Geografie del potere nella rivoluzione digitale

Into the Black Box

È oramai piuttosto noto che la bolla finanziaria esplosa negli Stati Uniti tra il 2007 e il 2008, quella legata ai cosiddetti mutui subprime (prestiti immobiliari concessi a mutuatari considerati ad alto rischio di insolvenza), abbia determinato una delle crisi più significative della storia del capitalismo. Possiamo dire che, di base, da quella crisi gli Stati Uniti, l’epicentro del sistema-mondo, non si siano mai del tutto ripresi. L’intera categoria di “Occidente”, che nei quindici anni precedenti aveva ricoperto il pianeta dopo l’implosione dell’URSS, nei quindici anni successivi all’esplosione della bolla si è progressivamente rarefatta come capacità egemonica e di comando. Quello che in questo periodo di dissolvenza si è tuttavia affermato come modello in grado di garantire una continuità, una riproduzione del sistema, e che ha mostrato anche una certa capacità egemonica, è quello che è stato definito come “capitalismo di piattaforma”.

Le piattaforme digitali si sono infatti affermate come modello aziendale e di business che in questi ultimi vent’anni ha profondamente ridefinito il panorama economico, e quindi anche quello sociale e politico, e finanche antropologico. D’altra parte, come già aveva colto Gramsci in Americanismo e fordismo, ogni cambiamento di paradigma va ben al di là di una semplice innovazione tecnica del modo di produrre. Una tecnologia è sempre espressione di un rapporto sociale, e dunque l’affermarsi delle piattaforme si è definito in una nuova antropologia (nuovi comportamenti, forme del comunicare e dello stare assieme, nuove dimensioni di socializzazione e comprensione del mondo, etc.).

Ovviamente, oltre agli elementi di rottura rispetto ad altri paradigmi socioeconomici, esistono anche molteplici linee di continuità col passato. Ciò che muta è il modo in cui le molteplici stratificazioni storiche accumulate da secoli di capitalismo sono tra loro assemblate. In questo senso diventa evidente che la “rivoluzione digitale” è un processo di lungo periodo, e alcune sue radici si dipanano almeno dagli anni Cinquanta, con l’avvento della cibernetica e la “contro-rivoluzione logistica” con cui si è ristrutturato il capitalismo di fronte ai processi di decolonizzazione, alla concentrazione di potere operaio nelle fabbriche, e alla politicizzazione della società e della riproduzione sociale. Un processo che ha visto sia degli scarti nello sviluppo (ad esempio la commercializzazione di Internet negli anni Novanta o la bolla delle dot-com nel 2000) che una serie di storie interrotte (ad esempio il progetto di pianificazione economica cibernetica Cybersyn del governo socialista cileno distrutto dal golpe del 1973, o l’immaginario e le sperimentazioni hacker a cavallo dei Duemila) che potevano indirizzare quel processo verso altre direzioni. Ognuno di questi momenti non è semplicemente un passaggio tecnico (dalle macchine di calcolo ai personal computer, dagli smartphone ai computer quantici) ma politico, ovvero il prodotto di scontri e mediazioni fra interessi e soggetti diversi, dentro e fuori dal digitale.

Volendo identificare uno scarto del digitale rispetto ad altri paradigmi socioeconomici potremmo individuarlo nella sua costitutiva instabilità, che dal versante capitalista viene narrata come una spinta spasmodica all’innovazione. A differenza di altre rivoluzioni, non c’è un gruppo di “invenzioni radicali” (come ad esempio in passato la macchina a vapore, il motore a scoppio, etc.) a cui fanno seguito cambiamenti incrementali, ma una ricerca compulsiva di nuove frontiere tecno-sociali. Ancora, non si tratta di una dinamica tecnica ma politica, legata alla finanziarizzazione del digitale, al suo uso anticiclico rispetto alle strettoie dei processi di accumulazione contemporanei. Questo produce anche un’accelerazione del tempo storico e, contemporaneamente, un suo appiattimento nel presente. Alla guida di questo scarto con il passato stanno le cosiddette Big Tech, che puntano a occupare lo spazio del possibile sia in termini narrativi che legali (si veda ad esempio il sistema dei brevetti) producendo la sensazione di vivere in un futuro anteriore, un tempo dove il futuro è già passato.

Il capitalismo di piattaforma non ha dunque solo stravolto il mondo dei media (coi social network), le forme del comunicare e del lavoro (con la diffusione degli smartphone e della messaggistica istantanea), le aree urbane e le forme della distribuzione e del consumo (con le app logistiche come Airbnb o Amazon), il modo in cui si fa politica, guerra, finanza o si educano le nuove generazioni (e l’elenco potrebbe continuare a lungo). Ben più in profondità, il capitalismo di piattaforma ha definito una piena digitalizzazione del mondo. Il reale è il digitale. E viceversa, ovviamente. In questo senso va oggi radicalmente messa in discussione la dicotomia affermatasi negli anni Novanta che separava il “virtuale” dal “reale”, il “materiale” dall’“immateriale”.

Le nostre vite sono oggi compiutamente onlife. La logica computazionale, la numerizzazione del reale, ha sostanzialmente assorbito altre razionalità per farsi modello unitario. Solo di recente ci si sta rendendo conto di come questa dimensione sia tutt’altro che astratta. Digitalizzare il mondo sociale necessita infatti di una complessiva ridefinizione delle infrastrutture che lo sostengono. Il fatto che le piattaforme digitali siano diventate le infrastrutture della quotidianità è solo dunque un lato della medaglia. Per funzionare, queste infrastrutture hanno infatti bisogno di una mole crescente di data center, cavi, satelliti, fabbriche del click, e conseguentemente di acqua, energia, terre rare, spazi, forza-lavoro. La repentina diffusione della cosiddetta Intelligenza Artificiale ha impresso una nuova accelerazione a questo processo. Una delle principali materie prime della nuova economia, i dati, è di nuovo al contempo estremamente astratta (che sequenza di numeri 0 e 1 assegno al suono di una canzone, ad esempio) ed estremamente concreta (l’ecosistema di cavi, data center e dispositivi che rende possibile che io ascolti quel suono dalle mie cuffie mentre passeggio per strada).

La transizione digitale va dunque di pari passo con quella energetica e sociale tout court. Lo sviluppo di infrastrutture e stili di vita informatizzati pone delle contraddizioni anche molto violente che riportano la questione a un tema tutto politico, di scelta. Di quali infrastrutture e di quali processi si tratta? Per cosa, per chi? Questi processi oggi rispondono primariamente a logiche di accumulazione, datificare per profilare, targetizzare, sorvegliare, indirizzare. Le infrastrutture inoltre costituiscono oggi un fattore determinato nelle relazioni di potere anche dal punto di vista geografico. Chi possiede le infrastrutture può plasmare un territorio, pianificare, determinare le politiche di sviluppo urbano.

È dunque sul tema del potere emergente che intendiamo concentrare l’attenzione, dopo questa panoramica.

Uno dei tentativi più rilevanti nell’elaborazione di una teoria dell’interazione tra mondo fisico e digitale e della relativa forma di potere è indubbiamente The Stack di Benjamin Bratton, un libro del 2015 che ebbe la capacità di cogliere in anticipo una serie di mutazioni emergenti. Il modello della Stack (letteralmente: pila) di Bratton è un utile paradigma di riferimento per intavolare una discussione critica. Il pregio di quel modello è che pensa la multiscalarità del digitale, inserendo risorse naturali, individui e spazi urbani in una connettività e in processi globali. È chiaro però che oggi quella pila di livelli è attraversata da tensioni, frammentazioni, filtri, direzionamenti confliggenti. Sicuramente gli Stati hanno un ruolo in questo processo. Ma non solo loro. Anche Big Tech, capitale finanziario e fondi di investimento giocano un ruolo chiave con le loro strategie di investimento e di alleanza politica. Per Bratton, al contrario delle ricorrenti teorie che leggono il presente come caotico, è possibile individuare un ordine e una gerarchia nella “megastruttura accidentale” emersa dalla rivoluzione digitale - e descriverne dunque la politica. La pila (nel senso dell’architettura hardware modulare descritta nell’immagine che segue) è infatti l’accatastamento di differenti layer in relazione tra loro, operano simultaneamente nello stesso luogo, e interagiscono in modi differenti: in accordo, cooperando, in modo indipendente, scontrandosi, etc.

Per capire le problematiche insite nell’influenza politica della Stack della computazione, è decisivo rimarcare soprattutto il primo aspetto, ossia la concreta materialità dell’infrastruttura. I data center, i luoghi dove si immagazzinano i dati e la potenza di calcolo, sono senza dubbio centri di trattamento e distribuzione di “valori” immateriali come i dati, ma al contempo il fatto che essi si trovino in un luogo piuttosto che in un altro fa enormi differenze. I dati sono stati spesso definiti come “il nuovo petrolio”, ma a differenza del petrolio non è la natura a decidere dove si trovano i loro “giacimenti”, bensì persone, aziende, istituzioni, Stati. E oggi, perlomeno in Occidente, le uniche aziende in grado di agire da hyperscaler (ossia da fornitore di servizi cloud su larga scala, come Amazon Web Services (AWS), Microsoft Azure e Google Cloud Platform (GCP), che opera data center massivi per fornire immense capacità di elaborazione, storage e rete) per l’AI rispondono, in ultima istanza, a un solo Stato: gli USA. Per non dire del fatto che quasi il 90% dei dati prodotti in Occidente - inclusi quelli di governi, amministrazioni pubbliche, persino eserciti - sono immagazzinati in server di proprietà di corporation americane.

Ovviamente il quadro è anche più ampio, perché - come in precedenza accennato - oggi sempre più l’Occidente è solo una parte, indebitata e indebolita, del mondo. Pensiamo a come a inizio 2025 il lancio di una nuova AI cinese, Deepseek, abbia scombussolato il mercato e reso evidente che è possibile disegnare la tecnologia AI in modo open source e a bassi consumi energetici rispetto ai modelli occidentali, manifestando come l’attuale iper-iniezione di capitali in AI da parte di Big Tech configuri anche (soprattutto?) la creazione artificiale di una barriera di accesso a tale mercato. Ma questo discorso ci porterebbe verso altre direzioni.

Copertina del primo numero di Teiko

Torniamo alla domanda su quale forma di potere è emersa in questa nuova configurazione. La risposta è in effetti particolarmente complessa, e assume angolature differenti a seconda degli attori coinvolti. Varia se a rispondere sono gli Stati, le municipalità, i movimenti sociali, gli individui. Oltre a ciò, una risposta potrebbe mutare se si interrogano le infrastrutture software e hardware che sostengono tale concetto: da un lato, gli algoritmi, le basi di dati, la capacità di calcolo, i digital twin. Dall’altro i data center, i supercomputer, i cavi sottomarini, le reti di approvvigionamento che alimentano tali strutture. Aggiungiamo che numerose piattaforme digitali, attori come Amazon, Google o Microsoft, stanno giocando con il lessico tipico della statualità classica implementando servizi dedicati alla “digital sovereignty” (Microsoft Cloud for Sovereignty, AWS Digital Sovereignty, Sovereign Cloud for Google). Un elemento piuttosto originale, che rende Big Tech apparentemente imprescindibile per assolvere alle funzioni richieste dalle pubbliche amministrazioni (ma anche dalle aziende e dai cittadini).

Ecco dunque un altro elemento non nuovo in assoluto, ma di chiaro rilievo, dell’oggi: siamo di fronte a un ristretto cartello di multinazionali che detiene un oligopolio (due terzi del totale dell'offerta globale è nelle loro mani) nel Cloud - ossia, nell’immagazzinamento, produzione ed elaborazione dei dati. Un aspetto che racconta una tendenza più generale emersa nel tempo post-pandemico: un processo di concentrazione del capitale. La crescente presenza di Big Tech in termini di possesso o posa dei cavi sottomarini sia in termini quantitativi (il numero, la lunghezza, la diffusione) sia qualitativi (le performance e la larghezza di banda). Oltre che imprescindibili per la vita quotidiani di centinaia di milioni di persone, sembrano anche sempre più indipendenti, puntando ad esempio ad elidere il potere contrattuale di Stati e istituzioni con obiettivi di autonomia energetica di queste grandi aziende, finanche ricorrendo allo sviluppo di nuove centrali nucleari. In termini di hardware, inoltre, il Cloud interpella anche la capacità di costruire la componentistica di queste avanguardistiche infrastrutture: anche questo è un tema che intreccia questioni di potere globali, con attori come NVIDIA o TSMC che sembrano oggi avere un know-how inarrivabile, cui si aggiunge la capacità di accaparrarsi le terre rare e i minerali necessari alla costruzione di chip e GPU, causa non ultima di notevoli tensioni politiche.

È proprio quest’ultimo elemento che si sta imponendo con sempre più violenza. Se infatti quello che abbiamo qui tratteggiato per ampi cenni è lo scenario affermatosi nel post-crisi 2008, nell’ultimo quinquennio la situazione sta virando repentinamente. L’input l’ha dato la pandemia, con la conseguente accelerazione del digitale e inceppatura delle catene globali del valore. Ma il carattere nuovo è stato impresso dalla fuga dell’esercito statunitense da Kabul ad agosto 2021 e dall’invasione russa dell’Ucraina a febbraio 2022. Una torsione bellica si è infatti imposta, mostrando come l’infrastruttura tecnologica e le forme del potere che l’hanno sospinta fossero decisamente a proprio agio con tale curvatura bellicista. Certo, le tecnologie digitali si sono sviluppate fin dall’inizio in stretta connessione con usi militari. Pensiamo a come dagli anni Cinquanta la cibernetica si espanse per calcolare le traiettorie dei missili balistici o a come internet venisse pensato come sistema di comunicazione in caso di attacco nucleare. Oggi però assistiamo a uno scarto, non solo quantitativo (in termini di investimenti e progetti) ma qualitativo (nel rapporto fra digitale, militare e società). Questo sbalzo va collocato nel regime di guerra globale che si va sempre più definendo, e che ha avuto una nuova impennata con il genocidio a Gaza. Il punto di fondo è che la mutazione è bilaterale: il digitale ha trasformato le forme della guerra (digitalizzazione del militare), ma vediamo anche una militarizzazione del digitale nei modi in cui il design e l’implementazione di queste tecnologie passa sempre più da obiettivi e logiche securitarie/militari.

In questo senso, il dual use si afferma come il principio cardine dello sviluppo delle tecnologie digitali - con evidenti conseguenze etico-politiche. È anche questa una tendenza di lungo periodo, ma la linea di demarcazione fra soggetti civili e soggetti militari sfuma sempre di più, così come quella fra luoghi del conflitto sociale e luoghi della guerra. Allo stesso tempo le forme della guerra si fanno diffuse, reticolari, rizomatiche, come esprime il diffondersi del concetto di “guerra ibrida”. Mentre la logica già centralizzante delle piattaforme si fa sempre più autoritaria, marziale. Questa ibridazione si colloca, come detto, in un regime di guerra globale dove le forme dell’accumulazione necessitano della forza delle armi oltre che di quella del denaro. La produzione stessa viene riorganizzata a partire da considerazioni strategiche di “interesse nazionale” e logiche belliche, come esemplificato dal programma ReArm Europe.

Tuttavia, la torsione autoritaria che attraversa le correnti sociotecniche attuali rimane uno spazio di conflitto, e la ricerca pensiamo non debba muoversi puntando a mostrare una contesa tra IL potere e una sorta di alternativa astratta, ma indagando all’interno di quale movimento reale sta trasformando lo stato di cose presenti - per richiamare in modo indubbiamente un po’ enfatico un vecchio adagio. In questa direzione, per chiudere, se guardiamo ad esempio alla Palestina, vediamo come nonostante la disparità dei rapporti di forza rispetto alle Big Tech, il movimento globale di solidarietà sia riuscito a costruire una contro-narrazione del genocidio e della lotta di liberazione dal sionismo sfidando le crescenti forme di censura e le strategie di propaganda sui social media. Pensiamo anche alle proteste del lavoro tech contro le Big Tech e le loro responsabilità nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale complici del genocidio. O alla costruzione di archivi di contenuti pubblicati sui social media per intentare cause contro chi ha commesso crimini di guerra. Ci sembrano queste dimostrazioni plastiche di quanto la tecnologia sia politica e un campo di tensione, da contendere.

Copertina del primo numero di Teiko