Corsivo - Sull'internazionalismo, oggi
Internazionalismo è una parola che suona al contempo antica e necessaria, da re-inventare. Il suo involucro semantico, carico di storia e di conflitti del passato, non basta più. Ma il problema che essa contiene – quello della solidarietà, della connessione, della lotta su scala planetaria – resta un nodo strategico da sollevare, discutere, praticare. Le mobilitazioni che, da fine settembre, si sono diffuse a macchia d’olio dentro e fuori i confini europei, mostrano che questa reinvenzione è un’urgenza condivisa. Il momento è propizio per rivoluzioni e trasformazioni radicali, e tuttavia, per non restare schiacciati dalla scala del problema, paralizzati dall’immensità della sfida, serve un pensiero e una pratica politica capaci di stare all’altezza delle dinamiche globali del capitalismo contemporaneo. Se è vero che non esiste prospettiva rivoluzionaria che non guardi alla dimensione planetaria, essa è sempre definita da coordinate del tutto specifiche. Oggi questa planetarietà non è la globalizzazione neoliberista: quel progetto egemonico, il cui declino è iniziato con le guerre del primo ventennio del Duemila e la crisi finanziaria del 2007-2008, è portato a esaurimento dalla “policrisi” innescata dalla pandemia globale. La guerra in Ucraina, il genocidio a Gaza, ci portano oltre. Un genocidio non è una crisi, è qualcosa che va sicuramente più in là. Si tratta di una congiuntura complessa, che sembra portare al crepuscolo anche il discorso liberal-occidentale insieme ai suoi dispositivi e ai suoi strumenti.
È su questo ingresso in una fase storica dai tratti inediti che si gioca oggi la possibilità di un nuovo internazionalismo, che deve quindi misurarsi con le forme mutate del capitalismo globale e con le nuove configurazioni della soggettività politica che vi si oppone. Le dinamiche del capitalismo contemporaneo, pur nella loro continuità strutturale, presentano rotture radicali rispetto al passato. Negli ultimi anni, infatti, si va configurando – per dirla con il vecchio barbuto di Treviri – una nuova e decisiva contraddizione tra i rapporti di produzione e le forze produttive, in cui la guerra dei dazi e la finanziarizzazione giocano un ruolo primario. Questa nuova contraddizione porta i segni del definitivo esaurimento di alcune tendenze spaziali e temporali, che interrogano direttamente la reinvenzione dell’internazionalismo. In primo luogo, il rapporto tra il “nazionale” e l’“internazionale”, come si configurava nell’Ottocento, nel tempo delle costruzioni statuali e dell’internazionalismo proletario, non regge più. Anche per questo, l’idea di una “riemersione dello Stato-nazione” dopo la stagione neoliberale come chiave interpretativa e via d’uscita “a sinistra” dal post-pandemia ci pare errata e fuorviante: non si dà uno scontro tra un capitale globalizzato e un ritorno dei confini. Semmai, il nazionalismo oggi funge da ideologia e strumento egemonico per le forze suprematiste e sovraniste che governano in molte parti del pianeta in simbiosi con il nuovo ciclo di globalizzazione capitalista. Viviamo in un mondo attraversato da processi transnazionali che si sovrappongono e si contraddicono: logistica, digitale, finanza, migrazioni, comunicazione istantanea. È su questi attriti che si gioca la sfida decisiva per ripensare la lotta di classe. I movimenti degli anni Duemila – dai No Global alle rivolte arabe, dalle sommosse e insurrezioni diffuse sul globo tra il 2011 e oggi, fino alle lotte climatiche e transfemministe – hanno mostrato come la logistica delle lotte si intrecci con quella delle merci, e come la rete digitale diventi al tempo stesso campo di battaglia e strumento di organizzazione. Le spazialità tradizionali – città, Stati, continenti – non possono essere pensate come luoghi chiusi e dimensioni precostituite dell’organizzazione politica. Occorre sottolineare i limiti dello slogan “pensare globale, agire locale” e spostare lo sguardo sulle dinamiche di classe che attraversano il presente, per capire “come” si possono costruire convergenze e solidarietà materiali: identificare il nemico è imprescindibile per rovesciarne il discorso, costruendo al contempo un campo comune di un movimento reale.
L’altra radicale trasformazione riguarda il tempo della politica, che è oggi scomposto, frammentato, istantaneo, dettato dai ritmi della finanza e dei flussi digitali. L’orologio meccanico delle prime rivoluzioni industriali – quello della fabbrica, della disciplina, del ciclo produttivo – è saltato. Ma proprio dentro questa accelerazione si impone la necessità di una lunga durata: di una politica capace di guardare oltre l’immediatezza, di costruire continuità nella discontinuità. L’internazionalismo del XXI secolo dovrà muoversi in spazi reticolari, attraversare territori e reti, sincronizzare tempi e movimenti. L’effetto farfalla – la risonanza tra lotte lontane – ne è una possibile metafora, se consideriamo il ciclo di movimento che ci lasciamo alle spalle e che abbiamo analizzato nel numero Zero. La Casbah di Tunisi, piazza Tahrir, poi la sequenza che va da Occupy Wall Street al giugno 2013 in Brasile, passando per piazza Syntagma e piazza Taksim, e quella che, tra il 2018 e il 2020, esplode in Francia, in Cile, a Quito, Beirut, Barcellona, Teheran, Baghdad. Dentro a queste sequenze si è sviluppata la processualità di Ni Una Menos, che ha messo al centro la dimensione transnazionale della lotta contro la violenza patriarcale, lanciando scioperi globali diffusi e coordinati. Qualcosa di simile è accaduto con “l’onda verde” del 2019 dei Fridays e con il BLM nordamericano, che ha risuonato in particolare in Francia e in Inghilterra.
Con uno sguardo retrospettivo, potremmo considerare queste processualità e sequenze come i prodromi di un internazionalismo a venire, che ha trovato una prima esemplificazione nel movimento della ‘Palestina globale’. Dopo due anni di mobilitazione contro il genocidio, che hanno coinvolto in modi variegati territori e soggetti in tutto il pianeta, la Global Sumud Flottilla – che può essere considerata una sperimentazione concreta di azione internazionalista dell’oggi– è stata in Italia l’innesco possibile di un fronte di opposizione al regime di guerra che ha nel genocidio la sua più esplicita e brutale manifestazione. Il movimento della Palestina globale, e in particolare le piazze di settembre e di ottobre, prefigurano una dimensione inedita anche perché hanno mostrato alcuni elementi di scarto rispetto alle dinamiche di soggettivazione proprie delle processualità richiamate sopra. Il concetto di sumud – perseveranza – ha innescato rivendicazioni e forme di lotte che potrebbe spostare il cuore del paradigma dal rifiuto di essere vittime (della violenza maschile, della polizia razzializzante, del capitalismo ecocida) a un modello di una resistenza che non cede e costruisce solidarietà globale, pur di fronte all’estrema violenza del genocidio.
Parallelamente, con la formula “Israele globale” questo movimento identifica gli effetti del regime di guerra. Quella formula condensa, quindi, un’opposizione complessiva ai piani di riamo, alle politiche estrattive e coloniali, all’attacco ai diritti sociali, ai dispositivi autoritari, alla riaffermazione della famiglia patriarcale, alle politiche contro migranti e comunità, negli Stati Uniti come in Europa. Il genocidio a Gaza e le proposte di “tregua”, “pace”, “ricostruzione”, sono assunte, in altri termini, come un’anticipazione terribile ed evidentemente estrema, delle tendenze che indirizzano le trasformazioni spaziali e temporali che abbiamo richiamato. Dalla “Palestina globale” contro l’“Israele globale” emerge un paradigma nuovo: un conflitto che attraversa confini e appartenenze, che oppone il welfare al warfare, la cura alla distruzione, la solidarietà alla guerra permanente. Come molte altre nel mondo, questa mobilitazione mostra che, oltre alle dinamiche globali quali vettori decisivi di avvio dei movimenti nei territori, serve costruire basi di appoggio, infrastrutture territoriali, luoghi d’ascolto e organizzazione: serve un ecosistema di pratiche, durate, forme di coordinamento e spontaneità che convivono e si alimentano reciprocamente. È in questa tensione che può rinascere un internazionalismo capace di durare, un nuovo internazionalismo materiale, fatto di blocchi, scioperi, connessioni. La battaglia oggi si gioca tra piazze fisiche e flussi informativi.
Forse, alla luce di questo scarto, possiamo ipotizzare che una nuova sequenza sia iniziata. Dal Bangladesh, dove nel 2024 le rivolte giovanili hanno costretto alle dimissioni la prima ministra Sheikh Hasina (con un antecedente nello Sri Lanka del 2022, dove la rabbia popolare ha rovesciato la dinastia Rajapaksa), passando per le proteste in Thailandia e quelle in Indonesia a fine agosto, in Nepal a inizio settembre, e poi in Madagascar, Marocco e Italia. Quella che i media stanno chiamando la Generazione Z rappresenta, in molti di questi contesti, un soggetto emergente di questa nuova fase. Giovani precari, iperconnessi, transnazionali per cultura e per destino, cresciuti dentro la crisi climatica e la fine delle certezze (in Occidente). La loro rabbia, ma anche la loro creatività politica, attraversa i continenti e si esprime in forme molteplici, testimoniando però l’esistenza di un desiderio comune in cui riconoscersi: lo dimostra l’influenza e la circolazione dei simboli e delle strategie, usate in luoghi vicini e lontani, che alimentano la sensazione che sia possibile ottenere un cambiamento.
In tutti questi casi, i processi di soggettivazione politica coinvolgono una nuova soggettività che parla il linguaggio di una nuova composizione del lavoro e della sua eterogeneità. Un ciclo che sembra avere l’Asia come spazio della nuova spinta propulsiva, la “generazione Z” come vettore trainante, e che può delineare un nuovo laboratorio di internazionalismo. Le ragioni di questi movimenti, infatti, sono spesso interne ai singoli contesti nazionali, ma condividono fattori comuni. Ciò che accade in un contesto diventa ispirazione per un altro. Non siamo di fronte a legami diretti tra diversi contesti, ma al contagio di una possibilità di cambiamento. È la logica stessa dell’internazionalismo rinnovato – non un coordinamento centralizzato, ma una connessione simbolica, affettiva, politica tra lotte autonome ma comunicanti.
Anche se il tempo delle Internazionali storiche è passato, l’internazionalismo è la forma necessaria della politica del futuro. Nel presente, deve essere reinventato, affinché non si riduca a semplice solidarietà tra nazioni o popoli, e diventi una pratica di connessione tra lotte che attraversano confini, tempi, media, linguaggi. La sincronizzazione di resistenze in un tempo impazzito, la costruzione di un’ecologia politica globale delle lotte, qui da noi deve fare anche i conti con lo svuotamento del discorso e dei dispostivi delle democrazie liberali occidentali, confermato dall’irricevibile rivendicazione di un’Europa guerriera e dall’immagine di Trump come pacificatore globale. L’una e l’altra, d’altronde, mettono in luce il nucleo di quel discorso liberal-occidentale. Non è un caso, allora, che il diritto internazionale, di cui è stato a ragione denunciato l’impianto coloniale, abbia svolto un ruolo di rilievo negli ultimi due anni: sono stati molti paesi non occidentali a metterlo in tensione, denunciando il genocidio a Gaza e, più complessivamente, l’impunità concessa a Israele sin dalla sua nascita come emblema del paradigma liberale occidentale. In questo modo, il diritto internazionale è diventato un campo di contesa, e l’eco di quella contesa è risuonata nelle piazze dell’autunno, nello sciopero e nella pratica dei blocchi. Dopo aver assistito per due anni a un genocidio in diretta, la violazione spudorata del diritto internazionale messa in luce dall'azione della Flotilla ha fatto cadere le ultime maschere. Dal Madagascar a Gaza, da Milano a Jakarta, dal Marocco all’Indonesia, il compito è lo stesso: ricostruire legami, riconoscere le connessioni, immaginare nuove forme organizzative all’altezza del presente, senza cedere alla tentazione di riprodurre vecchi schemi.