Capitalismo Finanziario e Caos Sistemico
Giulia Dal Maso
In questa congiuntura appare sempre più evidente come il capitalismo contemporaneo si valorizzi nella sua forma finanziaria. La finanza non è soltanto un settore dell’economia: è la grammatica stessa dell’accumulazione del capitale in un’epoca di caos sistemico. Più che un sistema di prezzi e flussi, la finanza è una macchina che intreccia speculazione, politica e vita quotidiana: un dispositivo capace di condensare tempi diversi, trasformando il futuro in un campo negoziabile nel presente. Marx definiva il capitale finanziario come denaro che genera denaro, alimentandosi del plusvalore che non transita per la produzione ma per la circolazione. Proprio nella circolazione monetaria - che accelera, anticipa, comprime i tempi - si rivela la natura temporale: la finanza governa il tempo del capitale, convertendo promesse e aspettative in valore attuale. Si ripete spesso: non si tratta di un processo illusorio o fittizio, ma della rivendicazione di un diritto sulla ricchezza a venire, il potere di appropriarsi del futuro. È in questa capacità che la finanza assume un ruolo di comando globale (Negri 2010): non sostituisce né segue la produzione, ma la governa, definendo catene globali del valore, logistica, investimenti, processi estrattivi.
Partendo dal progetto di Teiko - proporsi come bussola per orientarsi nel caos sistemico del presente - diventa cruciale mappare il capitalismo finanziario. È la finanza stessa a imporlo, perché riscrive categorie che per decenni hanno guidato la critica politica. E ci obbliga a riconoscere che:
la crisi non è un’eccezione, ma una condizione permanente;
la geografia globale non si riduce a un asse centro-periferia, ma a poli in continua ridefinizione;
pubblico e privato non sono sfere opposte, ma dispositivi sempre più intrecciati.
La finanza per ripensare crisi ed eccezione
Robert Meister ha spiegato come meccanismi come lo short selling - la pratica di scommettere sul ribasso di un titolo, guadagnando quando il suo valore crolla - rappresentino il ‘sistema immunitario’ del capitalismo: come anticorpi, individuano le turbolenze e le trasformano in forza, rafforzando il sistema invece di indebolirlo. Per fare un esempio noto, quello che Michael Lewis ha reso popolare con The Big Short - le scommesse contro il mercato immobiliare statunitense alla vigilia del crollo del 2007-2008 - non fu un episodio marginale né un’anomalia. Scommettere contro le turbolenze stesse del capitalismo è diventata una pratica sistemica, normalizzata.
Negli ultimi anni, di fronte all’emergenza climatica, la finanza si è ‘tinta di verde’. L’apparato della finanza sostenibile traduce il rischio ambientale in rischio finanziario: green bond per le rinnovabili o l’efficienza energetica, fondi ESG, e soprattutto catastrophe bond, che mostrano con chiarezza come il disastro possa essere convertito in profitto. Questi titoli, emessi da compagnie assicurative, promettono rendimenti elevati ma sacrificano il capitale investito se si verifica una catastrofe naturale. In origine si reggevano sull’idea di eventi eccezionali; con il cambiamento climatico sistemico, la loro natura è mutata: non più shock isolati, ma condizioni permanenti. Interi territori diventano così ‘non assicurabili’. Non a caso, un colosso come Allianz ha avvertito che la traiettoria attuale del riscaldamento globale rischia di ‘distruggere il capitalismo’ (Carrington 2025). Ma non è così: semmai lo rafforza, trasformando la catastrofe in un nuovo terreno di accumulazione. Turbolenza interna, dunque.
Il genocidio in Palestina e la guerra in Ucraina hanno trasformato l’Europa in un gigantesco mercato del riarmo, dove la devastazione si traduce in dividendi e le guerre in rialzi di borsa. I bilanci pubblici si piegano a garantire i profitti privati dell’industria bellica. Basti pensare all’aumento vertiginoso delle quotazioni di colossi come Rheinmetall, Leonardo, Thales o BAE Systems, i cui portafogli ordini sono esplosi dopo l’inizio della guerra. A ciò si aggiungono le nuove politiche di spesa militare: la Germania ha varato un fondo straordinario da 100 miliardi di euro per modernizzare le proprie forze armate, la Francia ha approvato un bilancio pluriennale record di oltre 400 miliardi, e l’Italia ha intensificato gli acquisti di sistemi missilistici e droni. Parallelamente, la NATO ha imposto ai propri membri di destinare almeno i 5% del PIL alla difesa, creando un flusso stabile di capitale pubblico verso l’industria bellica. Ma il circuito del profitto non si ferma agli arsenali. In Palestina, come ha denunciato Francesca Albanese (2025), il genocidio stesso è sostenuto e alimentato da Big Tech e colossi finanziari che forniscono tecnologie di sorveglianza, infrastrutture digitali e capitale alle imprese coinvolte nell’occupazione. Un’economia del genocidio, in cui la violenza diventa business globale, connesso ai mercati finanziari e ai monopoli tecnologici. Sono cresciuti nuovi fondi indicizzati e ETF dedicati al settore della difesa, che permettono agli investitori di trarre profitto diretto dall’espansione delle spese militari. Lungi dal rappresentare una sospensione temporanea del capitalismo, la guerra ne costituisce una delle condizioni strutturali: funziona come dispositivo di comando che riorganizza il rapporto tra Stati, mercati e finanza. Per riarticolare un assunto che si ripete spesso per esplicitare il nesso tra politica e guerra, si potrebbe dire che la guerra diventa la continuazione della finanza con altri mezzi, così come la finanza diventa la prosecuzione della guerra con strumenti economici.
La finanza per ripensare la cartografia globale
Quando la crisi del 2008 travolse l’Occidente, fu la Cina a impedirne il collasso: un pacchetto di stimolo interno senza precedenti, acquisti massicci di debito statunitense, rilancio della domanda globale. In quel momento Pechino non si limitò a tamponare l’emergenza: di fatto tenne in piedi l’economia mondiale, inaugurando una nuova geografia del potere finanziario. Tuttavia, se Giovanni Arrighi aveva letto l’ascesa cinese come possibile passaggio di egemonia, oggi appare evidente che il quadro è molto più complesso e tutt’altro che lineare. Il dollaro rimane il perno dei mercati globali: domina le riserve valutarie, le catene di debito, la liquidità mondiale. Ma al tempo stesso l’influenza statunitense si indebolisce. Come hanno scritto di recente Benjamin Braun e Cédric Durand, l’America vive un “autunno braudeliano” (2025). Questa è una fase in cui un impero economico non scompare improvvisamente, ma entra in una lenta maturità declinante, caratterizzata da una crescente finanziarizzazione e da una progressiva perdita di capacità espansiva. Mantiene il comando sul sistema, ma lo fa in forma sempre più autocratica, chiudendosi in difesa e trasformando lo Stato in garante diretto della rendita.
Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump 2.0 ha reso esplicito questo processo: la finanza “di mercato” legata a Wall Street - OPA, azionisti diffusi, governance pubblica - cede il passo a una finanza opaca, concentrata e reazionaria. Pensiamo a come funzionano private equity, hedge fund, venture capital, criptovalute. È un capitale che rifiuta la trasparenza dei mercati pubblici, che non si quota in borsa, che sfugge alla regolazione. Una finanza che si nutre di esclusione, accessibile solo a grandi founder, investitori istituzionali, e che ha già colonizzato l’ecosistema delle Big Tech e delle startup-unicorno, gonfiate da capitalizzazioni speculative basate sulla promessa di monopolizzare interi settori attraverso il controllo dei dati. Questa traiettoria è accompagnata da politiche autoreferenziali e difensive allo stesso tempo: reshoring tecnologico, protezione degli investimenti critici, nuove normative sulle criptovalute (come il cosiddetto Genius Act).
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Il quadro che emerge è quello di un capitalismo statunitense frammentato in più fazioni: da un lato la finanza “pubblica” degli asset manager tradizionali come BlackRock e Vanguard, legata a mercati aperti e regolamentati; dall’altro la finanza “reazionaria” di hedge fund, private equity e venture capital, alla ricerca di deregolamentazione e rendite opache; e infine Big Tech, che consolidano posizioni monopolistiche nel digitale. È chiaro che questo non configura affatto un disegno unitario di proiezione imperiale. Al contrario: l’America di oggi appare come un impero ripiegato su sé stesso, attraversato da lotte intestine e da una logica centripeta che consuma coesione invece di produrla. Quello di oggi è uno scenario che non suggerisce il ritorno a una “nuova guerra fredda” come esprimono certi analisti. L’attuale costellazione del capitale finanziario - frammentata e multipolare - lo dimostra (Mezzadra & Neilson 2024).
La Cina di Xi Jinping non si limita a presentarsi come polo antagonista: ha costruito una traiettoria finanziaria autonoma, capace di assorbire turbolenze interne senza generare effetti sistemici, e di intervenire sulle dinamiche globali. Storicamente la sua forza risiede in un principio di sovranità graduata, cioè nella capacità di calibrare apertura e chiusura, zonizzazione del territorio, inclusione selettiva dei capitali stranieri, a seconda delle necessità politiche interne (Dal Maso 2020). Fin dagli anni Ottanta, soluzioni ibride - come il sistema a doppio binario dei prezzi durante gli anni delle riforme, i mercati azionari distinti per investitori domestici e stranieri - hanno permesso a Pechino di integrarsi nel mercato globale e attrarre capitali e tecnologia esteri mantenendo al tempo stesso il controllo politico. Questa logica si è rinnovata con la più recente strategia della “dual circulation” di Xi Jinping: da un lato rafforzare il mercato interno come base autonoma di crescita (circolazione domestica), dall’altro utilizzare i legami con i mercati globali in modo selettivo e funzionale (circolazione internazionale). Non si tratta quindi della traiettoria lineare di una nuova egemonia, ma di un processo che ridisegna le geografie del potere finanziario globale su basi inedite (Dal Maso 2025).
La finanza per ripensare dicotomia pubblico privato e nuove soggettività politiche
Partendo nuovamente dal caso cinese possiamo già sfatare una delle dicotomie più persistenti del capitalismo: quella tra Stato e mercato. In Cina il mercato non è mai stato, nemmeno retoricamente, “altro” dello Stato. Quando si parla di finanza, invece, a livello mainstream si pensa quasi esclusivamente alla finanza privata. Ma questa prospera solo grazie a un flusso costante di risorse pubbliche: tagli fiscali, salvataggi bancari, garanzie sui debiti, incentivi. La retorica del “mercato libero” maschera un gigantesco trasferimento di denaro pubblico verso i proprietari di asset. Lo Stato non si ritira: diventa il garante della finanza e della rendita. Il confine tra pubblico e privato è, a dir poco, poroso. Questo meccanismo spiega il divario strutturale messo in luce da Thomas Piketty e altri autori che hanno descritto il processo di finanziarizzazione: i prezzi degli asset - azioni, immobili, infrastrutture - crescono molto più velocemente dei salari. Come ha spiegato Melinda Cooper, è la logica dell’asset inflation: le politiche pubbliche - tassi d’interesse, spesa, sgravi fiscali - gonfiano il valore dei patrimoni, mentre il lavoro viene compresso (2024, 2025). Pubblico e privato non sono sfere opposte, ma ingranaggi della stessa macchina redistributiva al contrario: i rischi si socializzano, i guadagni si privatizzano. Così la casa, la pensione, i servizi essenziali diventano strumenti di estrazione privata.
Non è solo un problema analitico. Riappropriarsi della finanza delimita il terreno cruciale per le lotte, per una nuova politica redistributiva. Per andare davvero oltre, occorre una ricostruzione della finanza dal basso. Questo significa almeno tre cose: 1. Demolire il mito dell’asset inflation come ricchezza collettiva: mostrare come l’aumento del valore di case e titoli schiacci salari e welfare invece di arricchire la società; 2. Creare istituzioni finanziarie alternative: casse mutualistiche, cooperative di credito, fondi climatici e urbani che gestiscano risorse collettive fuori dalla logica della rendita; 3. Ri-politicizzare Stato e mercato: non pensarli come sfere separate, ma come campi di battaglia e spazi da riconfigurare. Per concludere con una frase di Robert Meister (2021), la resistenza politica tocca davvero il cuore del capitalismo solo quando lo stesso sistema finanziario diventa terreno di conflitto.
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Note
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F. Albanese, From Economy of Occupation to Economy of Genocide. UN, 2025: https://www.un.org/unispal/document/a-hrc-59-23-from-economy-of-occupation-to-economy-of-genocide-report-special-rapporteur-francesca-albanese-palestine-2025/
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B. Braun e Cédric Durand, America’s Braudelian Autumn, Phenomenal World, 2025
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Carrington, Climate crisis on track to destroy Capitalism, The Guardian, 2025: https://www.theguardian.com/environment/2025/apr/03/climate-crisis-on-track-to-destroy-capitalism-warns-allianz-insurer
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M. Cooper, Counterrevolution: Extravagance and austerity in public finance, Princeton, Princeton University Press, 2024
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G. Dal Maso, Risky expertise in Chinese financialisation: Returned labour and the state-finance nexus, Singapore, Springer, 2024
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G. Dal Maso, China as a laboratory to renegotiate globalization: Statecraft through the selective exclusion of foreign capital, Dialogues in Human Geography, 2024
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R. Meister, Justice is an option: A democratic theory of finance for the twenty-first century, Chicago, University of Chicago Press, 2021
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S. Mezzadra & B. Neilson, The Rest and the West: Capital and Power in a Multipolar World, Verso Books, 2024
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A. Negri, Postface: A Reflection on Rent in the ‘Great Crisis’ of 2007 and Beyond, in A. Fumagalli and S. Mezzadra, Crisis in the Global Economy, Semiotext, pp. 263-72, 2010