Dove c’è guerra c’è globalizzazione. AI, caos sistemico, crisi del politico

Silvano Cacciari

Concepire la globalizzazione come il contrario della guerra significa affidarsi a un tenace mito politico. Si tratta di una costruzione teorica rassicurante, radicata dalla caduta del Muro nel 1989, che immagina un mondo in cui l’interdipendenza economica, l’evoluzione tecnologica, la connessione delle comunicazioni, finiscono per rendere il conflitto obsoleto fino a raggiungere una sorta di pace perpetua. Il capitale, al contrario, ci ha mostrato da tempo qualcosa di ben differente: la globalizzazione non ha progressivamente eliminato la guerra; ne è diventata l’ecosistema, la condizione di possibilità e l’arsenale. A questa concezione si affianca un altro mito politico: quello che vede nell’ascesa di nazionalismi aggressivi un sintomo di deglobalizzazione, verso un ritorno a una sorta di mondo westfaliano magari promosso da un ordine emergente che si fa spazio nel conflitto tra nazioni. Insomma, la radice teologica della politica che riemerge per provare a razionalizzare il caos. Questo, dimenticando che proprio la prima globalizzazione, quella che portò alla Grande Guerra, trovò un veicolo di affermazione attraverso i nazionalismi che resero possibile l’imperialismo, quello analizzato da Lenin, che funzionava come vettore della circolazione globale dei capitali.

Entrambe le visioni non colgono la vera natura della mutazione in atto: la guerra è cambiata, è divenuta guerra ibrida, la quale non è marketing ma è pratica e logica del conflitto adattatasi efficacemente per prosperare all’interno di un mondo globalizzato, utilizzandone le reti come un parassita fa con il proprio ospite.

Per comprendere questo fenomeno, sono necessari due concetti chiave. Il primo concetto è la trasformazione dei piani di realtà della globalizzazione in armi da guerra: la guerra ibrida opera simultaneamente su più domini, trasformandoli in campi di battaglia. Il piano finanziario diventa teatro di coercizione, e di produzione di valore, attraverso la circolazione dei flussi di capitale; il piano cognitivo è lo spazio della ridefinizione dell’immaginario collettivo grazie a tecnologie diffuse su piattaforme globali; il piano cibernetico è quello del sabotaggio ma è anche quello dell’intelligenza artificiale che è divenuta uno strumento bellico fondamentale, e così via. Il secondo concetto è quello di attante, mutuato dall’Actor-Network Theory (ANT): per mappare queste nuove guerre non basta più guardare agli stati o agli eserciti. Bisogna seguire anche le reti di attanti umani e non-umani - algoritmi, piattaforme social, flussi finanziari, droni - che, insieme, costituiscono la vera dimensione riproduttiva del conflitto permanente. Una dimensione, assieme, caotica come interconnessa e infine ingovernabile.

Questo scenario, dove le azioni su un piano finiscono per produrre effetti imprevedibili su un altro, è descrivibile in modo rigoroso come un sistema complesso adattivo (CAS, Complex Adaptive System). Si tratta di un sistema composto da una molteplicità di agenti autonomi (gli attanti) le cui interazioni decentralizzate e non lineari generano un comportamento globale emergente, imprevedibile e refrattario a ogni forma di controllo lineare. In un CAS, non c’è un centro di comando; l’ordine (e più spesso il disordine) emerge da fonti spesso inattese quanto non coordinate tra loro.

Da un lato abbiamo quindi la logica parassitaria della guerra ibrida che ha colonizzato le infrastrutture della globalizzazione, definendo il campo della contesa. Dall’altro, invece, abbiamo la tragica inversione tra una previsione tecnologica sempre più potente e un controllo politico sempre più debole. Non sono due fenomeni da analizzare in sequenza, ma l’architettura e l’anima del potere contemporaneo: l’ambiente in cui il conflitto prospera e la dinamica che ne accelera, inesorabilmente, l’incontrollabilità. La guerra ibrida e la società globalizzata sono entrambe sistemi di questo tipo: complessi, adattivi e non lineari. La loro fusione ha creato un ambiente planetario fatto di instabilità permanente in cui la politica tradizionale, pensata per governare o progettare sistemi stabili e prevedibili, si scopre, quando se ne accorge, strutturalmente debole.

È in questo contesto che il concetto di guerra mondiale non dichiarata cessa di essere un’iperbole per diventare la più accurata descrizione del campo di forza antropologico che stiamo vivendo. A differenza dei conflitti mondiali del XX secolo, quelli attuali non hanno bisogno di dichiarazioni formali o di fronti militari convenzionali su scala planetaria. Tuttavia, condividono con quelli del passato due aspetti fondamentali - la portata globale e il carattere totale - manifestandoli in forme nuove, ibride e reticolari. La mondialità della guerra ibrida non è tanto definita dalla geografia dei fronti, dalle file interminabili di truppe schierate, ma soprattutto dalla connessione globale dei piani di conflitto: il piano finanziario, le guerre commerciali, il piano informativo-cognitivo e quello cibernetico sono interconnessi su scala planetaria, generando criticità gravi e conflitti permanenti. La totalità della guerra ibrida non si misura sul numero di soldati mobilitati, ma sulla pervasività dei domini che ingloba, alimentando l’instabilità planetaria proprio perché moltiplica non le truppe ma i piani di battaglia esistenti. L’assenza di una dichiarazione formale di guerra qui non è un segno di pace, ma la condizione strategica essenziale dell’evoluzione della guerra ibrida che le permette di operare costantemente nella zona grigia, spesso sotto la soglia del casus belli, conducendo ostilità prolungate. In questo scenario, nelle guerre pubblicamente in corso, i summit tra paesi che “non concludono nulla” non sono la celebrazione di un fallimento del processo “verso la pace” ma la ratificazione concreta di un processo di guerra ibrida permanente che gli attori politici possono cavalcare ma non fermare.

Una delle mutazioni antropologiche prodotte da questa relazione tra guerra ibrida e globalizzazione è, appunto, quella di intrecciarsi con una condizione politica inedita, governata da una tragica inversione: la politica e la governamentalità oggi si esercitano tramite strumenti di massima previsione con il risultato del minimo controllo e con l’estensione dei piani di guerra come uno dei segni più evidenti di questo fenomeno. Qui si dimentica spesso quanto sia stata essenziale la statistica per la nascita dello stato moderno, il suo ruolo politico e governamentale, per dirla con le storiche parole di Ian Hacking, nel “domare il caos” producendo numeri, tecnologie e criteri di analisi per prevedere e controllare i fenomeni esercitando così la governamentalità.

L’intelligenza artificiale, in questo senso, è l’erede diretta e radicalizzata di questo progetto della modernità. Se la statistica era il sistema operativo dello stato industriale, l’IA ne è la sua versione radicalmente potenziata entro i processi di computazione globale. L’IA compie però un salto quantico: non si limita più a “domare il caos” estraendo medie e tendenze da campioni di dati, ma promette di navigarlo in tempo reale, analizzando l’intero universo informativo per costruire modelli predittivi di una complessità e granularità prima inimmaginabili. L’IA, inoltre, non si accontenta di rendere leggibile la popolazione, come faceva la statistica classica; è potenzialmente in grado di renderne indirizzabile il comportamento. In un mondo che funziona come un sistema complesso adattivo, caotico e non lineare, la promessa dell’IA di offrire una visione chiara all’interno del caos globale la rende uno strumento irresistibile, un punto di passaggio obbligato per qualsiasi attore – statale o non – che aspiri a esercitare una qualche forma di potere. Diventa, di fatto, la nuova e indispensabile ottica della politica e della governamentalità in crisi esistenziale.

È qui che si manifesta la tragica inversione, il paradosso per cui lo Zenith della capacità predittiva genera il Nadir del controllo politico. Questo avviene attraverso tre meccanismi. Il primo è l’accelerazione: l’IA opera a velocità macchina, imponendo un ritmo decisionale che surclassa e marginalizza la lenta e controversa deliberazione delle reti di potere su cui si fonda la politica. Il politico, per non essere irrilevante, è così costretto a delegare o a ratificare decisioni prese altrove, oltretutto all’interno di reti di attanti tecnologici. Il secondo meccanismo è l’opacità: i modelli di IA più potenti sono spesso scatole nere i cui processi interni non sono pienamente comprensibili. La politica si trova così a dipendere da previsioni di cui non comprende la logica e i tempi, sostituendo, di fatto, la deliberazione con una forma aggiornata di fede tecnologica. Ma il meccanismo più profondo è l’instabilità sistemica: quando tutti gli attori concorrono in un sistema complesso utilizzando potenti strumenti di previsione per ottimizzare le proprie mosse, il risultato non è un sistema più ordinato, ma un conflitto tra poteri tecnologicamente innervati entro un ecosistema ancora più volatile e imprevedibile, soggetto a effetti a cascata. L’uso stesso dello strumento predittivo alimenta così il caos che dovrebbe domare. In questo modo, il politico si scopre prigioniero: non può fare a meno dell’IA per tentare di governare, ma è l’IA stessa a erodere le fondamenta del suo controllo, lasciandolo con l’illusione della previsione nel cuore di un disordine che egli stesso ha contribuito a esasperare.

Così, da un lato, il capitalismo delle piattaforme si è evoluto e ha costruito strumenti di previsione tramite IA pienamente all’intero della logica di potenza tipica del capitale globalizzato. Dall’altro, nonostante questa dimostrazione di forza tecnologica, il nostro mondo funziona come un sistema complesso adattivo, intrinsecamente incontrollabile, che produce strutturalmente incertezza e caos: la fog of everything. Ed è qui che si diffonde il parassita della globalizzazione: la guerra ibrida. Infatti, è in questo vuoto strutturale tra previsione onnipotente e controllo impossibile - alimentato dall’IA, la nuova rivoluzione industriale - che il rapporto tra guerra ibrida e globalizzazione trova la sua più piena espressione. Lo Hybrid Warfare non è altro che la dinamica globale e silenziosa che ha compreso e interiorizzato questa dimensione: nel vuoto tra previsione e controllo, nella paralisi della governamentalità, ogni piano di realtà diviene produttivo per le reti di potere e la creazione di valore in quanto arruolabile come strumento di guerra. E qui non si cerca più il controllo territoriale o la vittoria decisiva - obiettivi di un mondo governabile, ma ci si riproduce attraverso il continuo farsi arma dei piani di realtà. Del resto, le necessità del potere e del valore non finiscono mai. Questo in una dimensione nella quale lo scopo di riproduzione della guerra ibrida è anche avvelenare i dati, creare narrazioni virali che ingannino gli algoritmi, generare “eventi cigno nero” che mandino in cortocircuito i modelli predittivi dell’avversario e sfruttare la paralisi decisionale che ne consegue. Il capitalismo della nuova rivoluzione industriale, quella dell’IA, genera così una società che è soprattutto uno sterminato terreno di battaglia, che muta su mille piani e in continua, sinistra evoluzione in quanto condizionato dalla presenza del caos.

Copertina del primo numero di Teiko

© Leah Millis/Reuters

Questo rapporto tra guerra ibrida e globalizzazione smaschera anche l’ingenuità della tesi “nazionalista”. I nazionalismi che vediamo non sono un movimento di ritirata dal mondo globale; sono, al contrario, un fenomeno intrinsecamente globalizzato. Anche i nazionalismi apertamente isolazionisti usano le piattaforme globali per costruire alleanze transnazionali e condurre guerra su più piani. In questo modo finiscono per essere inghiottiti dalle logiche del disordine tipiche della guerra ibrida alimentando la globalizzazione del caos, quella dei sistemi complessi adattivi. Il nazionalismo non è la negazione della guerra ibrida globalizzata; è una delle sue tattiche più efficaci, oltretutto un mito potente per generare quella polarizzazione mediale e social del “noi vs loro” che è il carburante sociale della guerra ibrida.

Questa condizione di incontrollabilità sistemica induce una paralisi politica e sociale nella politica e nella governamentalità a tutti i livelli. Di fronte a una realtà che, per velocità e complessità, supera la nostra capacità di comprensione - quel “dislivello prometeico” di cui parlava Gunther Anders - la società si trova “cieca di fronte all’apocalisse”, incapace di reagire politicamente. È in questo vuoto di agency che si inserisce la perversa soluzione tecnologica. Il politico, sentendosi privato del controllo, si affida alle macchine per la previsione. Inizia così un’impetuosa accumulazione globale di “capitale predittivo”, un capitale ibrido la cui stessa esistenza è una funzione della globalizzazione. E, mentre si scambia il nazionalismo come processo di deglobalizzazione, l’accumulazione di capitale predittivo, motore indispensabile per la guerra ibrida, si esprime almeno in tre modi accelerati grazie all’IA:

- Come accumulazione di capitale finanziario-predittivo: i mercati finanziari globali diventano giganteschi motori di previsione, strumenti perfetti per una guerra finanziaria che non si basa più sulla produzione, ma sulla capacità di prevedere e generare instabilità creando valore;

- Come accumulazione di capitale computazionale: la supremazia strategica oggi si misura in petaflop e data center. L’accumulazione di potenza di calcolo e di dati - la materia prima della previsione - è una corsa globale, dipendente da catene di approvvigionamento globalizzate che sono, esse stesse, un campo di battaglia;

- Come accumulazione di capitale cognitivo: la guerra ibrida richiede la capacità di prevedere e modellare il comportamento umano. Il capitale cognitivo è l’accumulazione di controllo sulle piattaforme globali che non solo osservano, ma prevedono e indirizzano i viventi sostituendo la governamentalità.

Il politico, per tentare di recuperare il controllo in un mondo globalizzato e caotico, per quanto nazionalista possa essere, si affida quindi a dispositivi di previsione la cui infrastruttura è globale. Ma queste macchine, con la loro velocità e la loro logica computazionale, non fanno altro che accelerare le dinamiche caotiche del sistema, rendendolo ancora più volatile e ancora meno controllabile. L’IA pensata come cura della crisi della politica e della governamentalità si rivela, invece, il motore della malattia che si chiama guerra ibrida. Il politico non è qui il pilota che usa la mappa per guidare; è il passeggero ansioso che fissa lo schermo di un navigatore che guida da solo verso un futuro che nessuna istituzione della governance capitalistica controlla più. “Non c’è guerra senza globalizzazione”, quindi, non significa solo che la globalizzazione fornisce le armi e i campi di battaglia. Significa, a un livello più profondo, che la struttura ad essa sottintesa ha creato un mondo talmente complesso da indurre una paralisi del politico, e che la guerra ibrida è il nome del potere che prospera in questa paralisi, alimentata da una tecnologia predittiva. La prima globalizzazione, quella analizzata da Polanyi, come la seconda, quella che stiamo vivendo, hanno in comune il fatto di connettere il mondo, creare nuove forme di civilizzazione come inaudite forme di sfruttamento e di distruzione planetaria. Marx aveva subito visto tutto questo e in questo scenario andrebbe ripreso, rileggendo la globalizzazione, in una interpretazione più estensiva della famosa frase del rischio sulla “comune rovina delle classi” magari reinterpreando il “general intellect” come principale processo produttivo e leggendo la IA per come è: il motore di una nuova rivoluzione industriale che porta innovazioni dai contorni magici assieme a nuovi gravi rischi sistemici.

Abbiamo quindi, da un lato, la logica parassitaria della guerra ibrida che ha colonizzato le infrastrutture della globalizzazione, definendo la differenziazione sociale planetaria, i piani di realtà che la abitano, come campo di battaglia di una guerra non dichiarata che non ha gli obiettivi classici della politica (vittoria sul campo, presa dei territori) ma solo quello di riprodursi. Dall’altro, la tragica inversione tra una previsione tecnologica sempre più potente e un controllo politico sempre più debole, che ne descrive la crisi radicale. Ecco, quindi, non due fenomeni da analizzare in sequenza, ma l’architettura e l’ambiente del potere contemporaneo, in cui la guerra ibrida prospera accelerando inesorabilmente l’incontrollabilità di società che si comportano come sistemi adattivi complessi: adattandosi al caos producendo ulteriore caos distruttivo assieme a qualche rigido elemento di ordine.

Qui, quando i processi viaggiano a una velocità non percepibile dalla politica, riacquistare la vista di fronte all’apocalisse diventa un passaggio sia cognitivo che, appunto, politico. Nunc aut numquam prima che la realtà diventi inafferabile e interpretata solo da nuove superstizioni che già oggi cominciano a toccare la politica.

Copertina del primo numero di Teiko

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