Antiautoritarismo/abolizionismo e se lo spettro si incarnasse?
Giso Amendola
Ambivalenze. L’uso istituzionale o trasformativo dell’antifascismo.
I richiami al pericolo fascista, e in generale la questione dell’attualità del fascismo, non sono stati al centro dell’attenzione dei settori più avanzati dei movimenti sociali, se non in chiave semplicemente difensiva e in qualche modo obtorto collo. L’antifascismo militante è apparso tutt’al più come una trincea di battaglia a volte necessaria, indispensabile, per l’autotutela dei luoghi e delle persone; allo stesso tempo, quando il tema antifascista prendeva il centro della scena, lo si viveva, e non a torto, come il segnale di un arretramento generale delle lotte su posizioni difensive.
Se nel 1960, davanti alla concreta minaccia dell’ingresso del MSI in maggioranza, l’antifascismo si era manifestato attraverso l’irrompere dal basso di una nuova resistenza, nuova sia come generazione sia perché non inquadrabile dentro i soggetti organizzati tradizionali, una resistenza di cui furono simbolo le magliette a righe, negli anni Settanta all’antifascismo dal basso si era già affiancato un diverso richiamo all’antifascismo, inteso questa volta come giustificazione del compromesso storico. L’uso della paura dell’esempio cileno da parte di Berlinguer per accelerare la marcia verso il compromesso ne fu l’esempio più evidente. Se una memoria della resistenza legava l’antifascismo all’insurrezione contro il regime autoritario, e alle promesse emancipatorie del disegno costituzionale, un diverso e opposto processo di normalizzazione istituzionale dell’antifascismo finiva per richiuderlo in una interpretazione tutta in chiave difensiva dell’esistente.
Durante il grande freddo degli anni Ottanta e l’avanzata delle politiche neoliberali, i richiami all’antifascismo non mancarono di certo, specie davanti allo spostamento a destra sempre più evidente degli equilibri politici, e, come nel caso italiano, a volte anche allo sdoganamento ufficiale, con l’inedito ingresso dell’ex MSI nell’area della maggioranza all’inizio degli anni della Seconda Repubblica. Eppure, anche in questi passaggi i richiami all’antifascismo conservavano spesso risonanze ambivalenti, soprattutto a seconda di chi li maneggiava. Dopo la vittoria di Silvio Berlusconi, i richiami all’antifascismo si intensificarono, specie da parte delle forze della sconfitta coalizione progressista: ma con quale credibilità potevano mai richiamarsi all’antifascismo partiti che, in gran parte, avevano assecondato, durante tutti gli anni Ottanta, lo scivolamento a destra dell’intero panorama politico, introiettando e normalizzando le tesi delle destre su sicurezza, ordine pubblico, privatizzazioni, e in generale, favorendo attivamente la produzione della “svolta” neoliberale? Per anni, l’“antiberlusconismo”, anzi, suonò come una sostanziale copertura ipocrita delle forze della sinistra istituzionale, pronte a nascondere una sostanziale rinuncia a rappresentare in qualche modo i conflitti sociali dietro un incessante richiamo ai pericoli per la costituzione democratica e al nuovo fascismo berlusconiano.
Anche nei primi anni Novanta italiani, il richiamo all’antifascismo continuò però a conservare significati ambivalenti: e ricordare soltanto il lato usurato e conservatore dell’appello antifascista contro Berlusconi da parte di una sinistra istituzionale sempre più moderata, dimenticherebbe altri “antifascismi” che, contro Berlusconi, animarono quegli anni con ben altro significato e radicamento.
Basterebbe ricordare la manifestazione milanese del 10 settembre 1994, il corteo dell’opposizione sociale che vide i centri sociali italiani uniti nella contestazione a Berlusconi: più che il ritorno del fascismo, qui veniva colta e nominata la sovrapposizione tra liberismo e autoritarismo, smascherando la pretesa immagine liberale, e a volte persino “libertaria” del nuovo capobanda. Confluiva in quel corteo la ricchezza culturale e politica accumulata nell’attraversamento degli anni Ottanta dai centri sociali, nel movimento della Pantera, nel movimento musicale e culturale attorno alle Posse: un corteo che tematizzava con lucidità il nesso tra politiche neoliberali e autoritarismo, fuori da ogni mitologia “liberale” del mercato1. In questo senso, un corteo antifascista. Ma questo antifascismo dal basso, radicato nelle soggettività politiche conflittuali, era di tutt’altro segno dell’antifascismo “antiberlusconiano” della sinistra sconfitta, un antifascismo tanto ossessivo nella “guerra” a Berlusconi quanto conservatore nel rivendicare la difesa degli equilibri costituzionali esistenti come unico orizzonte possibile. Questa ambivalenza tra antifascismo trasformativo, radicato nel sentimento di liberazione delle soggettività, e antifascismo tradizionale, inteso come sostanziale difesa dell’equilibrio repubblicano, è un tratto costante, che va al di là delle vicende italiane, del richiamo “antifascista” nelle lotte.
Gli incubi delle nuove estreme destre: lo spettro antifa.
Questa ambivalenza tra “antifascismo” istituzionale e conservatore e “antifascismo” di rottura e trasformativo è chiaramente leggibile, al di là delle vicende italiane, nei movimenti europei2. Qui, infatti, anche grazie al minor peso della presenza del richiamo all’antifascismo storico rispetto all’Italia, le pratiche antifa sono state chiaramente distinguibili rispetto agli usi dell’antifascismo in funzione di stabilizzazione e conservazione degli equilibri costituzionali dati che abbiamo conosciuto in Italia.
Di anonimo - Adalberto Baldoni in "Noi rivoluzionari", Pubblico dominio
Antifaschistische Aktion e simili risalgono all’inizio degli anni Trenta, nell’ambito di tentativi di tenere insieme, dentro pratiche militanti e dal basso, gruppi operai di estrazione “pluripartitica”, principalmente comunisti e socialdemocratici. La bandiera rossa e nera, comunista e anarco-libertaria, riemerse negli anni Ottanta europei, in particolare emergendo dai movimenti tedeschi autonomisti in Germania Ovest e dalla scena squatter, e caratterizandosi particolarmente in senso antirazzista in opposizione agli attacchi ai richiedenti asilo che caratterizzarono la postunificazione e l’inizio degli anni Novanta.
Se in Europa, la fine degli anni Novanta vede un indebolirsi, o forse un divenire carsica della galassia antifa, gli anni Duemila salutano invece un primo consolidarsi organizzativo di esperienze ispirate all’azione antifascista diretta negli Stati Uniti, soprattutto a caratterizzazione antirazzista, come la Rose City Antifa a Portland. E soprattutto, dopo i fatti di Charlottesville con gli scontri con i gruppi dell’alt-right razzista, una nuova onda antifa comincia a manifestarsi, attraversando poi il 2020 e la crescita di Black Lives Matter. Questa nuova emersione antifa evidentemente ha tratti non paragonabili direttamente a quella europea post-punk e autonomista degli anni Ottanta, e neanche semplicemente all’antirazzismo organizzato di Portland, considerata soprattutto l’avanzata nel tempo dell’alt-right e la presa del potere del trumpismo, che generalizzano i fronti di attacco. Permane però la convinzione di portare la lotta contro l’autoritarismo al livello dei comportamenti sociali diffusi, in altre parole dentro la produzione di soggettività, lì dove l’alt-right attacca per ricacciare indietro le avanzate dei movimenti razzisti, femministi, Lgbtiq+: è, in altre parole, il livello molecolare dei microfascismi, per richiamare la lettura di Guattari3. Inoltre, altro elemento importante, permane l’idea dell’impossibilità di affidare alla mediazione dell’istituzione, dei tutori delle garanzie costituzionali e fondamentalmente, di magistratura e polizia, la lotta contro le nuove destre radicali. Questo dell’azione diretta è l’elemento “fondativo” dell’antifa, e ne segna tradizionalmente la differenza con le altre posture istituzionali del più largo mondo antifascista. Però, forse, oggi, questo elemento diretto risuona più ampiamente che in passato anche nel campo più vasto dei movimenti di resistenza democratica. Gran parte delle militanze femministe, queer e antirazziste si interrogano da tempo sul problema di rendere effettiva la loro azione anche sapendo di non poter più contare sul ruolo tradizionale degli spazi di mediazione. La persistenza e anzi la nuova attualità della tradizione abolizionista, sia nel senso più specifico dell’abolizione delle istituzioni carcerarie sia nel senso più largo che guarda all’abolizione delle strutture tradizionali di controllo (a cominciare dalla polizia) come a pezzi di un programma generale di democratizzazione radicale, trova evidentemente una corrispondenza non banale e non semplicemente contingente con questa radicata convinzione di “fine delle mediazioni” e di radicalità della crisi.
Se sono evidenti queste continuità, la novità rilevante è che questo insieme di pratiche radicali, molecolari e dirette sono diventate ora oggetto di un’evocazione tutt’altro che saltuaria nei discorsi delle nuove destre radicali di governo, sia americane che europee. Già durante il primo mandato Trump comincia a manifestare l’intenzione di inserire gli antifa nella lista delle organizzazioni terroristiche. Nonostante le molteplici opposizioni da parte liberale, e le ripetute accuse di violazione del Primo Emendamento, Trump ha poi inserito in un ordine esecutivo del settembre 2025 la definizione di antifa come “minaccia terroristica” interna. Dall’Europa, ha subito sottoscritto l’idea Orban, che era allora alle prese con la campagna per la poi evitata revoca dell’immunità parlamentare europea a Ilaria Salis.
Questo insistere sull’antifa come nemico interno è una delle mosse più sintomatiche della ricaduta sul versante interno del regime di guerra permanente in cui Trump iscrive la sua azione. La criminalizzazione degli antifa si inserisce così perfettamente nel quadro complessivo caratterizzato dalle minacce di utilizzo emergenziale della guardia federale, dalla presenza ormai abituale delle squadre dell’ICE nei raid antimigranti e dai tentativi di militarizzazione delle metropoli.
I No King incarneranno lo spettro?
Se quindi antifa diventa effettivamente uno spettro agitato in funzione della militarizzazione interna, e di prospettive di aperta ed esplicita fascistizzazione, l’insistenza proprio su reti e prassi certamente radicali ma non così diffuse da costituire un immediato problema nei rapporti di forza, rivela anche una sorta di ossessione nutrita dalle nuove estreme destre per lo spettro della galassia antifa. In questo senso è stata indicativa la continua minaccia rivolta dai trumpisti ai manifestanti No Kings di ricorrere all’Insurrection Act, sia prima che dopo le grandi manifestazioni del 18 ottobre. L’evocazione dello spettro antifa è stata costante, anche se le manifestazioni, per quanto numerose, non hanno visto la partecipazione evidente di gruppi di quella costellazione, né sono stati scenario di azioni dirette.
Non è in questione ovviamente un’effettiva potenza militare di queste organizzazioni. Quello che rende continuamente necessario tornare sulle mobilitazioni antifa, anche soltanto potenziali, per associarle immediatamente al nemico interno e schiacciarle su un’immagine terrorista, è forse proprio quell’immagine diffusa e reticolare, che si muove continuamente tra un livello di contestazione “microfisica” delle politiche suprematiste e razziste e la consapevolezza della fine delle mediazioni. L’antifa si sposta da figura del margine radicale della militanza a elemento centrale dell’incubo delle nuove destre: nel quadro di militarizzazione interna incipiente, queste pratiche diffuse sono individuate come una delle peggiori minacce, forse proprio perché corrispondono all’attivarsi dal basso di una possibile eccedenza di tipo imprevisto, di una politicizzazione originale di spazi minoritari estranei all’opposizione ufficiale e già dichiarata di tipo liberaldemocratico.
Questo è probabilmente uno di quei casi in cui gli incubi delle destre ci raccontano effettivamente di qualcosa di potenziale, di un “possibile” che corre in questo momento dentro le mobilitazioni e che abita i peggiori incubi delle destre. Un possibile, che, se attualmente è solo il rovescio di quelle ossessioni, ci può però offrire alcune indicazioni. Richiamare antifa – e non il richiamo all’antifascismo storico – serve evidentemente allo scopo di criminalizzare ampie fasce indefinite di comportamenti. Ma lascia trasparire anche il timore che queste figure che si muovono al confine del campo politico tradizionale, che eccedono il senso ordinario delle proteste “in difesa della costituzione”, possano incarnarsi e imprimere una direzione trasformativa a questo tipo di movimenti. Questo rovescio delle ossessioni della destra può interessarci. Non si tratta, evidentemente, di recuperare, imitare o diffondere le pratiche antifa: quello lo fanno già gli antifa propriamente detti, senza bisogno di replicanti. Il punto invece è cercare di cogliere il nucleo delle paure che la destra nomina con lo spettro antifa, per cogliere possibilità d’eccedenza che si danno all’interno dei movimenti antiautoritari, antifascisti o di difesa degli equilibri costituzionali. La prima possibilità evidentemente è proprio una rottura con questo carattere difensivo: la paura di antifa è evidentemente la paura che questi movimenti eccedano il perimetro di una semplice difesa delle istituzioni liberali, di un equilibrio che era già incapace di fermare l’estendersi del regime di guerra, l’accumulazione illimitata e il rischio sostanziale di mettere in crisi le stesse basi materiali della riproducibilità della società. Per ora le manifestazioni antiautoritarie del tipo di quelle che hanno incarnato i No Kings si muovono sul confine tra la classica difesa di diritti ed equilibri costituzionali, e potenzialità trasformative portate dalle stesse soggettività che animano queste resistenze, che non sono esclusivamente quelle “centrali” nei vecchi equilibri costituzionali. L’evocazione degli antifa lascia poi trasparire la paura evidente che sia proprio sul terreno diretto della produzione di soggettività che finiscano per istallarsi i movimenti “costituzionali”, alimentando i loro tratti antiautoritari con il coinvolgimento diretto delle lotte migranti, antirazziste, femministe, lgbtiq+. Nel No Kings Day una tale potenzialità è stata avvertita fortemente quando, nonostante il limite evidente di una sostanziale prevalenza bianca nella composizione delle manifestazioni, la mobilitazione ha incrociato più strettamente le lotte contro le squadre antimigranti dell’ICE. Del resto, anche in Italia le mobilitazioni che hanno messo al centro più direttamente la contestazione della destra al governo, come quelle contro il Decreto sicurezza, hanno avuto il punto più interessante nella capacità di coinvolgere questi movimenti, e direttamente le soggettività sotto attacco, oltre il perimetro istituzionale delle opposizioni. In ultimo, ma è probabilmente il tratto fondamentale, l’evocazione degli antifa manifesta la paura di trovarsi davanti a movimenti che cominciano a tematizzare esplicitamente di muoversi già oltre la fine delle mediazioni liberali.
Davanti ai processi di accentramento politico ed economico e davanti a momenti di fascistizzazione palese, i movimenti che si muovono nell’ambito della resistenza civile e antifascista sono indispensabili, e sicuramente da attraversare. Allo stesso tempo, lo spettro delle mobilitazioni dal basso, di un antifascismo non difensivo, di una acquisizione di consapevolezza dell’esaurimento delle mediazioni liberali, quelle paure insomma che le destre sintetizzano nell’antifa, può essere accolto e “incarnato”, per far nascere dentro la resistenza alle nuove destre una dimensione antiautoritaria calata direttamente nei laboratori delle nuove soggettività, una dimensione produttiva che approfondisca la difesa della libertà propria dei movimenti “contro le destre” nell’affermazione di un desiderio collettivo di liberazione.
© Santiago Mejia/San Francisco Chronicle via Getty
Note
-
Cfr. V. Mattioli, Novanta. Una controstoria culturale, Torino, Einaudi, 2025, p
-
Un panorama complessivo degli antifascismi storici e dei movimenti antifascisti europei e americani del secondo dopoguerra è offerto da M. Bray, Antifa: The Anti-Fascist Handbook, Brooklyn and London, Melville House, 2017
-
Sula dimensione molecolare del microfascismo specie per i meccanismi di produzione di soggettività in rete sperimentati dall’alt-right, cfr. J.Z. Bratich, Microfascismo. Genere, guerra, morte, Roma, Castelvecchi, 2024