Inchiesta sull'abitare. Da Gaza attraverso altre periferie

Gabriele Proglio

Questa inchiesta sull’abitare è nata nel levare delle proteste per la Palestina, per Gaza. Inizialmente, ci proponevamo di raccogliere testimonianze di militanza in contesti differenti – prevalentemente oltre i confini europei – per comprendere come parole d’ordine e pratiche di lotta si siano amalgamate efficacemente. Intendevamo questo piglio come pratica di ricomposizione e del tessuto internazionalista, ossia quale cartografia del conflitto utile per stringere alleanze e intraprendere percorsi condivisi.

Le piazze gremite hanno suggerito un’altra direzione che vorremmo percorrere: ribaltare lo sguardo e decentrare il tono dell’intervento, considerando il genocidio a Gaza quale espressione di un coacervo di processi economici, sociali e culturali che possono riportare alla dimensione globale. Così facendo, si possono leggere risonanze in altri territori. Non ne facciamo una questione di paragoni, su livelli più o meno intensi, ma di lenti analitiche e, al contempo, di letture e interpretazioni dei processi tra relazioni di potere e, soprattutto, forme di resistenza. Gaza è sempre stata una prigione a cielo aperto, a partire dalla fondazione dello stato di Israele e poi con accordi di Oslo (1993-1995). È immediatamente evidente la condizione di spoliazione del diritto all’abitare che riguarda tutto il popolo palestinese; spoliazione che è avvenuta con metodi differenti: l’espulsione militare, la guerra, l’azione dei coloni.

Proviamo a far riecheggiare queste dimensioni di una Gaza globale in altri territori: in particolare in Brasile, in Cile e in Kenya – sapendo che l’eco sarebbe riproducibile praticamente ovunque. Partiamo dal primo paese menzionato, dove esistono più di sei milioni di case abbandonate. Isadora de Andrade Guerreiro, professoressa di pianificazione urbana e regionale presso l’Università di Sao Paolo, ha da lungo tempo collaborato con i movimenti per la casa. Il sistema di distribuzione della terra è stato ideato a metà del XIX secolo:

proprio quando iniziarono le prime leggi contro la tratta degli schiavi, nello stesso mese del 1850 fu approvata la legge sulle terre del Paese. Cioè, fu proprio in quel momento che le terre iniziarono ad essere mercificate, vale a dire che l’accesso alla terra poteva avvenire solo attraverso l’acquisto.

È questo un passaggio chiamato «dalla cattività della manodopera schiava, alla cattività del lavoro, alla cattività della terra». Il non accesso alla terra di molte persone continua a reiterarsi da quel preciso momento. Proseguendo in termini cronologici, la popolazione espulsa dalle campagne è arrivata in città fino a metà del XX secolo. E fino agli anni Sessanta, l’accesso alla terra urbana avveniva «attraverso l’affitto di cortiços (abitazioni popolari precarie), ma principalmente a partire dagli anni Cinquanta, sempre di più, si sono espanse le periferie urbane con l’occupazione di terre senza proprietario, terre vuote». Questa urbanizzazione dai «bassi salari» – i lavori trovati erano pagati male ed erano precari – è da porre in relazione con le forme dell’estrattivismo urbano: «essi (i bassi salari, ndr) sono stati una forma di trasferimento dai lavoratori al capitale nascente dell’industrializzazione». Continuava, inoltre, la «spoliazione urbana», ossia la mancanza di servizi pubblici: la forma attraverso cui la dittatura che prendeva il potere nel 1964 controllava le periferie. La politica abitativa degli anni ’60 e ’70 è stata dedicata alla borghesia; il proletariato urbano delle periferie – che vedeva nella Chiesa cattolica e nella teologia della liberazione dei riferimenti concreti – iniziava le prime occupazioni. Proprio per queste specificità storiche, la lotta per la casa è da porre in riferimento allo schiavismo, alla dittatura, alle forme del lavoro e ai processi di estrazione del valore.

Il partito dei lavoratori [ndr. PT] arriva all’amministrazione di San Paolo alla fine degli anni ‘80 e promuove una serie di mobilitazioni nelle periferie intorno alla casa. È allora che sono iniziate le lotte per la casa, fatte in autogestione e mutirões [lavori collettivi]. Cosa significa questo? Significa che avevamo un finanziamento pubblico per cooperative e i movimenti sociali che si organizzavano nelle periferie… loro stessi definivano il progetto della loro casa […]: ripensavano quale città volevano avere a partire dai loro stessi interessi.

Gli anni Novanta sono stati segnati dalla precarizzazione del lavoro con l’ascesa del neoliberismo. Basti pensare che il fondo per l’edilizia pubblica era costituito da una tassa coercitiva (FCTS) detratta dagli stipendi. All’inizio del nuovo millennio partiva il nuovo – e forse più imponente a livello mondiale – programma di edilizia popolare. Gli anni Dieci sono stati segnati da una ripresa della lotta per la casa per quelle «terre libere delle periferie urbane […] contese tra imprese edili e capitale aperto» – abitazioni non accessibili alla popolazione a reddito più basso. «I movimenti per la casa in quel periodo iniziarono a frammentarsi estremamente […] lasciando da parte la direttiva politica di pensare a un’altra città o a un altro progetto di città, a un’altra produzione di città. Era preminente avere unità abitative pronte fatte da imprese edili».

Il movimento sorto all’inizio del 2010 attorno alla lotta storica per la mobilità, per i trasporti nella capitale paulista, si allargava al diritto alla città e all’abitare. Parallelamente, si assisteva alla mercificazione degli spazi periferici: «ciò che era oggetto di mobilitazioni sociali e comunitarie, passava sempre di più ad essere disputato da logiche mercantili». Arrivarono le milizie che presero il controllo di molte periferie. «Ciò che prima, durante la dittatura militare, era una coercizione dello stato brasiliano, era diventata una coercizione delle milizie che non possono essere pensate al di fuori della stessa azione dello Stato… perché queste milizie sono anche formate da poliziotti che fanno parte dello Stato».

A Belo Horizonte, le periferie sono fatte di slum che accolgono milioni di persone senza alcuna prospettiva futura – niente casa, lavoro, educazione. «Con la pandemia – racconta il collettivo della Kasa Invisível – questa enorme disegualità è diventata una questione di vita o di morte». Così, l’occupazione di un palazzo costruito nel 1930 è stata utilizzata per dare una casa e dei servizi all’intera comunità e per costruire una cooperativa, ma è diventato anche il punto di riferimento per i movimenti brasiliani, organizzando incontri e dibattiti sull’abitare. «La Kasa Invisível appartiene all’intera comunità che la nutre e ne è nutrita».

Questa realtà è molto simile a quelle che conosciamo in Europa. Ve ne sono altre, di diversa entità. Ad esempio, il Movimento de Trabalhadores e Trabalhadores por Direitos è un’organizzazione popolare nazionale – presente in 14 stati brasiliani e nato ad Amazonas – che lotta per la conquista di diritti materiali e concreti dei lavoratori e delle lavoratrici che vivono nelle periferie dei grandi centri urbani. Attraverso azioni dirette, e seguendo gli insegnamenti di Paulo Freire, l’MTD chiede casa, sanità e servizi per chi vive nelle periferie. «Queste esigenze – si legge in un comunicato – possano essere risolte con azioni coordinate tra una forte pressione, l’organizzazione popolare e l’azione democratica di parlamentari e altri gestori pubblici impegnati con la classe lavoratrice». Spiega una militante dell’MTD:

Crediamo che le agglomerazioni urbane siano contraddizioni che si manifestano con maggiore forza. Contro gli sfratti, i trasferimenti forzati, le esecuzioni ipotecarie, la turistificazione, la gentrificazione e la speculazione urbana. Queste sono espressioni centrali di tali contraddizioni. La nostra lotta si concretizza nel combattere i vuoti urbani, che rimangono inutilizzati senza alcuna funzione sociale. Occupiamo le aree e portiamo avanti la lotta per l’abitazione e il diritto alla città. Ci organizziamo in nuclei di 10-15 famiglie e la nostra lotta prosegue... […] L’MTD segue tredici occupazioni urbane nell’area metropolitana, mantenendo come obiettivi la lotta contro gli sfratti e l’implementazione di politiche abitative pubbliche. In questo contesto, abbiamo formato una vasta rete tra le diverse occupazioni in situazioni di estrema vulnerabilità, per lottare insieme per questo diritto fondamentale. L’MTD ha promosso attività di lotta, advocacy politica, formazione, organizzazione e anche per la garanzia di tutti i diritti basici: non solo la casa, ma anche il codice postale, acqua, energia, istruzione, perché senza il codice postale tutti gli altri diritti vengono violati.

Miguel Pérez è direttore della Scuola di Antropologia dell’Università di Icoportales, in Cile, e ricercatore del Centro de Estudios de Conflicto y Cohsion Social. Da oltre tredici anni si occupa dei movimenti per la casa. «Li chiamiamo pobladores: parola che usiamo per riferirci agli abitanti dei quartieri popolari». Attualmente – continua – «oltre 650.000 famiglie non possiedono una casa di proprietà», ossia il 10-11% della popolazione. Dieci anni fa erano 350.000. L’incremento registrato riguarda le «limitazioni del modello abitativo sussidiario, che è il modello implementato durante la dittatura di Pinochet», ancora presente oggi. «Le famiglie povere – spiega Miguel – risparmiano privatamente parte dei loro redditi, fanno domanda per la casa e lo Stato, a sua volta, fornisce un sussidio […] affinché queste famiglie possano comprare case costruite da imprese private». È, cioè, un sostegno economico per le imprese private che ha ottenuto un discreto successo negli anni Novanta. Ma questo modello ha cessato di essere efficace quando il prezzo dei terreni – quindici, venti anni fa – è aumentato considerevolmente, rendendo impossibile l’edilizia residenziale pubblica. Proprio in quel momento, dopo una fase carsica, è riesploso il movimento dei pobladores: il mercato ha espulso famiglie dai loro territori «obbligandole a fare domanda per case che si trovano molto lontane dai loro quartieri». Si pensi alla realtà di Ukamau, ai Lochadores de Olormida, a Santiago. Va poi ricordato un altro fenomeno: la riemersione degli insediamenti informali. Nel 2019 47.000 famiglie vivevano nei campamentos: contesti molto simili alle favelas brasiliane o alle villas argentine. La cifra, nell’ultimo censimento, è triplicata ed è arrivata a comprendere 120.000 famiglie.

Copertina del primo numero di Teiko

The 9 de Julho building in São Paulo, a showcase of the city’s Homeless Movement of the Center (MSTC). Michael Fox

Movimento per la casa e campamentos sono oggi fenomeni contemporanei. Nel movimento degli anni Cinquanta e Sessanta, «i pobladores, gli abitanti popolari, si organizzavano collettivamente attraverso spazi auto-costruiti negli insediamenti informali». Oggi, invece, «i campamentos […] non sembrano più essere così legati alla politica formale, ai partiti politici di sinistra, per esempio, ma ciò che credo sia suggestivo – continua Miguel – è che i settori popolari riportano al presente una pratica storica di produzione della città, che è l’autocostruzione». «Il Cile attualmente è uno spazio privilegiato per comprendere in che modo l’azione collettiva cerca di contestare la politica abitativa neoliberale, e anche in che modo lo Stato a sua volta raccoglie questa richiesta e cerca di formulare repliche e canalizzare anche l’interesse dei settori popolari per raggiungere la propria casa, dignitosa e di proprietà».

Spostiamoci ora in Colombia, a Medellín. Juliana Rivera, dell’organizzazione nazionale urbana Ciudad del Movimiento - che partecipa al coordinamento Cumbre National Popular, nato a settembre 2025 - si occupa di economie popolari e di formazione politica. Medellín ha «priorizzato l’accumulazione» considerando «lo spazio pubblico e il suolo urbano come merce vendibile al miglior offerente». Proprio in questo contesto sono sorti fenomeni conosciuti: la gentrificazione e la turistificazione. Si parla persino di «medellinizzazione», intendendo col termine un processo di organizzazione dello spazio urbano non a partire da chi abita i quartieri, ma per altre persone. Questo è un modello che rompe con le forme di mutuo aiuto, come il convite, o con l’auto-costruzione di abitazioni nelle periferie da parte di comunità animate dalla teologia della liberazione e da diverse espressioni del movimento popolare. Ne è conseguita la criminalizzazione dei lavori delle economie popolari, i «venderos e venderas», che reggono le economie di certi quartieri popolari e delle proteste sociali, delle mobilitazioni per l’abitare. Inoltre - spiega Juliana -

in Colombia si è consolidato un modello di controllo territoriale, un paramilitarismo che in città ha un volto specifico attraverso il controllo territoriale delle dinamiche di vita in certi quartieri, ma anche in certe zone della città, come il centro, in cui coloro che controllano e che finiscono per definire la quotidianità non sono lo Stato né le comunità auto-organizzate, ma delle forme di sicurezza privata e delle forme di controllo territoriale che hanno molteplici nomi, ma che possiamo denominare o inquadrare all'interno del paramilitarismo urbano. A partire da lì storicamente si sono costruite delle forme di disputa, di resistenza e di lotta che passano attraverso esercizi di profonda qualificazione.

Il contesto di lotta di Medellín è molto eterogeneo: la lotta per l’abitare incrocia «la situazione di emergenza climatica molto complessa». In questo momento il movimento popolare si sta «mobilitando con molta forza [...] esigendo garanzie abitative, parlando di crisi abitativa» e del caro-affitti. Airbnb e le altre piattaforme digitali sono tra i responsabili di tali effetti sul prezzo delle abitazioni e degli affitti che sono raddoppiati. Questi temi, per forza di cose, si intrecciano con il lavoro - in particolare, si richiede la dignificazione del lavoro formale e delle economie popolari - e il diritto alla salute pubblica.

Un’altra realtà di Medellín è Familia de la Calle, sindacato di economia popolare che riunisce circa trenta associazioni distribuite in diverse parti della città. Spiega Ludwing Mayra: «è una città che storicamente ci ha criminalizzato, ci ha perseguitato, partendo da una narrativa in cui il lavoratore popolare che lavora in strada è visto come un cattivo cittadino perché utilizza la strada per lavorare, è criminalizzato, è perseguitato, e non solo, diciamo, stigmatizzato dall'istituzionalità, ma quella narrativa ha anche permeato gli stessi settori popolari». Le trenta associazioni hanno in comune la strada come «luogo di lavoro - continua Ludwing - alla fine in strada sosteniamo la vita, creiamo reti di solidarietà, reti di cura, reti anche di sicurezza cittadina o umana». I cortei organizzati, nell’ultimo periodo, hanno richiesto casa e lavoro dignitoso. Inoltre, alle donne sono abitualmente attribuiti «tre lavori, lavoro di sussistenza, di cura e comunitario… soprattutto quello di cura, implica un carico che deve essere più che analizzato, redistribuito, ma anche riconosciuto». Anche questo è un tema delle rivendicazioni di piazza.

Il tema delle economie popolari risulta centrale nella definizione di modalità di sussistenza radicate sui territori. Proprio per questi motivi, la Familia de la Calle è parte di un processo nazionale volto alla costruzione di una commissione nazionale.

Questa commissione avrebbe tra altre sfide, primo, rafforzare l'organizzazione a livello nazionale, nel locale e nel nazionale e nella via di generare le condizioni per costituirci come una Federazione Nazionale dei Lavoratori e delle Lavoratrici dell'Economia Popolare. Intendendo anche che nell'economia popolare non solamente, come lo abbiamo detto, appare il lavoro di sussistenza ma anche il lavoro di cura e il lavoro comunitario, cioè, molteplici settori che si intersecano nell'economia popolare e che speriamo, quindi, costituiscano questa federazione.

Gathanga Ndung’u dal 2019 è attivista del Mathare Student Justice Centre di Mathere, a Nairobi, in Kenya. Il centro è un’organizzazione comunitaria basata su insediamenti informali. «Abbiamo scoperto che molti giovani che venivano uccisi provenivano da Mathare e venivano giustiziati sommariamente… arrestati barbaramente e fatti sparire», così inizia il suo racconto, con alle spalle la zona nella quale fa militanza. «È una storia di uccisioni che esulano da procedimenti legali… la polizia nazionale… è una forza coloniale che esiste dai tempi coloniali e che è stata ereditata dal nostro governo indipendente». La campagna che hanno intrapreso ha avuto un forte effetto mediatico ed è riuscita a ridurre le uccisioni. Per ogni ammazzato hanno piantato un albero, per ricordarlo.

Quanto accade oggi, va collocato in un quadrante storico. Dove ora sorge Mathare, una volta c’era cava con le quali pietre è stata costruita Nairobi. Inoltre, «i soldati partiti negli anni Venti per combattere diverse guerre [coloniali, ndr] vennero a stabilirsi a Mathare, quando scoprirono che nelle zone degli altipiani – dove erano state loro promesse terre, al ritorno dalle battaglie – tutto era stato preso dal governo coloniale». A Mathare «è nata l’organizzazione del movimento anticoloniale». «Non è cambiato molto da allora – continua e poi afferma – se guardi la questione dell’accesso all’elettricità, all’acqua, al sistema fognario, è ancora un problema oggi. Ed ecco perché vedi un sacco di baracche, di tre metri per tre. Ed è qui che vive la gente, la maggior parte dei lavoratori della città».

Fin dal periodo coloniale, quando il Kenya nel 1952 era ancora un territorio dell’impero britannico, operazioni militari hanno tentato di smantellare quest’area. «Si chiamava Operation Anvil ed era mirata a distruggere l’organizzazione dei Mau Mau che operava proprio a Mathare». Nel 1962 iniziarono gli sfratti, ancora una volta con un ingente schieramento di polizia. E dopo l’indipendenza, le minacce di sgombero, questa volta provenienti dal governo di Jomo Kenyatta, si moltiplicarono. Stesso dicasi per le amministrazioni di Daniel Arap Moi e Mwai Kibaki. Ai tanti interventi militari per controllare il quartiere – a solo otto chilometri dal centro città – non ha corrisposto, durante l’ultima alluvione che ha ucciso 43 persone, un sostegno in termini di aiuti: «l’abbiamo visto, in tutto il mondo, che la maggior parte delle volte sono le comunità urbane povere a confrontarsi con questi disastri del clima, sono i poveri a subire il colpo più duro». È ciò che Naomi Kein chama «dottrina dello shock». Anzi, «il governo ha usato questo cataclisma per sfrattare le persone dell’area». Alla crescente richiesta del mercato immobiliare, l’amministrazione ha identificato in Mathare uno dei luoghi dove realizzare alloggi a prezzi accessibili. Gathanga conclude in questo modo:

quanto sono accessibili gli alloggi a prezzi accessibili perché sono fuori dalla portata dei cittadini comuni in Kenya. E per noi, gente di Mathare, vediamo questo come una forma di gentrificazione sponsorizzata dal governo perché la maggior parte delle persone non sarà in grado di permettersi il tipo di affitti e tutto ciò che il governo sta cercando di portare con gli alloggi a prezzi accessibili.

Brasile, Perù, Colombia, Kenya: potremmo produrre altri echi in moltissimi territori liminali, perché l’analisi delle lotte per l’abitare è posta su di un piano globale, a partire da Gaza. Ogni quadrante di questa cartografia – proprio come fatto per le realtà politiche dell’articolo – può essere indagato costruendo una matrice che combina la sedimentazione di poteri sui territori (colonialismo, dittature, governi, politiche neoliberali, ecc.) perpetrati da soggetti diversi (Stato, milizie, mercato immobiliare, ecc.) e recuperando le pratiche di lotta e di resistenza del passato. Seguendo tale pratica, ogni soggettività politica, nella sua propria specificità, è già parte di una trama internazionalista che va riscoperta e sulla quale puntare per ottenere un diritto globale all’abitare.

Copertina del primo numero di Teiko

Mathare informal settlement in Nairobi © African Cities research Consortium