al territorio rimangono chiaramente importanti, ma le logiche della formazione dei poli e della multipolarità ruotano maggiormente attorno a questioni di fattibilità e connessione che ridefiniscono i temi della mobilità e della sicurezza, tradizionalmente considerati di competenza degli Stati. Gli spazi di connessione, transito, scambio e contestazione che ne derivano sono quelli che chiamiamo spazi operativi12. Tali spazi non sono necessariamente creati dalla costruzione, dalla manutenzione o dalla protezione di infrastrutture fisiche, sebbene questo possa certamente accadere. Anche gli spazi della finanza sono spazi operativi che hanno un ruolo chiave nei conflitti geopolitici, come dimostrano le dinamiche della dedollarizzazione. Allo stesso modo, la proliferazione delle tech wars, non da ultimo quelle che coinvolgono la produzione e l'accesso a semiconduttori avanzati, ha una logica spaziale strettamente legata alle operazioni di capitale. Anche le industrie estrattive svolgono un ruolo importante, che si manifesti nella corsa ai minerali critici o nella raccolta e nella protezione dei dati necessari per addestrare l'intelligenza artificiale.

Gli spazi operativi attraversano la geografia politica costituita dai perimetri degli spazi statali. Sebbene i confini di diverso tipo forniscano i parametri per il funzionamento e l'interoperabilità degli spazi operativi, essi non ricadono necessariamente sotto il controllo esclusivo di un impero territoriale o di uno Stato imperiale che stabilisce i protocolli legali e tecnici per il loro funzionamento. Gli standard internazionali che guidano la governance di tali spazi possono essere essi stessi oggetto di competizione geopolitica, ma affinché gli spazi operativi funzionino, i loro sistemi software, per così dire, devono essere internamente coerenti e forti. La progettazione degli spazi operativi favorisce la circolazione del capitale, anche se tale circolazione non implica necessariamente la mobilità fisica. Questi spazi forniscono un sostegno essenziale a un mondo multipolare in cui i poli di potere possono rimanere associati a Stati di primo piano (Cina, Russia, India, Brasile, Stati Uniti, ecc.), ma non possono essere confinati dai limiti territoriali di queste entità politiche. Gli spazi operativi sono piuttosto generati dalle dinamiche del capitale, che assumono un'efficacia politica diretta che anche gli Stati più potenti faticano a contenere o controllare. Inoltre, gli spazi operativi stabiliscono punti di congiunzione tra i poli, evidenziando punti in comune e complicità inaspettate con il capitalismo anche tra nemici giurati.

Con la questione delle congiunzioni, torna quella della congiuntura. Non viviamo, o almeno non ancora, in un mondo in cui potremmo dover portare con noi due telefoni quando viaggiamo: uno che funzioni secondo i protocolli di rete stabiliti sotto l'influenza degli Stati Uniti e l'altro secondo gli standard e le tecnologie imposti dalle imprese private o statali cinesi. Viviamo però in un mondo in cui ci viene regolarmente raccomandato di cancellare o cambiare i nostri telefoni quando entriamo negli Stati Uniti o in Cina, per evitare che qualcosa che abbiamo comunicato, anche su una app crittografata, ci incrimini agli occhi del regime. Insieme alle giunzioni arrivano le disgiunzioni, che, come suggerisce la stessa idea di congiuntura, si applicano tanto al tempo quanto allo spazio. Se le operazioni del capitale modellano le architetture spaziali che uniscono il mondo, come possiamo comprendere i vari ritmi e le astrazioni che condensano il tempo di lavoro e il tempo di rotazione nel tempo storico del presente? C'è il rischio che l'analisi congiunturale stessa vada in pezzi. Fino a quando ciò non accadrà, essa rimane forse la via più adatta per affrontare politicamente un mondo che sembra refrattario a qualsiasi promessa o proiezione di sintesi, riconciliazione, equilibrio o controllo completo.

Copertina del primo numero di Teiko

I principali traffici commerciali che passano per il canale di Panama nel 2024 secondo Il Panama Canal Authority

Note

  1. P. Osborne, Anywhere or Not at All: Philosophy of Contemporary Art, London, Verso 2013, p. 22

  2. S. Hall, Popular-Democratic vs. Authoritarian Populism: Two Ways of Taking Democracy Seriously, in A. Hunt (a cura di), Marxism and Democracy, London, Lawrence and Wishart, 1980, pp. 157-185: p. 165

  3. P. Osborne, Anywhere or Not at All, cit., p. 25

  4. H. Lefebvre, La produzione dello spazio (1991), Milano, PGreco, 2018

  5. G. Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo (2007), Milano-Udine, Mimesis, 2021

  6. G. Grappi, Capitalist Oases and the Pedagogy of War: Notes on Gaza beyond Indignation, Transnational Social Strike Platform, August 10, 2025 https://www.transnational-strike.info/2025/08/10/capitalist-oases-and-the-pedagogy-of-war-notes-on-gaza-beyond-indignation/

  7. I. Alami, J. DiCarlo, S. Rolf, S. Schindler, The New Frontline: The US-China Battle for the Control of Global Networks, in N. Buxton (a cura di), State of Power 2025: Geopolitics of Capitalism, Amsterdam, Transnational Institute, 2025, pp. 18-27

  8. S. Mezzadra – B. Neilson, The Rest and the West, cit., pp. 173-182