Pensare attraverso il cotone in Sudan: vecchi e nuovi estrattivismi
Mariasole Pepa
Il dibattito sui “nuovi colonialismi” in Africa non è affatto nuovo. Negli ultimi decenni, in particolare con il consolidarsi della presenza cinese nel continente1, l’attenzione dell’Occidente è tornata a posarsi sui Paesi africani, non per un rinnovato interesse verso le loro popolazioni o istanze – che in realtà non c’è mai stato – quanto piuttosto per l’inquietudine suscitata dall’emergere di “nuovi” attori (quali Brasile, Russia, India, Cina, riuniti nell’acronimo BRICS), sempre più centrali nella ridefinizione delle geografie del potere su scala globale. Il lancio della Belt and Road Initiative (BRI) da parte della Cina nel 2013 – ambizioso progetto infrastrutturale e logistico su scala transcontinentale che coinvolge come partner numerosi Paesi africani – ha rappresentato uno dei momenti chiave in questo senso, fungendo da catalizzatore per riportare il continente al centro delle strategie geopolitiche e geoeconomiche occidentali. Ne sono esempio una serie di contro-iniziative, quali il Global Gateway promosso dall’Unione Europea, il Piano Mattei recentemente lanciato in Italia, nonché la crescente competizione tra Stati Uniti e Cina nel quadrante africano.
Tuttavia, le logiche che guidano tali interessi – siano esse cinesi, occidentali o provenienti da altri Paesi come, ma non solo, i BRICS – restano sostanzialmente invariate: la corsa all’accaparramento di terra, acqua, oro, petrolio, gas e minerali continua a fondarsi su pratiche estrattiviste che si esercitano non solo sulle risorse naturali, ma anche sui corpi intesi come strettamente legati ai territori (corpi-territori), e in modo particolare sui corpi delle donne2. L’estrattivismo produce un degrado continuo degli ecosistemi e non genera ricchezza diffusa nei territori coinvolti. Al contrario, i benefici dell’estrazione si concentrano in centri di potere lontani, mentre le risorse – una volta trasformate in beni di consumo – vengono commercializzate altrove, e i profitti rimangono nelle mani di pochi.
Ciò che in questo quadro complesso appare a mio avviso rilevante non è tanto puntare il dito contro la Cina – incasellandola nella retorica del “nuovo colonialismo” – quanto piuttosto scomporre e analizzare tali dinamiche in modo più ravvicinato, cogliendone le articolazioni locali all’interno delle reti del capitalismo globale. È imprescindibile, a tal fine, adottare strumenti analitici capaci di oltrepassare i binarismi (la Cina come attore “buono” o “cattivo”), le semplificazioni essenzialiste (ad esempio l’idea secondo cui la Cina stia “comprando l’intera Africa”) e le narrazioni eccezionaliste sulla “cinesità”, ossia quell’insieme di rappresentazioni che descrivono la Cina come un’entità eccezionale o intrinsecamente diversa rispetto agli altri attori globali. Come suggerisce la sociologa Ching Kwan Lee nel suo libro The Specter of Global China (2017), è fondamentale considerare la Cina quale attore pienamente inserito nelle logiche e nelle strutture del capitalismo globale, analizzando non solo come la potenza asiatica influisca su tali dinamiche, ma anche come ne sia a sua volta plasmata. Parlare di “nuovi colonialismi” – o, in maniera forse più adeguata, di “nuovi estrattivismi” – implica il riconoscimento di una continuità rispetto all’eredità coloniale, che si manifesta tanto in forme già note (come il controllo dei territori e della loro organizzazione), quanto in modalità inedite, spesso meno tangibili. La legacy coloniale costituisce dunque uno sfondo che continua a informare e condizionare le dinamiche politiche ed economiche contemporanee. Riflettere sulla «colonialità» del potere in Africa diventa quindi essenziale per comprendere le attuali geografie dell’estrazione e dell’accumulazione. Il concetto, introdotto dal sociologo peruviano Aníbal Quijano nei primi anni Duemila, evidenzia come il colonialismo non si sia esaurito con i processi di decolonizzazione formale, ma continui a operare attraverso il controllo delle risorse e dei territori, la gestione dei minerali critici, la produzione di sapere e il mantenimento di asimmetrie di potere. Tali meccanismi alimentano forme persistenti di razzializzazione e discriminazione che restano centrali nei processi di accumulazione capitalistica. Centrare dunque il dibattito sui cosiddetti “nuovi colonialismi” in Africa all’interno del più ampio quadro delle molteplici forme di colonialità che ancora oggi strutturano i rapporti globali appare necessario per decentrare lo sguardo e tentare di sfuggire a letture eurocentriche o binarie.
Un ulteriore elemento che ritengo utile è la necessità di muoversi tra le scale. Se da un lato le dinamiche estrattiviste che interessano il continente africano non sono affatto nuove, ciò che accade nella pratica, nella quotidianità dei territori, è spesso meno discusso e meno visibile. Per affrontare queste dimensioni, tuttavia, non è possibile parlare genericamente di “Africa” come se si trattasse di un’entità omogenea: ogni contesto presenta specificità storiche, politiche ed ecologiche che vanno riconosciute.
Ciò che propongo di seguito è dunque un breve percorso visuale basato sulle osservazioni condotte in Sudan, con particolare attenzione alle forme di controllo esercitate su acqua e terra in relazione alla produzione agricola3. Questo tentativo di spazializzare e concretizzare le dinamiche estrattive mira a restituire complessità alle pratiche che prendono forma localmente, ma che sono intrecciate alle logiche più ampie del capitalismo globale.
Seguire il cotone delle colonie
Ho scattato questa fotografia il 20 febbraio 2023 nella regione della Gezira (Fig.1), poco prima dello scoppio della guerra in Sudan. Il dito che compare nell’immagine indica la data e il luogo di fabbricazione di una macchina per la sgranatura del cotone, ancora funzionante e utilizzata quasi un secolo dopo la sua costruzione. Si tratta di una testimonianza materiale della lunga durata delle infrastrutture coloniali – tracce che rimangono.
Il progetto della Gezira, avviato durante il periodo coloniale britannico, è tuttora considerato uno dei più vasti sistemi irrigui realizzati dall’uomo: un milione di ettari trasformati attraverso un complesso reticolo di canali e dighe, sistemi di pompaggi e di drenaggio, per servire gli interessi dell’Impero britannico, ovvero la produzione di cotone destinato alle fabbriche tessili inglesi.
Ciò che l’immagine non restituisce, e che resta invisibile al di là della mano che indica la macchina, è l’estensione e l’eterogeneità all’interno dello schema: la varietà di attori agricoli che vi operano, le dinamiche agrarie che mutano a distanza di pochi chilometri, le trasformazioni ecologiche e sociali che hanno plasmato il territorio. Colpisce, in particolare, come un’area tanto vasta sia stata radicalmente riconfigurata per rispondere alle logiche produttive coloniali, segnando in modo duraturo i territori, le economie e le vite delle persone che vi abitano.
Già tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, la gestione inefficiente e il progressivo deterioramento delle prestazioni resero il progetto della Gezira un caso emblematico del fallimento dello sviluppo. Nonostante ciò, le infrastrutture – per quanto parzialmente compromesse o distrutte a causa del conflitto in corso – sono ancora presenti. Sebbene il sistema necessiti con urgenza di interventi di riabilitazione, il progetto non è mai stato dismesso.
Un elemento significativo è che la produzione del cotone continua a occupare una posizione centrale (almeno prima dell’inizio dello scoppio della guerra in Sudan). L’intero impianto irriguo fu concepito e realizzato proprio per coltivare cotone: immaginare una ristrutturazione radicale dello schema appare dunque estremamente complesso, se non impraticabile.
Poco prima dello scoppio dell’attuale guerra, in un contesto segnato dalla crescente instabilità alimentare a livello globale, diversi attori – tra cui Stati, investitori privati e organizzazioni internazionali – avevano manifestato un rinnovato interesse verso la Gezira come potenziale spazio per la produzione di derrate alimentari destinate all’esportazione. A distanza di oltre un secolo dall’inaugurazione del Gezira Scheme, le logiche che ne sostengono l’esistenza sembrano rimanere sostanzialmente invariate: l’utilizzo intensivo di acqua e terra al servizio dell’estrazione e dell’esportazione di prodotti agricoli e capitali.
Seguendo il cotone cinese: dalla Gezira ad Atbara
Seguendo il filo conduttore del cotone – per ragioni di spazio non è possibile approfondire altre colture come l’alfalfa4 – nel febbraio 2023, in un momento in cui si registrava un rinnovato interesse per la Gezira come risposta alla crisi alimentare globale, un nuovo progetto cinese stava prendendo forma nel nord del Paese, nei pressi di Atbara: si trattava della realizzazione di una fabbrica per la sgranatura del cotone (Fig. 2). In quell’area, infatti, la coltivazione del cotone si stava espandendo grazie a un imprenditore cinese che aveva deciso di incrementarne la produzione.
L’intero impianto di sgranatura era stato importato dalla Cina, insieme al know-how tecnico necessario per la sua messa in opera. Un ingegnere cinese, inviato appositamente sul posto, era incaricato di supervisionare l’avanzamento dei lavori e garantire il corretto montaggio dei macchinari. È significativo notare che l’impianto fosse costituito da attrezzature “di seconda mano”, provenienti da fabbriche dismesse in Cina e successivamente trasferite in Sudan. Questo aspetto, apparentemente marginale, apre interrogativi importanti sulle gerarchie globali della tecnologia e sulla vita circolare – e diseguale – delle infrastrutture industriali: ciò che in un contesto viene considerato obsoleto o inutilizzabile trova una nuova vita altrove, in spazi percepiti come marginali, ma funzionali alla logica dell’accumulazione.
In questo senso, il progetto si inscrive in un più ampio processo di redistribuzione geografica delle infrastrutture produttive su scala globale, in cui l’Africa non è solo luogo di estrazione di risorse, ma anche di rilocalizzazione di macchinari, competenze e processi industriali ormai dismessi nei Paesi di origine. Si tratta, in altri termini, di un’ulteriore modalità, per riprendere le parole di David Harvey5, di fissare il capitale attraverso l’organizzazione spaziale della produzione.
Il caso della fabbrica situata nei pressi di Atbara rappresenta un esempio emblematico dell’evoluzione delle attuali configurazioni estrattiviste, che non si limitano più all’estrazione di risorse naturali, ma si estendono all’appropriazione di valore attraverso il riutilizzo di infrastrutture dismesse, l’impiego di manodopera in condizioni di vulnerabilità e l’insediamento in contesti politico-istituzionali segnati da instabilità o deregolamentazione. In tal senso, la continuità con l’eredità coloniale non si esaurisce in una dimensione simbolica o retorica, ma si concretizza nei dispositivi materiali e relazionali attraverso cui capitale, tecnologia e lavoro si riconfigurano e si redistribuiscono in modo strutturalmente asimmetrico.
Pensare attraverso il cotone: continuità, discontinuità, mutazioni
Seguire il cotone in Sudan, dai progetti coloniali fino alle più recenti iniziative promosse da investitori cinesi, offre una micro-lente spaziale attraverso cui interrogare dinamiche estrattiviste più ampie che attraversano numerosi contesti africani. Pensare attraverso il cotone consente di riflettere sulle continuità e discontinuità che caratterizzano i processi estrattivi nel tempo, evidenziando sia elementi di persistenza che mutamenti significativi.
Permangono, ad esempio, logiche consolidate di estrazione di valore – acqua, terra, forza lavoro – dai territori africani, il cui prodotto è destinato all’esportazione verso i centri del potere economico: il cotone esportato verso l’Inghilterra nel periodo coloniale trova oggi un parallelo nel cotone destinato al mercato cinese. Persistono inoltre dinamiche di esternalizzazione dell’expertise, che continua a essere importata nel continente anziché emergere da esso, perpetuando così gerarchie epistemiche consolidate.
Al contempo, emergono discontinuità rilevanti, in particolare rispetto agli attori coinvolti: non più (o non solo) le tradizionali potenze occidentali, ma anche nuovi protagonisti – come la Cina – che si inseriscono in un quadro di crescente competizione per l’accesso e il controllo delle risorse africane.
Di fronte a questi processi, molte di noi si interrogano: cosa c’è davvero di “nuovo” nei modi contemporanei di estrarre, sfruttare e occupare? Le lenti analitiche che abbiamo finora utilizzato – dal sistema-mondo alla teoria della dipendenza, fino alla doppia dipendenza e al paradigma Nord/Sud – sono ancora adeguate per leggere i cambiamenti in corso? Siamo di fronte a configurazioni effettivamente inedite o a una riedizione di logiche già note? Abbiamo bisogno di nuove chiavi interpretative, di nuovi strumenti concettuali per ripensare il mondo?
Oggi, tuttavia, queste riflessioni non possono prescindere dalla guerra in corso in Sudan. Un conflitto devastante che non solo ha prodotto migliaia di morti e milioni di sfollati, ma che sta letteralmente obliterando il paesaggio politico, sociale ed economico del Paese. Le infrastrutture agricole – comprese quelle legate al cotone – sono state abbandonate, saccheggiate, militarizzate. Interi territori produttivi sono divenuti campi di battaglia o aree sotto il controllo di milizie armate. L’estrazione non si è fermata, ma ha assunto nuove forme: più informali, più violente, più disarticolate, e spesso invisibili.
Pensare attraverso il cotone, oggi, significa anche pensare attraverso le assenze: le voci taciute, i campi abbandonati, i saperi dispersi. Significa chiedersi come fare ricerca in territori attraversati dalla violenza, e se sia possibile – e urgente – immaginare altre forme di presenza, di solidarietà, di restituzione.
Note
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Su questo tema abbiamo recentemente pubblicato con Antonella Ceccagno il volume La Cina Globale in Africa, Franco Angeli, 2025, che può essere scaricato in open access
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Cfr. Feminist Africa, Extractivism, Resistance, Alternatives, Volume 2, 1, 2021
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Una più ampia riflessione sulle complesse interrelazioni tra acqua e terra in Sudan e nella regione saheliana è sviluppata nei lavori della rete di ricerca AtlaSahel e nel volume A. Pase, A. Kronenburg García, M. Pepa, F. Gianoli, M. Bertoncin, C. Braga, Water and Land in the Sahel: Mapping the Flow, Routledge, Londra, 2025
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Approfondito ad esempio da M. Bertoncin, A. Pase, D. Quatrida, S. Turrini, At the junction between state, nature and capital: Irrigation mega-projects in Sudan, «Geoforum», 106, 2019, pp. 24-37
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D. Harvey, Globalization and the “spatial fix”, «Geographische Revue: Zeitschrift für Literatur und Diskussion», 3, 2, 2001, pp. 23-30