Toni Negri, la metropoli e le trasformazioni del capitale. Commento a un’intervista
Michael Hardt
A una prima occhiata a questo testo è difficile non notare quanti eventi grandiosi siano esplosi nel mondo dal momento in cui l’intervista ebbe luogo nel 2019: una pandemia planetaria, un regime di guerra globale che include, ma non si limita a, l’aggressione persistente della Russia e il massacro selvaggio e senza fine condotto da Israele in Palestina, offensive di destra sempre più velenose con Donald Trump in prima linea, e altro ancora. Eppure, leggendo, diventa chiaro che i problemi centrali che Toni affronta restano completamente attuali. Il lettore deve solo fare il lavoro di estrapolazione ed estendere le linee di analisi al nostro presente. E Toni aiuta in questo con alcuni dei suoi notevoli lampi di anticipazione politica. Mi propongo qui semplicemente di estendere due delle sue linee di analisi per mostrare come, a mio avviso, esse rimangano vive nei dibattiti contemporanei.
Nel considerare il nuovo ruolo della metropoli e le trasformazioni dello spazio urbano, Toni propone una cornice concettuale fatta di due sfere disgiunte: da un lato il regno della cooperazione produttiva, della riproduzione sociale, delle infrastrutture logistiche e dei meccanismi finanziari; dall’altro un insieme variegato di strutture di governance, comprendenti sistemi e istituzioni politiche e giuridiche a livello locale, nazionale e regionale. Il ruolo della metropoli, suggerisce, va letto nei rapporti conflittuali, dissonanti e contraddittori tra queste due sfere. Mentre in un’epoca precedente la città-fabbrica fordista era in grado, pur con dei limiti, di fornire un legame stabile tra le due sfere, produzione e governo, la problematica della metropoli contemporanea è sintomo delle enormi difficoltà di stabilire una qualunque mediazione del genere. La conversazione tra Toni e Niccolò prosegue con intuizioni ricche sulla struttura del territorio urbano e sul potenziale delle lotte metropolitane esistenti.
Ma Toni estende anche quella cornice a un’applicazione più generale, oltre la metropoli, come chiave per indagare le crisi planetarie della globalizzazione neoliberale e le contraddizioni apparentemente insolubili della governance capitalista contemporanea. A questo punto compie un salto che mi sembra particolarmente lungimirante, e che vorrei seguire. Che cosa significherebbe, chiede, per chi detiene il potere, fare la guerra in una simile situazione? Ovviamente, sarebbe un’enorme tragedia, continua, e una tale guerra dovrebbe confrontarsi in modo centrale con questa problematica: la disgiunzione tra le due sfere.
Per estendere l’intuizione di Toni al contenuto dell’attuale regime di guerra globale, si può cominciare osservando, in termini molto generali, che in passato c’era la tendenza a interpretare guerre e imprese imperialiste come modalità relativamente funzionali di mediazione tra le due sfere, generalmente mosse dalla sfera produttiva a diversi livelli, come gli interessi del capitale sociale complessivo o dei capitali regionali o nazionali. Come esempio sintetico, si potrebbe dire che la narrazione del “sangue per il petrolio” come spiegazione dell’invasione e occupazione statunitense dell’Iraq a partire dal 2003, pur con tutte le sue qualifiche e contestazioni, sembrava possedere un certo potere esplicativo. Da questa prospettiva, la guerra sembrava illustrare che le due sfere potessero essere in sincronia, servendo in effetti a mediare tra loro.
Le guerre odierne, a mio avviso, minano qualsiasi interpretazione funzionale di questo tipo. È vero, naturalmente, che le aggressioni russa e israeliana comportano implicazioni economiche significative. Queste possono apparire più chiaramente in relazione a progetti infrastrutturali come le reti di distribuzione del gas dalla Russia, evidenziate dal sabotaggio del gasdotto Nord Stream, o alla
prospettiva della costruzione israeliana di un nuovo grande corridoio economico attraverso la Palestina. Gli interessi capitalistici sono senza dubbio coinvolti in questi conflitti, ma è anche chiaro che non li stanno guidando in modo diretto; anzi, queste guerre contribuiscono al caos della sfera produttiva. Allo stesso modo, non è più plausibile supporre che le guerre siano coerenti con la sfera della governance. È difficile sostenere che l’imperialismo statunitense fornisca oggi una cornice esplicativa adeguata agli sviluppi bellici, nonostante la cieca devozione del governo USA al regime israeliano e la sua costante giustificazione dei crimini di quest’ultimo.
La disgiunzione tra le sfere appare ancora più drammatica se si considerano le guerre di Trump su molti fronti: non solo guerre commerciali, ma anche guerre contro i migranti, contro le università, contro gli oppositori politici, guerre culturali e molto altro. Anche in questo caso, il nazionalismo economico viene spesso presentato come la logica primaria che renderebbe queste guerre una forza di accordo tra le sfere produttiva e di governo; ma, in realtà, è facile riconoscere come gli interessi economici statunitensi siano tanto minati quanto promossi da questi processi.
Non intendo proporre la cornice che Toni presenta né la sua intuizione sulla guerra come una soluzione ai nostri dilemmi concettuali e politici attuali. La vedo piuttosto come un modo produttivo per identificare la nostra problematica. Riconoscere la continua disgiunzione tra le due sfere e il modo in cui il regime di guerra globale non riesce a mediare ma, al contrario, esaspera quel divario e quelle contraddizioni, offre al contempo una piattaforma e una sfida per l’analisi.
Come il regime globale di guerra attuale, nelle sue molteplici facce, sta avanzando o minando ciascuna delle sfere e, inoltre, in che modi sta mediando o deteriorando il loro accordo?
A mio avviso è utile porre tali domande almeno in due cornici temporali. Nel breve termine, può darsi che i regimi di guerra riescano a tenere insieme le due sfere. Trump, ad esempio, potrebbe temporaneamente finanziare il bilancio statunitense con un gettito inatteso derivante dai dazi, riuscendo a costringere e ricattare altre nazioni, corporazioni statunitensi, la classe politica USA, università e molti altri attraverso la forza e la minaccia. Potrebbe sembrare, per un certo tempo, che si realizzi una vera mediazione tra una nuova struttura di governance istituzionale, con forti caratteristiche autoritarie e fasciste, e un progetto di sviluppo capitalistico nazionale. Forse si potrebbe immaginare, anche se lo trovo più difficile, una simile “risoluzione” a breve termine in Palestina, in cui Israele ottenga la pace attraverso il massacro, eliminando di fatto i palestinesi, stabilendo accordi economici e politici con gli Stati vicini e lanciando un nuovo programma di sviluppo.
La mia ipotesi, tuttavia, è che, se si considera una cornice temporale più lunga, risulta chiaro che, anche se questi progetti di guerra dovessero creare una parvenza di mediazione nel breve termine, essa sarebbe del tutto insostenibile. Per confronto, è consuetudine considerare la Seconda guerra mondiale, per quanto distruttiva, come funzionale alla ricostruzione di un’infrastruttura economica capitalista e di un nuovo assetto di governance globale, insieme a una potente mediazione tra le due sfere. Ma oggi è chiaramente difficile immaginare un simile esito. I vari progetti di guerra odierni falliranno, in altre parole, proprio come fallirono le invasioni e le occupazioni statunitensi di Afghanistan e Iraq – fallimenti che comportano, ovviamente, enormi sofferenze e distruzioni. Sono queste le riflessioni che derivano dal tentativo di sviluppare, nel nostro contesto, la cornice concettuale avanzata da Toni.
Vorrei anche evidenziare un altro filo d’analisi nella discussione di Toni che ritengo cruciale per i dibattiti contemporanei: i dilemmi dell’organizzazione. Qui Toni presenta come cornice concettuale la sequenza da classe a moltitudine a classe prima. A partire dagli anni Novanta, Toni ed io, insieme a molti altri, tra cui Paolo Virno, abbiamo ritenuto necessario introdurre il termine “moltitudine” per riconoscere e mettere in luce due serie di molteplicità realmente esistenti, ormai familiari e parte del nostro vocabolario condiviso. Da un lato, l’analisi della composizione di classe rivelava un’ampia molteplicità di forme e relazioni lavorative: lavoro industriale, lavoro precario e informale, lavoro
riproduttivo non retribuito, lavoro nei servizi e molto altro. Era ormai chiaro che l’operaio industriale non poteva più rappresentare l’intera classe lavoratrice. Dall’altro, i movimenti avevano imposto il riconoscimento che non solo la lotta della classe lavoratrice, ma una molteplicità di lotte di liberazione, femministe, queer, migranti, antirazziste e altre, dovevano essere parte integrante dell’equazione politica. Il passaggio concettuale da classe a moltitudine era, in larga parte, semplicemente un riconoscimento empirico di queste due molteplicità.
Il concetto di moltitudine, tuttavia, è sempre stato pensato non solo come un riconoscimento empirico della molteplicità, ma anche come un progetto organizzativo. È ciò che abbiamo cercato di indicare con il secondo passaggio, da moltitudine a classe prima. Ciò che è richiesto, in altre parole, è una struttura organizzata e duratura, un contropotere – è questo che significa classe. Ma tale struttura non può semplicemente ripetere le forme classiste del passato: deve adattarsi alle molteplicità dei movimenti e delle loro rivendicazioni, e dunque configurarsi come una nuova struttura di classe, una classe prima.
Queste molteplicità portano con sé un rifiuto del processo decisionale centralizzato e della pretesa di un settore della lotta di rappresentare gli altri. Esse esigono, come sottolinea Toni, una nuova democrazia. Riconosco, tra alcuni attivisti di sinistra negli Stati Uniti, in parte come reazione agli esiti del movimento Occupy, delle varie ondate di Black Lives Matter e, in certa misura, delle accampate per la Palestina, una certa frustrazione di fronte alle difficoltà della forma assembleare, e insieme un desiderio di un’organizzazione centrale più forte e duratura, capace di guidare i movimenti, diffondere una narrazione coerente, selezionare e formare leader, e così via, in alcuni casi tornando a modelli partitici più antichi.
La spinta verso un’organizzazione potente e duratura è, in effetti, cruciale – è la necessità di formare un potere di classe. Ma la domanda di democrazia proveniente dai movimenti deve essere affrontata.
Che piaccia o no, e io lo considero uno sviluppo straordinariamente positivo, la democrazia è nel DNA degli attivisti di oggi. La formulazione mia e di Toni del passaggio da moltitudine a classe prima, dunque, non è ovviamente una soluzione, ma soltanto l’identificazione del problema: come possono le molteplicità agire in comune per formare un contropotere duraturo? Esistono modalità di articolazione o convergenza che permettano una reale partecipazione democratica e una struttura duratura? Queste sono le sfide reali che ci troviamo di fronte.
Sono esattamente le domande poste e sviluppate così bene nel numero 0 di Teiko sotto la rubrica dell’enigma dell’organizzazione. La dinamica tra movimento e organizzazione, naturalmente, non è una problematica nuova. Ma, così come in ogni epoca dobbiamo condurre una nuova inchiesta sulla composizione di classe, allo stesso modo dobbiamo affrontare con occhi nuovi l’enigma del movimento e dell’organizzazione, perché la realtà che ci troviamo di fronte è mutata.
In questa intervista sento come se Toni fosse ancora con noi nell’affrontare queste sfide.