Un anno dopo la caduta di Sheikh Hasina: il Bangladesh tra speranza in seguito alla rivolta e incertezza della transizione

Romane Cauqui

A oltre un anno dalla caduta della Prima Ministra Sheikh Hasina il 5 agosto 2024, il Bangladesh si trova ancora in una fase di transizione fragile. Nonostante la speranza suscitata dalla mobilitazione di massa dell’estate 2024, ancora visibile nei numerosi graffiti che ricoprono le pareti del paese, è ora subentrata un’atmosfera di incertezza in un contesto di frammentazione politica e sociale.

Dalle quote alla rivolta nazionale

Le proteste dell’estate 2024 hanno avuto origine da un provvedimento apparentemente tecnico: la reintroduzione del sistema delle quote nei concorsi pubblici, che riservava il 30% dei posti ai discendenti dei combattenti della guerra d’indipendenza del 1971. Per gli studenti universitari, quel sistema rappresentava un’ingiustizia in un contesto economico instabile, in cui i posti pubblici costituivano una garanzia di sicurezza. Inoltre, le quote erano percepite da molti come uno strumento dell’Awami League per consolidare il controllo sull’apparato statale. Già ridimensionate nel 2018 a seguito di proteste studentesche, la loro reintroduzione nel giugno 2024 ha riattivato il malcontento.

I movimenti studenteschi hanno plasmato la storia del Bangladesh1, con un ruolo chiave prima e durante la guerra di liberazione dal Pakistan nel 1971 e nella caduta del dittatore Ershad nel 1990. Da allora, la scena politica è stata dominata da due partiti che hanno entrambi adottato logiche neoliberali: l’Awami League (AL), nata come forza laica di centro-sinistra all’indipendenza e fondata da Sheikh Mujib (primo presidente del paese nel 1971 e padre di Sheikh Hasina); e il Bangladesh Nationalist Party (BNP), di orientamento più conservatore e nazionalista-islamico. Dal 2009, l’AL di Hasina ha progressivamente rafforzato un controllo autoritario, in un processo di arretramento democraticoin cui il richiamo all’indipendenza è stato a lungo utilizzato come strumento di legittimazione2. Consolidando meccanismi clientelari e repressivi, ha soffocato sia i partiti di opposizione sia i movimenti studenteschi e civili. Allo stesso tempo, per assicurarsi il sostegno degli elettori religiosi, dal 2013 al 2021 ha permesso alla piattaforma islamista Hefazat-e-Islam di diventare una forza potente in una partnership opportunistica3. Negli ultimi anni tuttavia, il malcontento accumulato a causa della corruzione, delle violazioni dei diritti umani e dell’instabilità economica aveva già generato diverse proteste4, ma mancava ancora la scintilla capace di trasformarle in rivolta.

Nel luglio 2024, dopo due settimane di proteste studentesche pacifiche, Hasina definì «Razakar» chi si opponeva al sistema delle quote – evocando un termine dispregiativo associato a coloro che avevano sostenuto l’esercito pakistano nel 1971. Quella parola è stata reinterpretata dai manifestanti nei loro slogan: «Se lecchi gli stivali, sei un amico; altrimenti, un terrorista» o ancora «Chi sono io, chi sei tu? Razakar, Razakar!», talvolta seguito da «Chi lo dice, chi lo dice?

Autocrate, Autocrate!»5. Questo ha segnato un rovesciamento simbolico, in cui un elemento fondativo dell’indipendenza – cardine della legittimità dell’Awami League – è stato trasformato in un grido contro l’autoritarismo. Può essere interpretato come un’evoluzione del framing6 della mobilitazione che l’ha amplificata oltre il mondo studentesco. Tuttavia, la stessa retorica è stata usata dal potere per giustificare una risposta violenta pochi giorni dopo. Secondo le stime delle Nazioni Unite, tra il 1° luglio e il 15 settembre 2024, circa 1.400 persone sono state uccise7.

Fattori del successo e limiti strutturali

Dal 16 luglio 2024, forze dell’ordine e membri della Chhatra League8 – l’organizzazione studentesca legata all’AL – hanno attaccato i cortei con pestaggi, spari e arresti indiscriminati. Quel giorno sono state uccise sei persone, tra cui lo studente Abu Sayeed, il cui assassinio, filmato e diffuso sui social, è diventato simbolo della resistenza. I social media hanno infatti svolto un ruolo fondamentale per il coordinamento, la mobilitazione e la diffusione delle immagini della repressione, rompendo il silenzio dei media tradizionali.

La brutalità della repressione ha suscitato indignazione, generando una solidarietà trasversale che, paradossalmente, ha ampliato il movimento. Categorie sociali eterogenee – insegnanti, professionisti, lavoratori urbani e rurali – si sono unite agli studenti, trasformando una protesta circoscritta in un movimento nazionale contro l’autoritarismo.

Copertina del primo numero di Teiko

La strategia iniziale del movimento di superare le tradizionali divisioni partitiche, presentandosi come «Movimento Studentesco contro la Discriminazione», può spiegare in parte il suo successo rispetto a mobilitazioni passate. L’assenza di un leader unico e la presenza di una pluralità di figure – uomini e donne, provenienti da università pubbliche e private – hanno reso la mobilitazione più inclusiva e impedito a Hasina di attribuirla ai suoi abituali oppositori. Tuttavia, nonostante la forza del movimento studentesco, l’attività delle organizzazioni politiche nei campus – una pratica che risale a prima dell’indipendenza – è stata oggetto di crescenti critiche dopo la rivolta. I cosiddetti «studenti generali» hanno chiesto il divieto delle attività politiche nelle università in nome di una maggiore sicurezza.

In ogni caso, il carattere eterogeneo della mobilitazione ne ha limitato la capacità di consolidarsi in una visione politica condivisa. Altre mobilitazioni con obiettivi chiaramente politici, come quelle per la democrazia nel dicembre 2023 (alla vigilia delle elezioni del gennaio 2024) o quelle dei lavoratori nello stesso anno, avevano suscitato molto meno sostegno popolare. La rivolta di luglio ha cristallizzato il malcontento contro la figura di Hasina e la violenza del suo regime, ma non è riuscita a federare le diverse componenti intorno a un progetto comune.

Un altro segno di divisione emerge guardando al ruolo delle donne. La forte partecipazione femminile ha rappresentato un ulteriore elemento decisivo nella mobilitazione, dalla presenza massiccia nei cortei ai ruoli di leadership. Tuttavia, nell’attuale contesto di transizione questo ruolo non si è tradotto in un maggiore riconoscimento, anzi: le donne sono state messe da parte e rese invisibili in politica9. Molte affrontano episodi di moral policing, molestia e violenza10, sia per strada che online, soprattutto se attiviste. Le vecchie dinamiche di potere, in particolare quelle patriarcali, restano dunque in larga parte immutate.

La riconfigurazione del campo politico

La caduta di Hasina e la formazione di un governo ad interim guidato da Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace, sono state accolte con grandi aspettative. Tuttavia, l’entusiasmo iniziale si è presto attenuato. Le riforme promesse procedono a rilento: le commissioni istituite su 15 temi – dal lavoro alla condizione femminile fino alla riforma costituzionale – non hanno ancora prodotto decisioni significative. La giustizia per le vittime avanza lentamente, i reati sono in aumento, e episodi di giustizia sommaria e conflitti tra fazioni politiche segnalano un quadro sociale instabile.

La caduta di Hasina ha aperto una ristrutturazione del paesaggio politico. Il BNP sembra in posizione favorevole per le prossime elezioni, adottando una linea più centrista rispetto al passato. Alla sua destra, i partiti islamici – tra cui Jamaat-e-Islami, banditi per anni – sono tornati a essere attori visibili, ottenendo un consenso crescente sia nell’opinione pubblica sia nei campus universitari.

Nel frattempo, il movimento studentesco che aveva guidato la rivolta si è frammentato. Tre leader hanno assunto incarichi nel governo ad interim, mentre il National Citizens’ Party (NCP), creato da alcuni ex leader studenteschi, aveva inizialmente attirato attenzione, nonostante l’assenza di un’ideologia chiara e un approccio prevalentemente populista. Tuttavia, scandali di estorsione e corruzione lo hanno già indebolito, così come la scarsa maturità di alcune dichiarazioni pubbliche.

Anche le forze progressiste e di sinistra restano divise. Spesso assimilate all’AL per la loro matrice laica, alcune hanno faticato a distinguersi dal partito al potere negli ultimi anni, anche partecipando in coalizioni11. Altre, che hanno combattuto Hasina per decenni, sono state ugualmente screditate e continuano a subire tentativi di demonizzazione in un contesto in cui prevalgono le questioni identitarie e religiose. Nonostante il Bangladesh abbia adottato un modello neoliberale, spesso sulla pelle di lavoratori precari, le voci che insistono su giustizia sociale e riduzione delle disuguaglianze rimangono marginali.

Conclusione

Se l’instabilità economica e l’autoritarismo hanno costituito fattori strutturali fondamentali del clima di tensione, la riforma delle quote ha rappresentato la scintilla che ha innescato un’ondata di proteste, culminata nella caduta di Hasina. Tuttavia, l’assenza di un progetto comune per il futuro lascia il Bangladesh in una situazione fragile. Il rigetto dell’AL ostacola l’emergere di forze laiche e di centro-sinistra, mentre quelle che mettono l’accento sulla religione sembrano guadagnare consenso, tanto che alcuni sostengono che la rivolta di luglio abbia in realtà soppiantato una rivoluzione islamica. Le elezioni di febbraio 2026, e le dinamiche politiche che ne seguiranno, mostreranno come queste forze negozieranno la propria posizione e se manifesteranno una reale volontà di ricostruire istituzioni democratiche che l’AL ha in larga parte smantellato.

Copertina del primo numero di Teiko

Note

  1. A. Debashis Roy, Not All Springs End Winter, Political Economy of Mass Youth Movements in Bangladesh Before, During And After Shahbag, Adarsha, Bangladesh, 2020

  2. A. Riaz, The Pathway of Democratic Backsliding in Bangladesh, «Democratization», 2020, 28, 1, pp. 179–97

  3. A. Mahir, Opportunism catching up with Bangladesh’s Awami League, «East Asia Forum». June 26, 2021: https://eastasiaforum.org/2021/06/26/opportunism-catching-up-with-bangladeshs-awami-league/

  4. D. Jackman, Students, Movements, and the Threat to Authoritarianism in Bangladesh, «Contemporary South Asia», 2020, 29, 2, pp. 181–97: https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/09584935.2020.1855113

  5. N. Sabina Chowdhury, The Return of Politics in Bangladesh, «Journal of Democracy», 36, 1, 2025, pp. 65-78

  6. D. Snow, R. Benford, Frame Alignment Processes, Micromobilization, and Movement Participation, «American Sociological Review», 51, 1988, pp. 464-481

  7. Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights. OHCHR Fact-Finding Report: Human Rights Violations and Abuses related to the Protests of July and August 2024 in Bangladesh. February 12, 2025. United Nations. https://bangladesh.un.org/en/289108-bangladesh-un-report-finds-brutal-systematic-repression-protests-calls-justice-serious

  8. NB: La Chhatra League ha alimentato per anni un’atmosfera di terrore sui campus e fuori, controllando i dormitori, con casi di violenza, stupri e omicidi

  9. S. Muktadir RashidMaher, Bangladeshi Women Turned a Movement Into a Revolution. Then They Disappeared, January 16, 2025, Co-published with Foreign Policy: https://fullerproject.org/story/bangladeshi-women-turned-a-movement-into-a-revolution-then-they-disappeared/

  10. R. Chakla, Between Revolution and Resistance: The Rise of Moral Policing and Violence Against Women in Bangladesh, August 7, 2025. Center for Governance Studies: https://cgs-bd.com/article/28438/Between-Revolution-and-Resistance--The-Rise-of-Moral-Policing-and-Violence-Against-Women-in-Bangladesh

  11. T. Rahman, From Revolutionaries to Visionless Parties: Leftist Politics in Bangladesh, «Carnegie Endowment for International Peace», September 6, 2022: https://carnegieendowment.org/research/2022/09/from-revolutionaries-to-visionless-parties-leftist-politics-in-bangladesh?lang=en