Gaza, o dell’urbicidio come forma di governance
Intervista a Marco Cremaschi e Marco Assennato
Teiko: Il genocidio in corso a Gaza è stato da più parti guardato anche come un vero e proprio “urbicidio”. Cosa significa concretamente questa espressione e quali linee di continuità e discontinuità vedete rispetto ad altri episodi di distruzione urbana avventi in contesti bellici negli ultimi vent’anni?
Marco Cremaschi: La guerra alle città è diventata una pratica comune a partire dal secondo conflitto mondiale e si è ripetuta in numerosi scenari successivi, come nel conflitto tra Iran e Iraq. Questa distruzione sistematica obbedisce innanzitutto alla logica del terrore: lo vediamo, ad esempio, nei bombardamenti russi su Kiev, che mirano a colpire la popolazione tanto quanto le infrastrutture, per piegarne la resistenza e minarne il morale. L’espressione “urbicidio” nasce alla fine del Novecento durante la guerra in Jugoslavia, e indica non solo lo sterminio delle persone, ma la distruzione deliberata della città stessa — della sua forma, della sua memoria, della sua funzione. La violenza sproporzionata e la riduzione della città a semplice obiettivo tecnico o strategico sono in continuità con le guerre degli ultimi vent’anni. Ciò che appare nuovo, tuttavia, è l’uso della distruzione come mezzo per ridisegnare le funzioni urbane, le infrastrutture e i meccanismi di controllo del territorio. A differenza dei conflitti tradizionali, l’obiettivo dell’urbicidio non è più la conquista momentanea, ma la cancellazione delle preesistenze e l’occupazione permanente dello spazio. L’occasione che lo rende possibile è l’asimmetria bellica; il suo presupposto, la deumanizzazione dell’avversario.
Marco Assennato: Mi pare che quello che dice Marco sia fondamentale e mi limito a una considerazione laterale. Quello che chiamiamo urbicidio tende a diventare una politica di gestione dei territori. Non è più un incidente o una parentesi ma uno schema di governance urbana. Ora, come sempre, guardare alla dimensione urbana ci permette di formulare immagini generali dei processi politici. Ad esempio, mi pare si possa dire che l’urbicidio come politica urbana degenerata mostri una modifica fondamentale nella natura della guerra. Tradizionalmente la guerra si definisce come un conflitto armato tra entità politicamente sovrane, gli Stati Nazionali, regolato dalle regole del diritto internazionale. Ora, da tempo sappiamo che la globalizzazione capitalistica ha minato alle fondamenta questa definizione e ci siamo abituati a rileggere la guerra come esercizio di violenza poliziesca su scala mondiale; essa risponde a una funzione di repressione delle tante guerre interne allo spazio globale, le guerre civili imperiali; o se vogliamo si tratta di una violenza che precipita lo spazio politico dentro la spirale tra cosiddetta guerra e cosiddetto terrorismo. In tutte queste configurazioni la guerra agiva come strumento tendente, anche nel suo ripetersi, a ristabilire forme d’ordine; in qualche modo restava una parentesi tra due momenti di regime “normale” (o normato). Questo però era vero fino a ieri l’altro. Mentre adesso siamo ad un inedito: la guerra (come lo stato di crisi della governance neoliberale) si dà come forma ininterrotta e necessaria del dominio politico e della riproduzione capitalistica. Mi pare che di questo parlino tanto le forme di urbicidio sui territori palestinesi, quanto le politiche di riarmo europee.
La partita politica sulla “ricostruzione di Gaza” ha aperto numerosi (e inquietanti) campi di riflessione anche da un punto di vista strettamente “urbanistico”. Potreste raccontarci di cosa stiamo parlando?
Di Ashraf Amra - UNRWA: United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East, CC BY-SA 3.0 igo
MC: La cosiddetta “ricostruzione di Gaza” si presenta come un piano tecnico, ma è in realtà un’operazione politica. Si basa su un documento redatto da consulenti anonimi che ne valutano la fattibilità economica, ignorando del tutto la dimensione umana e politica del territorio. Propone di rilocalizzare la popolazione per creare una sorta di “Riviera” modellata su Dubai, di istituire un Trust che governi la Striscia fino a quando la comunità palestinese non sarà considerata “riformata”, e di attrarre investitori internazionali attraverso monopoli infrastrutturali e incentivi finanziari. Sul piano urbanistico, ciò equivale a progettare Gaza come un nodo logistico ed estrattivo: una città compartimentata, frammentata in città-funzione, recintate e sorvegliate, con infrastrutture pensate più per i flussi di capitale e per il commercio che per la vita dei residenti. Il progetto, promosso da gruppi immobiliari vicini a Trump, introduce strumenti finanziari e tecnologici innovativi — tokenizzazione delle proprietà, trust internazionali, marketing predatorio, visualizzazioni generate da intelligenza artificiale — tutti orientati a una speculazione globale che subordina la ricostruzione alla redditività, non alla restituzione dei diritti o alla riparazione sociale. In questo contesto, l’urbanistica diventa uno strumento di controllo geopolitico: non più semplice pianificazione fisica, ma forma di governo delle popolazioni, delle risorse e dei diritti, mediata da meccanismi apparentemente neutri — economici e tecnologici — come trust, mercati speculativi e blockchain. Con inquietante candore, il progetto stesso rivendica il ruolo del disegno urbano: «Come la Parigi di Haussmann», si legge, «il piano mira a sradicare l’insorgenza attraverso la riorganizzazione spaziale». Il presupposto è una tabula rasa totale — materiale, topografica e legale — su cui ricostruire non tanto una città, quanto un dispositivo di controllo e profitto.
MA: Di nuovo, concordo con l’analisi anche se l’embellissement stratégique dei Grands Travaux di Haussmann – per dirla con Walter Benjamin – ha trasformato lo spazio urbano rilanciando a un livello più alto la lotta di classe e dopo Haussmann c’è la Comune del 1871. Insomma stiamo ancora dentro ad un quadro che presuppone la consolidata esistenza di lotte e tumulti che devono essere stabilizzati e gestiti. Mentre il delirio della Riviera di Trump, Blair, Steve Witkoff e Jared Kushner sembra presupporre una totale desertificazione sociale: sezionando il territorio in zone una controllata da Israele e l’altra da Hamas, ma entrambe sottoposte al Board neocoloniale USA e dei fondi finanziari multinazionali. Penso che si dovrebbe ragionare, partendo da qui e allargando lo sguardo, su nuove immagini di città, che sembrano deliri distopici ma sono invece progetti concreti e reali. Individuare una genealogia del modello politico-economico dell’urbicidio di Gaza che penso potrebbe cominciare dalla Singapore su cui ha scritto Koolhaas, essere messo a verifica in alcuni modelli di megalopoli Cinese e Indiana ed infine precipitare tra Dubai, The Line la città che è in costruzione nel deserto saudita. Ovviamente non è un modello unico, ma uno schema politico eterogeneo, che presuppone forme di governance, modi diversi e articolati di gestione delle contraddizioni, logiche di valorizzazione capitalistica etc.
Ricollegandosi alla domanda precedente, che tipo di considerazioni di taglio più generale possiamo ricavare da quanto sta avvenendo rispetto alla “politica dell’urbanistica” o, se vogliamo, all’“urbanistica come politica”?
MC: Le principali considerazioni non sono nuove, ma forse oggi appaiono più evidenti. Primo: l’urbanistica non è mai neutra. È un linguaggio del potere — economico e politico — capace di legittimare espropriazioni e disuguaglianze, spesso presentandole come processi tecnici o inevitabili. Secondo: la finanziarizzazione estrema completa la trasformazione della città in merce. Strumenti come i rating della redditività, i token immobiliari o i trust finanziari rendono le scelte spaziali e sociali praticamente irreversibili, subordinando la forma urbana alla logica del rendimento. Terzo: quando la progettazione urbana si intreccia con interessi geopolitici e militari, il risultato è la nascita di modelli di città-enclave, dove sicurezza e profitto prevalgono su democrazia e partecipazione. A ciò si aggiunge la crescente tecnicizzazione delle decisioni — attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale, delle visualizzazioni digitali o dei modelli di calcolo — che contribuisce a depoliticizzare scelte, in realtà, profondamente etiche. Si presenta come “valutazione di fattibilità” ciò che, in realtà, è una scelta di potere. Forse, però, la considerazione più importante è un’altra: la manifestazione sempre più chiara della sparizione della città come spazio «indisciplinare», aperto e conflittuale, sostituito da un ambiente disciplinato, interamente sottoposto a logiche di controllo e di valorizzazione finanziaria.
MA: Si, qui io darei, almeno in prospettiva storica, qualche nobiltà in più all’urbanistica. Certo è vero, come dice Marco, che l’urbanistica non è mai neutra e serve a legittimare espropriazioni e diseguaglianze, ma è anche vero che nella sua storia l’urbanistica è stata uno spazio di conflitto assai decisivo. Per tutto il ciclo che va dalla fine del XIX alla prima metà del XX secolo, dentro alle ristrutturazioni dello Stato-Piano, l’urbanistica si dava come tecnica che permetteva di pensare margini di riformismo – e cioè la concreta esigibilità di una serie di diritti, insieme alla modernizzazione capitalistica della gestione dei territori. Oggi a me pare che questi modelli di cui stiamo parlando, proprio perché tendono alla «sparizione della città come spazio indisciplinare», insomma come luogo dei conflitti e dell’esigibilità di diritti, ci parlino di una fase del capitalismo che ha esaurito i margini del riformismo. Guerra, crisi ecologica, dispositivi politici neoautoritari, dissoluzione del diritto internazionale ci pongono di fronte ad uno scenario radicale. Hic Rodus. Penso dovremmo allora ripartire rovesciando in forma interrogativa l’analisi: quali contraddizioni attraversano la città dei token immobiliari e dei trust finanziari? Quali punti di frizione possono scardinare le città enclave e i territori militarizzati? A me pare che dentro alle lotte e alle resistenze che comunque si danno nei territori della crisi contemporanea, siamo ancora in una fase di accumulo di forze. Pensare l’urbanistica come politica significa dotare queste forze di un progetto, attrezzarle tecnicamente.
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