Introduzione
Che cosa tiene insieme il mondo, oggi, e che cosa invece lo spezza? È forse questo l’enigma che si nasconde dietro ogni discorso sulla globalizzazione. Da un lato, la promessa di un’unificazione planetaria - dei mercati, delle reti, dei linguaggi, delle tecnologie - che sembra disegnare l’unità del mondo sotto la forma di una connessione totale. Dall’altro, le fratture che lo attraversano: guerre, crisi ecologiche, diseguaglianze, dislocazioni di potere, rotture politiche e sociali che mostrano quanto contraddittoria sia questa unità.
L’epoca presente è, forse più di ogni altra, l’epoca di una globalizzazione paradossale: “universale” nella sua estensione, ma lacerata nella sua sostanza. Ma non convince chi sostiene che il destino della globalizzazione si misuri ormai sulla soglia del suo fallimento. Riteniamo piuttosto che una forma della globalizzazione, quella di marca neoliberale e a guida statunitense, sia oggi in declino, ma che i processi che strutturano il mondo continuino e continueranno ad essere globali. Quando parliamo qui di globalizzazione parliamo dunque di un insieme di processi, e in questa sezione ne abbiamo messi in particolare tre sotto osservazione: la guerra, la digitalizzazione e la finanza.
Certo, l’idea di un “mondo uno” - integrato, pacificato, governato da flussi razionali di merci, informazioni e capitali - si è infranta contro il ritorno del conflitto, della competizione imperiale e della guerra. Ma non siamo di fronte a una guerra “contro” la globalizzazione, ma una guerra dentro di essa: una guerra che ne abita le infrastrutture, che ne sfrutta le reti, che ne colonizza la logica. È quanto osserva nel suo saggio Silvano Cacciari: la guerra ibrida non è un residuo arcaico ma una mutazione adattiva, un parassita che prospera all’interno dell’organismo globalizzato, nutrendosi dei suoi stessi flussi informativi, finanziari, logistici. Lungi dall’essere il contrario della globalizzazione, la guerra ne rappresenta il doppio oscuro, la sua modalità di autoriproduzione in un mondo senza più fronti netti ma disseminato di linee di frizione invisibili e interconnesse.
Così, la crisi dell’egemonia occidentale non coincide con la fine della globalizzazione, ma con la sua metamorfosi. Dopo cinque secoli di dominio coloniale, la frattura tra il “centro” e le sue “periferie” si è ridefinita: il potere globale non si concentra più in un unico polo, ma si distribuisce e si riconfigura in spazi multipli e conflittuali. L’Europa, che per secoli si è illusa di incarnare il soggetto universale della modernità, appare oggi invece come un continente disilluso, prigioniero delle proprie contraddizioni e schiacciato dalla spinta imperiale da Ovest e da Est. La millantata transizione energetica e digitale si sta curvando nel mega-piano di armamenti per salvare l’industria, e non si intravvedono visioni, classi dirigenti e progetti politici comuni in grado di assumere una posizione autonoma nella nuova geografia del potere mondiale. Nel tramonto del progetto europeo rimane soltanto l’eco di un’illusione: quella di uno spazio politico e simbolico in grado di dare forma al mondo.
Ma il mondo, oggi, si struttura soprattutto altrove. Si struttura nelle infrastrutture transnazionali e nei processi di urbanizzazione planetaria; nei flussi invisibili dei dati e del capitale; nelle connessioni verticali che attraversano l’atmosfera, le fibre ottiche, i server sotterranei, le orbite satellitari. Come ricorda Into the Black Box, le nostre vite sono ormai “onlife”: sospese in un regime di esistenza computazionale che integra reale e virtuale, materiale e immateriale, locale e globale.
La digitalizzazione non è un processo neutro né puramente tecnico: è una ridefinizione complessiva dello spazio e del potere. I data center, i cavi sottomarini, le miniere di terre rare e le fabbriche del click sono le nuove infrastrutture del dominio globale. Ogni algoritmo presuppone un’ecologia materiale fatta di energia, acqua, territorio, lavoro umano. E ogni rete digitale è anche una rete geopolitica, poiché i “giacimenti” di dati non sono dati dalla natura, ma costruiti da relazioni di forza tra Stati e corporation.
Nel capitalismo delle piattaforme, le Big Tech - da Amazon Web Services a Microsoft Azure fino a Google Cloud - si configurano come i nuovi hyperscaler del potere mondiale, gestendo la computazione del pianeta per conto di un unico orizzonte statale: quello statunitense. È qui che la crisi dell’Occidente assume una torsione: mentre l’egemonia geopolitica americana vacilla a partire dalle sue interne contraddizioni, la sua egemonia tecnologica e infrastrutturale si misura per la prima volta con reali competitor – a partire dalla riemersione della Cina quale potenza mondiale. Questa dimensione tecno-industriale è oggi strategica e pervasiva. L’esercito che fugge da Kabul e il cloud che ospita i dati del mondo appartengono alla stessa costellazione di potere, quella di un capitalismo digitale che ha interiorizzato la logica militare e la logica della sicurezza. La “militarizzazione del digitale” e la “digitalizzazione della guerra” si saldano in un regime globale di conflitto permanente, dove l’informazione diventa arma e la logistica, campo di battaglia.
Nel cuore dell’intreccio tra guerra e globalizzazione si situa l’intelligenza artificiale, erede diretta della modernità industriale e, insieme, suo superamento. Se la statistica fu il sistema operativo dello Stato moderno, l’IA è il sistema operativo del capitalismo globale: sono sistemi operativi che non si limitano a rappresentare il mondo ma lo indirizzano, traducendo il comportamento collettivo in modelli predittivi e protocolli di governo. L’IA è la nuova architettura del potere, ma anche la sua nuova vulnerabilità, poiché amplifica il divario tra potenza tecnologica e impotenza politica.
In dialogo con tutto ciò, il contributo di Giulia Dal Maso chiude questa sezione portando lo sguardo dentro la struttura economica di questo ordine globale in crisi. La globalizzazione contemporanea non si articola solo attraverso la produzione e lo scambio, ma attraverso la finanza: una finanza che non è settore, ma grammatica generale del capitale. Nella finanza si esprime la temporalità del potere: la capacità di anticipare il futuro e di convertirlo in valore presente. È una forma di dominio che non si esercita semplicemente sulle cose, ma sul tempo stesso, governando aspettative, debiti, promesse.
Nel mondo della crisi permanente, la finanza si presenta come dispositivo di comando: non reagisce al disordine, lo produce. La guerra non sospende il capitalismo ma ne accelera la logica, trasformando la devastazione in dividendo e la catastrofe in opportunità d’investimento. La “finanza verde”, i “catastrophe bond”, il mercato del riarmo: tutto partecipa di questa alchimia perversa che traduce il rischio in rendita e la distruzione in profitto.
Ciò che emerge da questi processi è un capitalismo sempre più frammentato, diviso in fazioni e oligarchie, dove pubblico e privato si intrecciano in una macchina redistributiva al contrario: i rischi si socializzano, i guadagni si privatizzano. Dal Maso richiama due utili immagini: l’epoca della “inflazione degli asset” descritta da Thomas Piketty, che vede la ricchezza crescere più rapidamente dei salari, spostando il baricentro della politica verso la difesa della rendita e la compressione del lavoro; l’America di oggi in preda a un “autunno braudeliano” descritta da Braun e Durand: una potenza in declino che conserva il comando sul sistema, ma in forma sempre più autoritaria, trasformando lo Stato in garante diretto dei propri oligarchi.
Da questa prospettiva, la globalizzazione non appare più come un processo lineare di integrazione, ma come una condizione instabile, attraversata da forze centrifughe e centripete. È un sistema che si riproduce attraverso la crisi, è un mondo che si tiene insieme grazie ai propri stessi conflitti. L’unità planetaria del potere si regge sulla disuguaglianza, la sua connessione globale sulla frammentazione locale, la sua pace economica sulla guerra ibrida.
Eppure, proprio in questa tensione risiede la possibilità di pensare nuove forme di soggettività e di lotta. Le conflittualità contemporanee - logistiche, ambientali, digitali - non si esprimono più sotto le forme del passato della lotta di classe, ma la interrogano, la riscrivono, la disseminano. L’enigma della classe oggi è quello di una composizione globale e dislocata: una classe che attraversa reti e territori, che abita gli interstizi tra il lavoro umano e quello algoritmico, tra le metropoli e le zone di estrazione, tra i centri disseminati e le periferie diffuse.
Forse il destino della globalizzazione non è l’unità del mondo, ma la sua mondialità: quella trama di interdipendenze materiali, ecologiche, digitali e politiche che non possono essere ridotte a un unico ordine, ma che ci obbligano a ripensare la forma stessa del mondo. In questa mondialità multipla e conflittuale, dove la guerra diventa infrastruttura e la finanza si fa linguaggio del potere, bisogna orientarsi e “leggere il caos” non come disordine ma come “sistema” da decifrare criticamente, per riconoscere dentro di esso i segni di possibile rottura e nuovi inizi.