I corpi che non possono dimenticare: violenza fisica e simbolica nella memoria delle donne yazide - Intervista con Fawziya Fadinan

A cura di Ludovica Fales - Traduzione dal curdo di Muhsen Naif

Quando ho incontrato Fawzyia, abbiamo parlato a lungo della delicatezza del tema che questa intervista avrebbe affrontato, ma anche dell’importanza di farlo, affinché ciò che è accaduto non si ripetesse. Abbiamo deciso di concentrare la conversazione sull’esperienza del corpo in una zona di conflitto, il corpo inteso come spazio di violenza e dominio, di memoria e di resistenza.

Fawzyia mi ha chiesto di evitare domande troppo personali, spiegando di voler parlare soprattutto dell’esperienza collettiva delle donne yazide sopravvissute agli stupri perpetrati dai membri dello Stato Islamico nel nord dell’Iraq nel 2014.

La forza della sua testimonianza sta nell’assumere il rifiuto del silenzio come gesto di cura e di prevenzione, non soltanto gestio politico e di denuncia. Attraverso le sue parole, Fawzyia ha il coraggio di riconoscere le forme possibili di una guarigione relazionale e di legare l’atto del raccontare alla necessità di una responsabilità etica verso il futuro.

Un corpo che diventa campo di battaglia, ma anche archivio di memoria, e infine spazio di resistenza. Nel suo racconto, il corpo assume un ruolo duplice: non solo quello della vittima, ma anche quello della testimone. Fawzya parla di come la violenza lasci segni visibili e invisibili, e di come il linguaggio stesso sembri del tutto insufficiente per nominarli. Tuttavia, proprio in questa frattura, in ciò che si è vissuto e testimoniato e che, però, non si riesce a dire, si apre uno spazio di ascolto, di condivisione e possibile guarigione.

Nell’agosto del 2014, lo Stato Islamico (ISIS) lanciò un violento attacco contro la comunità yazida che viveva nell’area del Monte Sinjar, nel nord-ovest dell’Iraq, vicino al confine con la Siria. L’offensiva faceva parte della più ampia avanzata dell’ISIS in territorio iracheno, dopo la presa di Mosul e di altre città strategiche. Le forze jihadiste circondarono i villaggi yazidi, uccidendo migliaia di uomini, spesso giustiziati sul posto, e rapendo donne e bambini. Le donne furono ridotte in schiavitù, vendute o cedute come "bottino di guerra", mentre i bambini furono spesso separati dalle famiglie e indottrinati. Migliaia di persone riuscirono a fuggire solo rifugiandosi sulle montagne di Sinjar, dove rimasero intrappolate per giorni senza acqua né cibo, sotto il sole estivo.

L’attacco di Sinjar è stato successivamente riconosciuto dalle Nazioni Unite e da diversi governi come un atto genocidario contro la minoranza yazida, una comunità religiosa antichissima che l’ISIS considerava “eretica”. Le conseguenze di quel massacro sono ancora oggi profonde: migliaia di yazidi risultano dispersi, molti vivono tuttora in campi profughi nel Kurdistan iracheno, e il Monte Sinjar rimane un simbolo di resistenza e di dolore per l’intero popolo yazida.

Fawzyia è una di coloro che sono riuscite a tornare a casa.

L: Puoi raccontarci che tipo di violenze sono state perpetrate contro le donne yazide?

F: Per molte donne è successo durante l’infanzia. Penso che sia incredibilmente difficile, da bambina, vedere e vivere questo tipo di violenza. Essere una bambina e subire una violenza sessuale è qualcosa di incredibilmente duro, credo. Essere una bambina, non capire ancora nulla della vita, e vedere un uomo dell’età di tuo padre che cerca di avere un rapporto sessuale con te, è davvero, davvero difficile. È estremamente doloroso e complicato anche per tutte le sopravvissute rendersi conto che ci sono ancora persone, in Medio Oriente, che non le accettano come persone, come persone normali. Persone che le colpevolizzano. Che vedono in loro qualcosa di mancante. Anche se non è stato qualcosa che loro hanno voluto in alcun modo, anche se si è trattato di una violenza subita, ci sono ancora persone che le fanno sentire in colpa.

L: In molti conflitti, la violenza contro le donne non è personale, ma politica, usata come arma contro le comunità. In questo caso, hai sentito che il corpo veniva usato per mandare un messaggio? Pensi che la violenza attraverso il corpo delle donne possa essere vista come una questione politica?

F: Non penso che fosse solo un gesto politico in sé. Ma sicuramente è accaduto perché siamo yazide. Perché la loro mentalità è organizzata attorno al rifiuto della nostra religione e all’odio verso gli yazidi. Quindi uno dei loro obiettivi era proprio questo: esercitare violenza sulle donne yazide per colpire l’intera comunità. Sì, non era qualcosa di personale, ma sicuramente settario e religioso.

L: Pensi che per chi vive un trauma del genere, questo trauma continui a riemergere? Ci sono modi in cui, anche mentre cerchi di andare avanti con la vita, esso riaffiora in momenti inaspettati?

F: È impossibile dire che possiamo andare avanti con la nostra vita, che possiamo metterlo da parte o dimenticare. È impossibile, perché tutto ciò è successo quando eravamo bambine, e lo abbiamo vissuto per anni, non è stato facile. Per questo è totalmente impossibile dimenticare. Ma prendo me stessa come esempio: ho iniziato una nuova vita. Ora vivo nei Paesi Bassi, ho iniziato a frequentare la scuola. Allo stesso tempo, non è possibile dimenticare una cosa del genere perché, da bambina, ti è successa più e più volte. Non è possibile dimenticare, è un trauma che ti perseguiterà per sempre.

L: Hai mai subito pressioni per rimanere in silenzio o per parlare in un certo modo? Come ti relazioni con il silenzio, con l’idea del silenzio?

F: Non affronto davvero la questione del silenzio perché non sono una persona che tace. Ne parlo, anche se influisce molto sulla mia salute mentale e sul mio stato psicologico. Ma ho un motivo per parlare. Non voglio che questo accada di nuovo a nessuno, agli yazidi, a chi ha vissuto ciò che abbiamo vissuto. Per questo mi espongo. Anche se non è facile, cerco di parlarne per evitare che succeda di nuovo. Il mio obiettivo è prevenire la violenza contro le donne yazide, e contro gli yazidi in generale.

L: Vorrei sapere se, guardando a come oggi il mondo parla di guerra, di stupro o del corpo femminile, pensi che ci sia qualcosa che manca. Se potessi parlare con chi ha potere, con coloro che hanno ignorato o permesso che tali violenze accadessero, cosa diresti loro? Qual è la cosa più importante da ricordare affinché non accada di nuovo?

F: Se potessi fare qualcosa o dire qualcosa a chi ha potere, chiederei loro di cambiare il modo in cui gli yazidi vengono trattati, di cambiare il loro modo di pensare, la mentalità con cui guardano agli yazidi. Le persone che hanno perpetrato questi crimini contro di noi pensavano che gli yazidi fossero malvagi e che adorassero il diavolo, e che se li uccidevano o violentavano le loro donne sarebbero andati in paradiso. Quindi, se potessi cambiare qualcosa, cambierei il modo in cui ci guardano. Cambiare il modo in cui la cultura yazida viene trattata nel Paese, come viene compresa. Diffondere conoscenza e rispetto verso la religione yazida e la cultura yazida.

L: So che è impossibile dimenticare o perdonare, ed è impossibile non pensarci. Ma cosa significa per te "guarigione"? Non come un’aspettativa, non come una pressione, ma come una possibilità.

F: Una delle cose che davvero mi ha aiutata e mi ha spinto a guarire da ciò che ho vissuto sono i miei fratelli e sorelle. Sono la più grande e loro sono più piccoli di me. Mi prendo cura di loro. Loro sono la ragione della mia guarigione.

L: C’è qualcosa che non ti è mai stato chiesto prima, o qualcosa che vorresti davvero dire, o che vorresti che ti venisse chiesto?

F: Per me personalmente, la maggior parte delle cose che ho vissuto le ho raccontate e le condivido con il mondo. Ma non abbiamo ancora visto giustizia, nè rispetto. Non abbiamo ancora visto giustizia, ma per me la giustizia sarebbe vedere quelle persone processate. Per esempio, vengono messi in prigione per due o tre anni. Non credo che in due o tre anni una persona possa cambiare mentalità, cambiare la struttura mentale che l’ha portata a compiere questi crimini. E quando li liberiamo, questo incoraggia altri a fare la stessa cosa, se lo vogliono fare. Invece, questi crimini dovrebbero essere trattati come crimini di guerra a tutti gli effetti e dare luogo a processi strutturati.

Copertina del primo numero di Teiko