Recensione di A. Colombo, Il suicidio della pace. Perché l’ordine internazionale liberale ha fallito (1989-2024)
Sandro Mezzadra
«Per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, il mondo e la stessa Europa si trovano a fare i conti con l’eventualità di una guerra aperta tra grandi potenze». Inizia così il libro di Alessandro Colombo, Il suicidio della pace. Perché l’ordine internazionale liberale ha fallito (1989-2024). Da poco uscito per Raffaello Cortina Editore, è un lavoro importante di uno studioso delle relazioni internazionali che, come pochi in Italia, ha contribuito negli ultimi anni alla comprensione realistica delle grandi trasformazioni e dei laceranti conflitti che hanno investito la politica mondiale (ricordo solo uno dei suoi volumi precedenti, Il governo mondiale dell’emergenza, del 2022). C’è decisamente molto da imparare dalla lettura del suo ultimo libro per chiunque abbia a cuore la comprensione delle poste in gioco nelle guerre e nelle convulsioni del sistema internazionale che segnano il nostro presente.
Al centro dell’analisi di Colombo è la genesi, all’indomani della fine della Guerra fredda, di quell’ordine internazionale liberale che, pur ricollegandosi alle innovazioni dell’immediato secondo dopoguerra (le Nazioni unite, le istituzioni di Bretton Woods), ne riformulava il significato all’interno di un unipolarismo statunitense che accettava come metodo il multilateralismo. Questa trasformazione assumeva come sfondo la globalizzazione della democrazia liberale e dell’economia di mercato, entro una generale riorganizzazione del modo di produzione capitalistico trionfante.
Colombo parla di “incanto” a proposito degli anni Novanta, descrivendone in modo convincente le manifestazioni nel funzionamento delle istituzioni internazionali. Ma più in generale, ed è questo il motivo di fondo che rende importante la lettura di questo libro, di incanto si può a suo giudizio parlare proprio in riferimento al presupposto fondamentale del nuovo ordine internazionale – ovvero «la distribuzione del potere eccezionale […] scaturita dal collasso dell’Unione Sovietica e dall’emergere, al posto del bipolarismo USA/URSS, di un inedito unipolarismo a guida americana». Lo spettacolo della potenza statunitense e della sua capacità di guidare una riorganizzazione complessiva dell’ordine internazionale era appunto un’apparenza, un abbaglio, come sarebbe apparso chiaro con l’inizio del nuovo secolo.
Secondo una prospettiva seguita fin dalla metà degli anni Novanta da studiosi del “sistema mondo” come Immanuel Wallerstein e Giovanni Arrighi, è proprio la crisi dell’egemonia globale statunitense a rappresentare per Colombo il motivo di fondo degli sviluppi della politica mondiale negli ultimi decenni. In una prospettiva di medio periodo, grande importanza viene qui assegnata alla decolonizzazione, che già a metà del Novecento aveva determinato l’irruzione di una «massa enorme di popoli […] sulla scena politica internazionale», sfidandone l’originaria impalcatura eurocentrica. Ma l’analisi di Colombo si focalizza in particolare sul breve periodo, ovvero sull’insieme di processi che ha rivelato nel nostro secolo il progressivo sgretolamento di quell’egemonia statunitense su cui l’ordine liberale internazionale si reggeva. La sequenza ricostruita in Il suicidio della pace si svolge negli anni Zero, ha come suo incipit l’11 settembre e poi viene svolgendosi attraverso la “guerra infinita al terrore” e la grande crisi finanziaria del 2007/8.
Le armi e il denaro, potremmo dire ricordando le due fonti essenziali del potere individuate da Machiavelli, mostrano qui le crepe fondamentali che si aprono nella potenza dell’egemone, ovvero degli Stati Uniti. La sostanziale sconfitta in Afghanistan e in Iraq (quest’ultima in particolare definita da Colombo «il più colossale errore politico e strategico del dopo Guerra fredda») e la fine del “consenso di Washington”, dell’architettura neoliberale della finanza globale, fanno spazio all’emergere di nuove geografie regionali e di nuove potenze, la Cina in primo luogo, che rifiutano ormai di essere contenute all’interno dell’ordine internazionale liberale guidato dagli Stati Uniti. Se quest’ultimo pretendeva di essere fondato “sulle regole”, lo scontro tra potenze si impone ora come criterio generale della politica mondiale, in particolare dopo l’invasione russa dell’Ucraina e l’inizio della nuova guerra in Medio Oriente. Le organizzazioni internazionali, il diritto internazionale e in particolare quello umanitario risultano sempre più irrilevanti, in una cornice che Colombo descrive efficacemente parlando di un “massacro delle regole”.
La forza e la guerra tornano dunque a essere fattori strutturanti della politica internazionale. Certo, non avevano mancato di giocare ruoli devastanti durante la Guerra fredda, ma erano state contenute all’interno di una cornice generale che rendeva quantomeno “improbabile” (R. Aron) lo scontro diretto tra grandi potenze. La congiuntura attuale è caratterizzata al contrario da uno sconfinamento, dalla rottura dei dispositivi di contenimento della forza e della guerra. Colombo parla a questo proposito di una “de-formazione politica e giuridica della guerra” per indicare trasformazioni che ne investono lo stesso concetto, facendo riemergere figure come la guerra coloniale e il genocidio. Si può parlare di “guerra” a Gaza? Colombo scrive che è un po’ come parlare di una sparatoria per descrivere una fucilazione.
Questo processo di deformazione della guerra si collega a processi di “militarizzazione” della politica, della società e dell’economia che utilizzando un diverso lessico abbiamo descritto attraverso il concetto di “regimi di guerra”. La guerra, devastante laddove si svolge sul terreno, è sempre più “nell’aria”, sia nel senso di un suo potenziale allargamento sia nel senso che tende a guidare lo sviluppo anche in regioni e Paesi dove non viene direttamente combattuta. Questo vale in particolare per l’Europa, su cui il giudizio di Colombo è impietoso: definitivamente spiazzata dal centro del sistema mondo tra la decolonizzazione e la fine della Guerra fredda, l’accelerazione del processo di integrazione nel corso degli anni Novanta gli appare oggi un ulteriore abbaglio, che ha ormai lasciato spazio alla realtà di un «declino senza fine».
Si sarà compreso perché Il suicidio della pace è un libro importante, che getta luce su alcune determinazioni essenziali della congiuntura attuale, in cui il mondo appare “fuori controllo” e il sistema internazionale attraversa una fase di transizione in cui gli esiti sono incerti e certi sono i rischi. Nella tradizione dell’analisi realistica delle relazioni internazionali, Colombo ci aiuta a gettare luce su questi rischi e a ragionare sui possibili scenari futuri (interessanti sono a questo proposito le sue riflessioni finali sul multipolarismo emergente). Certo, nella nostra prospettiva il suo lavoro rimane eccessivamente focalizzato sui fattori e sugli attori in senso stretto politici (gli Stati, le grandi potenze), e richiede quantomeno un’integrazione attraverso una rinnovata critica del capitalismo nelle sue dimensioni globali. Questa integrazione è del resto essenziale anche per rilanciare l’inchiesta e la riflessione – come cerchiamo di fare in questo numero della rivista – sulla configurazione delle forze che permettono di immaginare una lotta politica efficace dentro e contro la congiuntura che il libro di Colombo descrive in modo comunque molto efficace.