Cartografie del presente. Spazi, tempi e poteri nella congiuntura
Le recenti trasformazioni del capitalismo hanno ridefinito in profondità la relazione tra spazio, tempo e accumulazione. Questa ridefinizione sembra oggi essere giunta a un punto di svolta, che può essere considerato un sintomo delle fratture dell’ordine neoliberale costruito con la seconda globalizzazione dalla fine degli anni Settanta. Assistiamo a un’inedita e dis-ordinata riarticolazione del rapporto tra spazialità e potere, verso un multipolarismo che modifica le funzioni degli Stati, dei territori, degli assemblaggi transazionali. Due tendenze, solo all’apparenza incompatibili, guidano questa riarticolazione. Da un lato, il capitalismo di piattaforma, le catene logistiche, i processi di finanziarizzazione; dall’altro, le guerre commerciali, il riaffacciarsi di modelli di controllo coloniale del secolo scorso, come il protettorato anglo-americano proposto per Gaza. I contributi di Brett Neilson, Mariasole Pepa e Tiziana Terranova raccolti in questa sezione affrontano, con angolature differenti ma complementari, questa trasformazione e mettono in luce la continuità tra questi processi apparentemente contraddittori. Ciascun testo ci consegna un frammento della cartografia delle infrastrutture e delle architetture spaziali del presente, in cui l’appropriazione di risorse naturali e di forza-lavoro, i nuovi processi coloniali e la cattura di flussi, connessioni, affetti e informazioni si intrecciano.
Brett Neilson riflette su potenzialità e criticità dell’analisi congiunturale come «modalità di fare politica» che, proprio perché è alla ricerca di un metodo, permette di approfondire le mutazioni degli spazi e dei tempi della politica. In particolare, essa è efficace nella misura in cui non si muove all’interno di confini spazio-temporali predefiniti, ma lavora sconfinando da essi, per rintracciare gli spazi operativi – logistici, finanziari, digitali – che fungono da infrastrutture della circolazione del capitale e da ambiti di condensazione dei molteplici poli di potere. Sono spazi di connessione, transito, scambio ma anche di contestazione, che eccedono ogni riduzione ai confini degli Stati nazione e quindi dislocano la prospettiva geopolitica che sui rapporti tra questi ultimi si fonda. Per questo, l’analisi congiunturale non può cedere al tentativo di istituire periodizzazioni, ma individua e situa momenti di accumulo di contraddizioni, che possono consentirci di cogliere il presente come «unità impossibile» e di identificare i molteplici e differenti attori che intervengono nella circolazione e nella riproduzione dei flussi di capitale.
Una prospettiva complementare emerge nel lavoro di Mariasole Pepa, che mostra come questi processi tocchino terra, ricostruendo continuità e discontinuità dell’estrattivismo in Sudan. Il titolo del contributo, Pensare attraverso il cotone, suggerisce una metodologia per indagare la riconfigurazione degli spazi estrattivi e delle operazioni coloniali. Con l’obiettivo di «spazializzare e concretizzare le dinamiche estrattive», Pepa ricostruisce continuità e discontinuità della condizione coloniale del Sudan prima dello scoppio del conflitto nel 2023. Si focalizza, in particolare, sul riutilizzo delle infrastrutture coloniali britanniche e sull’importazione di tecnologie e macchinari dismessi dalla Cina destinati ai nuovi impianti di sgranatura del cotone. Una paradossale “economia circolare”, che ridisegna gli spazi globali tramite la redistribuzione delle infrastrutture produttive su scala globale, sfruttando l’instabilità dei contesti politico-istituzionali e plasmando le infrastrutture agrarie. Richiamando due proposte interpretative, la colonialità del potere di Aníbal Quijano e l’accumulazione flessibile di David Harvey, è possibile riconoscere in questa circolazione asimmetrica l’emblema della riorganizzazione delle gerarchie globali e del ruolo di nuovi attori in gioco (Cina, BRICS) tramite una logica che coniuga guerra, espropriazione e accumulazione.
L’ultimo contributo, un’intervista a Tiziana Terranova, è focalizzato sugli spazi digitali, a partire dallo sviluppo dell’IA e dal sempre più pervasivo processo di piattaformizzazione. Quest’ultimo si presenta come forma paradigmatica della produzione e della riproduzione sociale: lungi dall’essere un semplice medium, la piattaforma è un dispositivo politico ed economico che organizza il lavoro, la comunicazione e la cooperazione. Estendendosi ben oltre il privato, lo spazio mediale impatta quello sociale, e lo schermo il corpo. L’interfaccia, così, diventa il luogo in cui la cattura del valore incontra la dimensione neuro-affettiva dell’esperienza: è essa stessa spazio politico, in cui l’estrazione si compie nella connessione costante, nell’esposizione di sé, nella sussunzione biopolitica della vita. Come mostra la piattaformizzazione dei servizi pubblici – emblematico il caso del PNNR –, la piattaforma diviene l’architettura attraverso cui, ad esempio, lo Stato, a lungo considerato lo spazio politico per eccellenza, si ristruttura secondo la logica dell’accumulazione algoritmica. Una logica che produce dati, ma anche soggettività e processi identitari, che modula gli affetti, plasma e manipola la percezione del reale, alimentando nuove forme di produzione, come quella “di contenuti”, di autosfruttamento e di monetizzazione. E tuttavia, lo spazio digitale impatta quello sociale «biforcando» le visioni su di esso: è terreno fertile per la radicalizzazione identitaria di destra, ma anche per le pratiche di resistenza, cooperazione e intelligenza collettiva. Proprio queste ultime, spesso e volentieri, fanno dei circuiti digitali i vettori di circolazione di immaginari radicali che sfidano «i dispositivi governamentali di connessione» dentro e fuori la rete.
Dall’estrazione delle risorse al lavoro digitale, dalla guerra all’algoritmo, la cartografia critica tracciata dai tre testi fa emerge una prima linea di tensione comune: la rete di connessioni governate dalle logiche finanziarie e infrastrutturali descritta si radica nella materialità dei territori devastati, nell’estrazione di dati e nello sfruttamento dei corpi. In tutti i casi, la dimensione spaziale è un dispositivo produttivo, nel quale il capitale fissa e rilascia valore, costruisce e dissolve frontiere, accumula e differenzia. Questa riconfigurazione va di pari passo con una trasformazione profonda della temporalità. I tempi molteplici della congiuntura e il tentativo di sincronizzarli, la diacronia dei processi coloniali, in cui il passato si riaffaccia e viene rifunzionalizzato nel presente, le rapidissime accelerazioni tecnologiche, nelle quali covano anticipazioni del futuro ma anche riproposizioni degli identitarismi del passato. Tutte queste temporalità convergono in un medesimo presente disgiunto: un tempo multiplo, frammentato, dove la crisi è condizione strutturale dell’accumulazione. A quest’altezza, tuttavia, emerge la seconda linea di tensione che accomuna i testi: se è vero che sono le operazioni del capitale a ridisegnare spazialità e temporalità e a congiungerli, gli spazi e i tempi, nella loro stratificazione ed eterogeneità, sono terreni di contro-potere. Proprio questa stratificazione contraddittoria e ibrida innesca forme di cooperazione inedite, solidarietà transnazionali, movimenti che attraversano il globo. Proprio la necessità di moltiplicare i suoi spazi di dominio può essere intesa come sintomo della fragilità delle infrastrutture del capitale, come l’ennesima conferma della sua dipendenza dal lavoro vivo: la composizione sempre più eterogenea di quest’ultimo e l’invenzione di pratiche di convergenza e connessione possono inventare luoghi tempi e spazi – materiali, digitali, cognitivi – radicalmente altri.
Note
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M. Cooper, Counterrevolution: Extravagance and austerity in public finance, Princeton, Princeton University Press, 2024
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G. Dal Maso, Risky expertise in Chinese financialisation: Returned labour and the state-finance nexus, Singapore, Springer, 2024
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S. Mezzadra & B. Neilson, The Rest and the West: Capital and Power in a Multipolar World, Verso Books, 2024
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