Mapa de la policia: una rete di cura reciproca contro la violenza istituzionale
Miguel Mellino
L’arrivo delle ultradestre al potere in diversi paesi ha impresso un’ulteriore torsione autoritaria al governo dello stato, della società e dei conflitti sociali. Ne è derivato non solo un aumento della violenza istituzionale a ogni livello, ma soprattutto una perversa ulteriore legalizzazione dell’arbitrio sovrano. Securitarismo, punitivismo, repressione indiscriminata, razzismo istituzionale e criminalizzazione del dissenso vengono così naturalizzati all’interno di una trama storica di dispositivi di controllo sociale chiaramente più ampia. Questa trasformazione autoritaria – in risposta al moltiplicarsi delle disuguaglianze, al carattere sempre più estrattivo e predatorio dell’accumulazione, all’impossibilità delle classi dominanti di elaborare nuove politiche egemoniche a livello nazionale e internazionale e alla crescente razzializzazione del sociale – non poteva non investire le forze di polizia.
Diversi studiosi di criminologia critica sottolineano il mutamento in corso nella gestione poliziesca degli spazi e del conflitto sociale. Si tratta di un riflesso della decomposizione della razionalità neoliberale e la «soluzione» alla crisi operata dalle ultradestre: smantellare ogni mediazione e regolazione tra comando capitalistico e società. Violenza e coercizione riacquistano così una nuova centralità nel mantenimento dell’ordinamento sociale. Secondo M. Rigouste, per esempio, le tecniche di polizia contemporanee derivano in gran parte dalle esperienze coloniali di governo di territori e popolazioni1. Nulla di cui stupirsi. Sappiamo che l’origine stessa della polizia affonda le radici nella grande accumulazione originaria, nell’espansione coloniale e nella schiavitù. Numerosi studi hanno mostrato come tecnologie di governo implementate nelle piantagioni e nei domini coloniali abbiano plasmato il repertorio nascente della polizia. Inoltre, le tecniche di controinsorgenza sperimentate dai militari francesi in Algeria, Vietnam e Indocina sono da tempo parte dei manuali di addestramento in Europa, Stati Uniti e America Latina. Infine, non va dimenticato che il «laboratorio Palestina» di controllo e repressione coloniale sviluppato da Israele, esportato alle polizie ed eserciti di tutto il mondo, è uno dei motori trainanti dell’industria della sicurezza globale3.
Stando a Rigouste, i mutamenti tecnologici nelle tecniche della sorveglianza, incentrati su digitalizzazione, dronizzazione e profilazione, così come la progressiva militarizzazione degli spazi urbani, il passaggio da una strategia reattiva a una preventiva e la piena adozione di tecniche contro-insurrezionali di gestione del conflitto sociale, ci ricordano soprattutto che le forze di polizia non si limitano ormai soltanto a garantire la sicurezza, ma vengono sempre di più predisposte – e le riforme legali dei governi dell’ultradestra sono eloquenti - come strumenti di guerra quotidiana nei confronti delle popolazioni «eccedenti». Basti pensare al decreto sicurezza del governo Meloni, alle continue strette repressive nel regime delle migrazioni, a episodi come l’uccisione di Rami a Corvetto e l’omicidio di Moussa Diarra a Verona, ma soprattutto a quanto è accaduto durante le manifestazioni contro il genocidio in Palestina del 22 Settembre, specialmente a Milano, così come alla gestione da parte del governo francese della giornata di scioperi e mobilitazioni del «Blocchiamo tutto» del 10 Settembre scorso.
Per contrastare questo crescente aumento della violenza istituzionale da parte delle forze dell’ordine, in un contesto di crisi sociale ed economica sempre più drammatica, è nata nel 2022 a Buenos Aires «Mapa de la policía». Si tratta di un’iniziativa militante promossa da diversi collettivi come la Revista di inchiesta politica Crisis, il CELS (Centro de estudios legales y sociales), la CORREPI (Coordinadora contra la represion policial e institucional), Punto de fuga, Patria Grande, il Movimiento de los trabajadores excluidos (MTE), la Asociacion contra la violencia institucional (ACVI), FM La Tribù e Grito del Sur, che ha come obiettivo lo sviluppo di una piattaforma digitale per dare vita a una rete di cura reciproca e di lotta contro la violenza poliziesca. Ne fanno parte diversi soggetti, da cineasti a giornalisti, da fotografi, sociologi e studiosi di legge a programmatori, esperti della rete, militanti dei movimenti sociali e vittime della violenza di stato. Di fronte all’avanzare della «repressione come metodo» a livello anche microfisico, Mapa de la policia si propone come un’iniziativa dal basso per raccontare ciò che accade nelle strade riguardo le violenze perpetrate dalle forze dell’ordine: dai casi di grilletto facile nei quartieri popolari alle aggressioni poliziesche a persone in «situacion de calle» (senza fissa dimora) a venditori ambulanti alle intimidazioni ai giovani delle classi popolari e agli attacchi a militanti, giornalisti, persone comuni nelle manifestazioni o altre iniziative politiche. Mapa de la policia intende così mettere a punto una testimonianza collettiva interattiva e una memoria territoriale della violenza istituzionale, offrendo poi in certi casi particolarmente gravi o importanti anche una ricostruzione chiara e rigorosa dei fatti in questione. Da questo punto di vista, Mapa de la policia funziona come una sorta di contro-cartografia o di contro-archivio della violenza istituzionale, una geografia della violenza poliziesca, non solo per rendere visibile ogni forma di abuso da parte delle forze dell’ordine, ma soprattutto per evitare la sua naturalizzazione come metodo di governo.
Come si spiega nel sito (https://mapadelapolicia.com/ ), Mapa de la policia funziona con il materiale audiovisivo inviato direttamente dalle persone che subiscono o che sono testimoni di episodi di violenza poliziesca. Una volta arrivato il materiale (foto, filmati, testimonianze varie, video, ecc.) si procede alla geolocalizzazione degli episodi di violenza, a collocarli in un mappa web della città, e poi, nel caso in cui si aprono delle controversie o contenziosi giudiziari con le istituzioni, anche a un’eventuale ricostruzione «scientifica» dei fatti, ricorrendo anche a tecniche di architettura forense. In molti casi, vengono anche identificati i volti degli agenti repressori. Le ricostruzioni vengono poi condivise pubblicamente e utilizzate come prova in eventuali procedimenti legali. La rete offre poi assistenza legale per le vittime di abusi e violazione dei diritti umani, e fornisce istruzioni su come registrare nelle manifestazioni e anche su come affrontare le diverse forme di violenza da parte delle forze di polizia (detenzione immotivata, violenza di genere, tortura, maltrattamenti, profilazione forzata, ecc.).
Natacha Pisarenko/ ©2024 AP
La piattaforma è nata inizialmente per registrare episodi di violenza a Buenos Aires, ma si è già estesa ad altre città. Con l’arrivo di Milei al governo, e quindi con l’aumento costante della repressione e militarizzazione del contenimento nelle manifestazioni (ogni Mercoledì, per esempio, la marcha dei pensionati di fronte al parlamento viene crudelmente repressa da uno schieramento di polizia sproporzionato, nei numeri e nelle armi ostentate), la questione è divenuta chiaramente ancora più urgente. Ricordiamo che il governo Milei ha vietato per legge ogni interruzione o blocco della circolazione nello spazio pubblico, varando i cosiddetti «protocolli repressivi» che autorizzano legalmente l’impiego immediato della forza pubblica come mezzo di prevenzione.
Il lavoro militante di Mapa de la policía è stato di vitale importanza nel caso di Pablo Grillo, un fotografo di 35 anni colpito alla testa da un proiettile di gas lacrimogeno nel corso di una manifestazione (il 12 Marzo del 2025). Per contrastare le inverosimili narrazioni istituzionali e mediatiche di quanto era avvenuto, Mapa de la policia, grazie a un lavoro di ricostruzione rigorosa e allo straordinario lavoro dei periti, è riuscito non solo a identificare l’agente della Gendarmeria Nacional responsabile dell’aggressione, ma anche a provare la sua intenzionalità nel colpire il fotografo a bruciapelo. Si è anche riusciti a provare che il proiettile utilizzato, e in dotazione alle forze repressive, non è legale. I referti medici hanno classificato le lesioni di Pablo come «gravi e gravissime», con un rischio concreto per la sua vita. Il proiettile ha provocato un impatto diretto sulla parte frontale del cranio, causando un ematoma subdurale destro che ha richiesto un intervento chirurgico alla testa e una craniectomia. Al momento, Pablo prosegue il suo difficile processo di recupero in ospedale.
Al di là della sua rilevanza nella specificità della nostra congiuntura di guerra globale, in un paese in cui il terrorismo di Stato degli anni settanta è stato sì eccezionale, nelle proporzioni e
modalità, ma anche in piena continuità con una lunga storia locale di violenza istituzionale, l’iniziativa di Mapa de la policía appare come una straordinaria pratica di resistenza popolare. Vale forse la pena ricordare che proprio in questi giorni, il 18 Settembre, ricorrono diciannove anni di uno dei casi recenti più noti di «desaparicion forzada»4, quello di Jorge Julio Lopez, un ex militante tenuto prigioniero in un campo di concentramento clandestino e liberato nel 1979. Lopez è sparito nel nulla il 18/9/2006, in pieno regime democratico, mentre si recava ai tribunali per assistere alla sentenza nel processo per crimini di lesa umanità, a cui aveva partecipato come testimone, compiuti da uno dei repressori più noti della dittatura: l’ex commissario di polizia Miguel Etchecolatz, condannato il giorno successivo all’ergastolo per detenzione illegale, torture e diversi omicidi, tra cui quelli dello stesso J.J. López. La «desaparicion forzada» di Lopez non è l’unica avvenuta negli ultimi anni, vi sono stati altri casi di persone sparite nel nulla, o anche riapparse «misteriosamente» morte, dopo una detenzione, un fermo o un contenzioso con la polizia. Non sono casi necessariamente connessi con la lotta politica, diversamente da quello di Santiago Maldonado, rimasto «desaparecido» per più di 70 giorni, dopo la feroce repressione da parte della Gendarmeria Nacional a una manifestazione della comunità Mapuche in Patagonia nell’Agosto del 2017. Il corpo di Santiago è riapparso senza vita, e con tanti interrogativi, nelle acque di un fiume assai vicino al luogo della sua scomparsa (https://www.dinamopress.it/news/united-killers-of-benetton-justicia-por-santiago/).
Non si scopre chiaramente nulla rivelando l’esistenza della violenza istituzionale come parte dell’esercizio del potere del comando capitalistico. E tuttavia ci preme ribadire che in un contesto sociale caratterizzato da un intreccio tra imprenditoria, narcomafie, istituzioni, politica e forze di sicurezza storicamente e strutturalmente piuttosto spurio, particolarmente addensato in certe porzioni di territorio, l’esempio di Mapa de la policia ci mostra ancora come in Argentina, e nel resto dell’America Latina2, la lotta per i diritti umani è da sempre una pratica di resistenza strettamente connessa alla lotta di classe.
© David Swanson/REUTERS
Note
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La guerre globale contre les peuples. Mécanique impériale de l’ordre sécuritaire, Paris, Fabrique, 2025; La police du futur. Le marchè de la violence et ce qui lui resiste, Paris, 10x18, 2022
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M.M. Robin, Escadrons de la mort. L’école Francaise, Paris, La Découverte, 2008
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A. Loewenstein, Laboratorio Palestina. Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo, Milano, Fazi Editore, 2024
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La «desaparición forzada» è un termine giuridico e politico, sorto dalla lotta dei movimenti per i diritti umani, che indica la pratica mediante la quale una persona viene sequestrata o trattenuta dallo Stato, o da soggetti che agiscono con la sua approvazione, senza che venga resa nota la sua sorte o il suo luogo di detenzione. Questo comporta che la persona sparisca «ufficialmente» e sia privata della protezione della legge, rendendo impossibile per familiari o avvocati sapere dove si trovi o quale trattamento stia ricevendo